Bruxelles in allarme per le elezioni in Francia. Ma c’è ottimismo sul patto anti-Le Pen
dal nostro corrispondente Claudio TitoAFP PHOTO
Bruxelles — «La situazione non è cambiata, le scelte per la Commissione non sono intaccate da questo voto». La preoccupazione nei Palazzi delle Istituzioni europee e in particolare a Palazzo Berlaymont, la sede della Commissione Ue, è altissima. I risultati delle elezioni francesi non tranquillizzano per niente. La potenziale vittoria del Rassemblement National di Le Pen non rappresenta un buon viatico in vista dell’appuntamento del 18 luglio fissato a Strasburgo per Ursula von der Leyen. Il giorno in cui la “spitzenkandidat” tedesca si giocherà tutte le chance per il secondo mandato.
Nello stesso tempo, però, nessuno dei tre candidati ai “top jobs” vuole farsi condizionare da quel che sta succedendo in Francia. Anzi, ritengono che gli effetti possano essere limitati. Per tre motivi.
Il primo: l’alleanza tradizionale tra Ppe, Pse e Liberali non può subire correzioni in base ad una elezione nazionale. Gli equilibri del Parlamento europeo non cambiano e quella è l’unica maggiora…
Bruxelles — «La situazione non è cambiata, le scelte per la Commissione non sono intaccate da questo voto». La preoccupazione nei Palazzi delle Istituzioni europee e in particolare a Palazzo Berlaymont, la sede della Commissione Ue, è altissima. I risultati delle elezioni francesi non tranquillizzano per niente. La potenziale vittoria del Rassemblement National di Le Pen non rappresenta un buon viatico in vista dell’appuntamento del 18 luglio fissato a Strasburgo per Ursula von der Leyen. Il giorno in cui la “spitzenkandidat” tedesca si giocherà tutte le chance per il secondo mandato.
Nello stesso tempo, però, nessuno dei tre candidati ai “top jobs” vuole farsi condizionare da quel che sta succedendo in Francia. Anzi, ritengono che gli effetti possano essere limitati. Per tre motivi.
Il primo: l’alleanza tradizionale tra Ppe, Pse e Liberali non può subire correzioni in base ad una elezione nazionale. Gli equilibri del Parlamento europeo non cambiano e quella è l’unica maggioranza realmente componibile. Anzi, se si fa riferimento alla rappresentanza proporzionale, esiste una ampia indicazione dei francesi a favore esattamente della coalizione che si sta formando nell’Eurocamera.
Dunque se nei contatti che inevitabilmente avrà nei prossimi giorni la presidente della Commissione volesse tenere conto dell’affermazione della destra francese, la conseguenza sarebbe inevitabile: i socialisti e i liberali di Renew le ritirerebbero l’appoggio. Da questo punto di vista le urne d’Oltralpe stanno in qualche modo cristallizzando le posizioni a Bruxelles. Senza contare che si tratta anche dell’unica coalizione trainante all’interno del Consiglio europeo in virtù delle maggioranze qualificate previste dai Trattati europei. Sostanzialmente difficilmente Paesi come Germania, Spagna e Polonia potrebbero cambiare idea.
Il secondo motivo: lo si potrebbe definire “prudenziale”. In base alle reazioni dei partiti francesi che si stanno orientando verso il sistema della “desistenza” nei collegi contesi al secondo turno, la speranza del blocco di comando dell’Unione è che alla fine la formazione di Le Pen, pur registrando un deciso avanzamento nell’Assemblea, non conquisti la maggioranza assoluta dei seggi. In quel caso la poltrona di Palais Matignon non andrebbe al lepenista Jonatan Bardella. E questo si tratta di un auspicio che parte dalla Commissione europea e attraversa le sale del Consiglio europeo per arrivare a quelle del Parlamento. Dove la destra si sta ormai spaccando almeno in tre gruppi con una crescente radicalizzione ma anche una conseguente ininfluenza. La scommessa dei vertici istituzionali dell’Unione è esattamente questa: la vittoria di Pirro di Le Pen.
Il terzo motivo: uno dei timori che stanno emergendo riguarda l’economia. O meglio, la reazione che da stamattina potrebbero avere i mercati finanziari dinanzi al pericolo del Rassemblement National vittorioso nel secondo Paese d’Europa. Nessuna certezza, ovviamente, ma tanti sospetti. Che spingono in primo luogo Von der Leyen a non cambiare la rotta imboccata nei giorni scorsi. Se ci fosse un contraccolpo in Borsa e nella quotazione dei titoli di Stato, per von der Leyen le scelte già assunte si rafforzerebbero. Senza contare che a pagare il costo maggiore di queste conseguenze sono i partner più deboli, come l’Italia con il suo mastodontico debito pubblico. Nei giorni scorsi gli effetti sullo spread si sono abbattuti prima di tutti su di noi.
Senza contare che, nella tattica di Palazzo Berlaymont, bisogna tenere presente che in ogni caso almeno per i prossimi due anni e mezzo all’Eliseo rimarrà Emmanuel Macron. Sarà lui a partecipare ai vertici Ue ed è con lui che la Commissione dovrà dialogare nei prossimi trenta mesi. Ed è stato lui che ha già indicato il commissario francese confermando l’uscente Thierry Breton.
La stabilizzazione delle alleanze concordate e la strategia del dialogo con tutti i gruppi “europeisti” (a cominciare dai Verdi) non vuol dire che un’eventuale vittoria di Le Pen non venga vista con allarme. Soprattutto perché potrebbe soprattutto determinare non un cambiamento ma una paralisi su moltissimi dossier. Un immobilismo forzato in una fase in cui l’Ue avrebbe invece bisogno di trasformazione e dinamismo.
Un timore accresciuto nelle ultime ore dopo aver assistito al duello televisivo in America tra Joe Biden e Donald Trump. Il ritorno del magnate statunitense alla Casa Bianca rappresenterebbe per l’Unione europea un ulteriore problema con cui fare i conti. Il fronte populista avrebbe a quel punto a Parigi un ponte in grado collegare le due sponde dell’Oceano in una nuova versione dell’Atlantismo in salsa antieuropeista e isolazionista.