Il ministro “poliziotto” e il feudo di Tourcoing simbolo dell’indigesta alleanza democratica. Il reportage
dal nostro inviato Daniele Castellani PerelliTOURCOING — Chiamiamolo dilemma di Tourcoing. Oppure di Leslie. Nella cittadina del Nord della Francia al confine con il Belgio è esploso l’ultimo psicodramma della sinistra. Protagonista è Leslie Mortreux, giovane attivista Lgbtq+ e candidata del Nuovo Fronte Popolare che è arrivata terza alle legislative nazionali nella decima circoscrizione del Nord, dietro il discusso ministro degli Interni macroniano Gérald Darmanin, che qui ha il suo feudo, e al candidato del Rassemblement National Bastien Verbrugghe (rispettivamente con il 36%, il 34% e il 25%).
Qualificatasi dunque, ma con poche chance di vittoria, per il triangolare, la sfida a tre del ballottaggio di domenica prossima, Leslie Mortreux incarna un dilemma che in queste ore si vanno ponendo tanti elettori (e candidati) della sinistra: vale la pena seguire le indicazioni dei leader e ritirarsi dal ballottaggio per far perdere l’estrema destra di Marine Le Pen, ma facendo così vincere una destra che così tanto – agli occhi …
TOURCOING — Chiamiamolo dilemma di Tourcoing. Oppure di Leslie. Nella cittadina del Nord della Francia al confine con il Belgio è esploso l’ultimo psicodramma della sinistra. Protagonista è Leslie Mortreux, giovane attivista Lgbtq+ e candidata del Nuovo Fronte Popolare che è arrivata terza alle legislative nazionali nella decima circoscrizione del Nord, dietro il discusso ministro degli Interni macroniano Gérald Darmanin, che qui ha il suo feudo, e al candidato del Rassemblement National Bastien Verbrugghe (rispettivamente con il 36%, il 34% e il 25%).
Qualificatasi dunque, ma con poche chance di vittoria, per il triangolare, la sfida a tre del ballottaggio di domenica prossima, Leslie Mortreux incarna un dilemma che in queste ore si vanno ponendo tanti elettori (e candidati) della sinistra: vale la pena seguire le indicazioni dei leader e ritirarsi dal ballottaggio per far perdere l’estrema destra di Marine Le Pen, ma facendo così vincere una destra che così tanto – agli occhi della gauche – le assomiglia?
Problema politico e morale non da poco, che difficilmente può trovare rappresentazione migliore della distanza che separa il “poliziotto” Darmanin – ex repubblicano e autore di una legge sull’immigrazione applaudita anche dall’estrema destra – da Mortreux, “antispecista” de la France Insoumise e animatrice di scuola materna che si autodefinisce al femminile (sui social si mette in dubbio il suo genere di nascita ma sui media francesi non troverete un singolo riferimento alla questione: «Non è mai stato un tema in questi anni», ci dicono dal giornale locale La Voix du Nord).
«Darmanin è il simbolo delle violenze della polizia contro i militanti di sinistra, è lo sgabello dell’estrema destra, il ministro della repressione che ha normalizzato le loro politiche», spiega in una birreria di Tourcoing Simon Martin, attivista ecologista di 35 anni che è amico di Mortreux: «Da quanto so, Leslie sta pensando di rimanere in gara. È una decisione che spaccherebbe la sinistra».
Domenica sera tutti i leader della gauche, dal riformista Raphaël Glucksmann al socialista Oliver Faure fino al radicale Jean-Luc Mélenchon, si erano subito affrettati a dettare la linea dell’unità anti-Rassemblement: via i nostri candidati dai triangolari quando sono in terza posizione, così da far vincere i macroniani contro l’estrema destra. Una apertura per nulla facile in alcuni casi, se si considera che una parte della sinistra detesta nel profondo – ampiamente ricambiata – il presidente della Repubblica, come non ha nascosto lo stesso Mélenchon domenica sera. Lo considera di destra per le sue politiche economiche e quelle sull’immigrazione e la sicurezza. E queste ultime due, guarda caso, sono state gestite dal Darmanin di cui sopra, il ministro degli Interni.
Da quando è iniziata la campagna elettorale, sul profilo X di Leslie Mortreux non c’è neanche un riferimento al candidato del Rassemblement, mentre gli insulti e gli attacchi sono indirizzati solo verso «l’abietto» Darmanin, padrone di Tourcoing prima da sindaco e poi da deputato. Senza dimenticare che l’ambizioso ministro – che ha lanciato messaggi contraddittori sull’ipotesi di lasciare il governo subito dopo le elezioni «per dedicarsi al territorio e a un altro progetto», nonostante ci sia da gestire la sicurezza alle Olimpiadi – è considerato omofobo per il suo no ai matrimoni egalitari, è stato accusato di stupro ed è regolarmente al centro di polemiche (anche con Giorgia Meloni sull’immigrazione).
Quindi: desistere o non desistere? Nel primo pomeriggio proviamo a chiamare Leslie Mortreux ma il telefono squilla a vuoto. Tutti gli altri candidati della sinistra arrivati terzi nella sua regione hanno già fatto un passo indietro, ma lei no. La leader regionale della France Insoumise dice che Leslie non si ritirerà, perché la regola vale solo nei casi in cui il candidato di estrema destra sia in testa, e qui invece c’è un macroniano.
La capa dei Verdi invece s’indigna, per lei è una decisione incomprensibile: «Questo collegio sarà osservato a livello nazionale e deve essere un esempio chiaro di diga repubblicana». I cronisti locali ci dicono che è un mistero, non si sa, forse parlerà la sera, dietro c’è un conflitto interno al partito di Mélenchon, e sui social sono in tanti a condividere le sue ragioni.
Poi invece, alle 18, arriva un comunicato con cui Leslie fuga ogni dubbio: «Mi ritiro e invito senza ambiguità a non votare per il Rn. Chiediamo che la società intera si risvegli davanti all’impostura di questo partito razzista, antisociale e menzognero». Caso chiuso insomma. Ora che Leslie si è decisa, decine di migliaia di elettori di sinistra vanno convinti a votare Darmanin. Così come, altrove, quel Rémy Rebeyrotte che fece il saluto nazista in aula o altri macroniani che, a gauche, sembrano rospi impossibili da baciare.