PARIGI — La Grande Muraglia è in costruzione, tra scettici, recalcitranti, e chi si chiama fuori. Emmanuel Macron ha passato la prima notte dopo i risultati del primo turno delle legislative con i suoi più stretti collaboratori e il ministro dell’Interno per tentare di creare un “blocco democratico e repubblicano” contro Marine Le Pen.
«Non un voto deve andare al Rassemblement National», ha annunciato il premier uscente Gabriel Attal, aprendo a negoziati per accordi di desistenza con la sinistra. Un’improvvisa capriola, dopo che sia Attal che Macron hanno denunciato per settimane gli opposti “estremismi”. Jean-Luc Mélenchon gemello di Le Pen, entrambi portatori del rischio di una «guerra civile», aveva detto il capo dello Stato.
Ora però l’urgenza è diventata un’altra: far perdere Le Pen. Ovvero, più realisticamente, farla vincere male. Una corsa contro il tempo - il secondo turno è domenica - per sottrarre circoscrizioni, seggi, e rendere così irraggiungibile la soglia di…
PARIGI — La Grande Muraglia è in costruzione, tra scettici, recalcitranti, e chi si chiama fuori. Emmanuel Macron ha passato la prima notte dopo i risultati del primo turno delle legislative con i suoi più stretti collaboratori e il ministro dell’Interno per tentare di creare un “blocco democratico e repubblicano” contro Marine Le Pen.
«Non un voto deve andare al Rassemblement National», ha annunciato il premier uscente Gabriel Attal, aprendo a negoziati per accordi di desistenza con la sinistra. Un’improvvisa capriola, dopo che sia Attal che Macron hanno denunciato per settimane gli opposti “estremismi”. Jean-Luc Mélenchon gemello di Le Pen, entrambi portatori del rischio di una «guerra civile», aveva detto il capo dello Stato.
Ora però l’urgenza è diventata un’altra: far perdere Le Pen. Ovvero, più realisticamente, farla vincere male. Una corsa contro il tempo - il secondo turno è domenica - per sottrarre circoscrizioni, seggi, e rendere così irraggiungibile la soglia di 289 deputati con cui avrebbe la maggioranza assoluta per governare. «Non bisogna sbagliarsi. È l’estrema destra che sta per accedere alle più alte cariche dello Stato. Nessun altro» ha spiegato il presidente riunendo ieri l’esecutivo in un clima teso e ostile. La strategia del capo dello Stato è stata apertamente criticata nel vertice all’Eliseo, fatto inedito. Molti ministri non hanno più nulla da perdere. Sanno che tra qualche giorno perderanno la poltrona. E pensano che, comunque vada, il macronismo è sul viale del tramonto.
Edouard Philippe ragiona già su una «maggioranza alternativa», scommettendo su un hung parliament, un parlamento appeso. «Tutto è da ricostruire, sono pronto», dice l’ex premier che rifiuta di chiamare a votare per la France Insoumise di Mélenchon.
Sulla stessa linea il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire. «Per me la France Insoumise è un pericolo per la Nazione quanto il Rassemblement National è un pericolo per la République», dice Le Maire denunciando «l’antisemitismo, il comunitarismo, la violenza» dei mélenchonisti. Anche la presidente dell’Assemblée Nationale, Yaël Braun-Pivet, mette una linea rossa sulla sinistra più radicale, e dopo il voto pensa possibile una grande coalizione dai comunisti ai Républicains, escludendo gli Insoumis.
«Siete degli irresponsabili», attacca la leader dei Verdi, Marine Tondelier, quasi in lacrime mentre attacca i centristi che praticano il ‘ni ni’, né l’estrema destra né la France Insoumise. «Finirete sconfitti e nel disonore», aggiunge Tondelier, che giorni fa è stata la prima a dire che avrebbe fatto accordi di desistenza. Domenica sera gli altri leader del Nouveau Front Populaire hanno confermato il “fronte repubblicano” contro l’estrema destra. Mélenchon si è presentato a urne appena chiuse con l’eurodeputata di origini palestinese Rima Hassan avvolta nella kefiah. L’ennesima provocazione. «Non sbagliamoci di nemico», ripete Raphaël Glucksmann. Per l’intellettuale della sinistra riformista le inclinazioni o divisioni politiche non contano più in vista di domenica. «Sarà un referendum per decidere se vogliamo mandare al governo l’estrema destra».
Nella gauche tanti sottolineano che Macron è stato eletto due volte all’Eliseo grazie al voto di elettori di sinistra che si sono turati il naso per non far vincere Le Pen. E il capo dello Stato l’ha riconosciuto ieri, parlando ai suoi ministri più scettici. «Ricordiamoci - ha detto - che nel 2017 e nel 2022 a sinistra tutti hanno aderito a questo messaggio». Sono ore drammatiche nel blocco centrale che ha governato la Francia negli ultimi 7 anni. Con telefonate da Parigi per convincere alcuni candidati a ritirarsi entro stasera, termine ultimo per depositare le liste.
La sinistra ha dato una regola, chiunque è in posizione meno favorevole per battere il Rn deve abbandonare la corsa per non disperdere voti. Il maldipancia è forte quando la gauche è chiamata a sostenere il ministro dell’Interno Gérald Darmanin, autore della contestata legge sull’immigrazione, o l’ex premier Elisabeth Borne, che ha fatto approvare la riforma delle pensioni.
La desistenza di Macron è invece a geometria variabile. Si decide “caso per caso”. Il capo dello Stato ha chiesto una profilazione dei candidati mélenchonisti, per escludere quelli impresentabili, considerati antisemiti o troppo radicali. I candidati del Rassemblement National e dell’alleato Eric Ciotti guidano la corsa in 297 circoscrizioni.
Per effetto degli accordi di desistenza, le oltre trecento triangolari (tre candidati qualificati al secondo turno) dovrebbero scendere a circa 130 e altri 370 circa saranno ballottaggi. E più o meno nella la metà delle sfide a due generate dalla desistenza, secondo i calcoli di alcuni macronisti, sarà possibile impedire la vittoria del Rn. «È difficile quantificare l’impatto di questi accordi di desistenza», avverte Frédéric Dabi, direttore dell’Ifop che nell’ultima proiezione prevede un massimo di 270 seggi per il Rn e Ciotti. L’istituto Elabe colloca invece il blocco di estrema destra in una fascia più alta, fino a 295 seggi. «Dalle nostre prime stime, la metà degli elettori del blocco centrale potrebbe astenersi e votare bianco», commenta Bernard Sananès, direttore di Elabe. «Nell’altra metà, un venticinque per cento voterà a sinistra, e un venticinque per cento per il Rn». È uno dei tanti paradossi di quest’elezione. Non l’unico, e forse neppure l’ultimo.