Francia, cresce l’ipotesi del “Draghi d’oltralpe”. Caccia a un tecnico per superare lo stallo
dalla nostra corrispondente Anais GinoriChristine Lagarde
(reuters)PARIGI - Cercasi Mario Draghi francese. Con la prospettiva di una maggioranza assoluta per il Rassemblement National che si allontana, salgono le quotazioni di un governo di unità nazionale sostenuto da una “maggioranza plurale”, come ha già cominciato a dire il premier Gabriel Attal. Un governo tecnico à l’italienne, o una grande coalizione alla tedesca: comunque, un esecutivo di larghe intese. Le definizioni variano, anche perché è un assetto politico-istituzionale tutto da inventare, davanti al rischio di un Paese ingovernabile per mesi.
Chi potrebbe tenere a battesimo una soluzione del genere? Gli sguardi si dirigono verso la Bce, dove oggi c’è Christine Lagarde. Macron le aveva già proposto di diventare premier all’iniz…
PARIGI - Cercasi Mario Draghi francese. Con la prospettiva di una maggioranza assoluta per il Rassemblement National che si allontana, salgono le quotazioni di un governo di unità nazionale sostenuto da una “maggioranza plurale”, come ha già cominciato a dire il premier Gabriel Attal. Un governo tecnico à l’italienne, o una grande coalizione alla tedesca: comunque, un esecutivo di larghe intese. Le definizioni variano, anche perché è un assetto politico-istituzionale tutto da inventare, davanti al rischio di un Paese ingovernabile per mesi.
Chi potrebbe tenere a battesimo una soluzione del genere? Gli sguardi si dirigono verso la Bce, dove oggi c’è Christine Lagarde. Macron le aveva già proposto di diventare premier all’inizio dell’anno. «Sarei onorata di servire di nuovo il mio Paese, ma ho una missione da compiere», aveva risposto allora Lagarde, insistendo sul fatto che non poteva abbandonare la battaglia contro l’inflazione. «Mi proponessero anche di essere la Regina di Prussia direi di no», spiegava la presidente della Bce, aggiungendo: «In questo momento».
Ecco, il momento è cambiato. Qualche schiarita sull’inflazione è cominciata a vedersi, ma soprattutto il grande malato dell’Europa rischia di diventare la Francia. E dietro le quinte il nome di Lagarde è tornato a girare. Insieme ad altre opzioni: Pierre Moscovici, attuale presidente della Corte dei Conti, Michel Barnier, ex commissario Ue, Laurent Berger, ex segretario del sindacato moderato Cfdt. Fino a domenica sera dalle parti dell’Eliseo non vogliono esporsi, vietato mettere in campo l’ipotesi di un governo tecnico. «Sarebbe un immenso favore a Marine Le Pen, che potrebbe cominciare a denunciare manovre per aggirare il voto popolare», spiega una fonte dell’entourage del capo dello Stato. Emmanuel Macron però ci riflette.
Uno dei segnali che le grandi manovre sono cominciate è l’incontro all’Eliseo avvenuto ieri con Gérard Larcher, presidente del Senato, seconda carica dello Stato e influente figura della destra gollista che non è scesa a patti con Le Pen. Macron, accusato di essere “un pompiere piromane” per la decisione improvvisa di convocare le elezioni, ora cerca di contenere l’incendio che potrebbe divampare all’indomani del voto. Se non emergerà una maggioranza assoluta dalle urne, domenica sera, allora dovrà essere lui, e solo lui secondo la Costituzione, a nominare un premier. «Anche in situazione di maggioranza relativa», precisa un macronista.
I numeri su cui si ragiona, infatti, sono risicati. «Se il Rn non avrà la maggioranza assoluta, se avrà 220 deputati o giù di lì, dipenderà da quanti seggi avranno i socialisti», ragiona Alain Minc, che frequenta da quarant’anni il potere e i potenti. «Macron ha un piccolo spazio per cercare di formare un governo di unità nazionale con un ruolo importante per i socialisti e alcuni repubblicani. Diventerebbe così un Presidente della Repubblica all’italiana», conclude Minc. Sarebbe un governo che mette insieme «l’arco repubblicano», come ha detto l’attuale presidente dell’Assemblée Nationale, Yaël Braun-Pivet: una parte della destra anti Ciotti, la totalità dei deputati del blocco centrale, la maggioranza di socialisti, comunisti e Verdi. E forse persino una parte della France Insoumise, visto che il partito di Jean-Luc Mélenchon è ormai attraversato da varie correnti, con alcuni deputati che potrebbero rompere con il Capo. Sarebbe una coalizione dei volonterosi per affrontare le emergenze e che nei numeri potrebbe raggiungere 250 deputati. Quanti ne aveva Macron prima di sciogliere l’Assemblée Nationale.
«Un governo tecnico non è mai successo sotto la Quinta Repubblica», osserva il costituzionalista Jean-Philippe Derosier: «Dovremmo ispirarci all’Italia, con un Presidente che consulta le forze politiche, oppure designa qualcuno che lo faccia per lui, tenendo conto che, secondo la Costituzione, non potrà indire nuove elezioni legislative prima di un anno». È questo il rischio di tutta l’operazione politica. Un governo tecnico non sarebbe costretto a chiedere l’investitura del parlamento, e potrebbe governare in maggioranza relativa.
Al tempo stesso, Macron dovrebbe accertarsi che non ci sia una maggioranza assoluta pronta a votargli contro la sfiducia: ovvero più di 289 deputati che potrebbero immediatamente farlo cadere. In caso di sfiducia, Macron dovrebbe proporre un altro nome, e poi forse un altro ancora, entrando in una spirale infernale. Potrebbe denunciare l’irresponsabilità delle forze politiche che bloccano il Paese, ma a quel punto partirebbe fortissima la pressione per farlo dimettere. Il capo dello Stato ripete che resterà all’Eliseo fino al 2027. Ma in caso di elezioni presidenziali anticipate, Le Pen avrebbe ancora più chance di vincere, rafforzata dall’essere stata esclusa dal governo tecnico. Dopo Draghi, la Meloni francese. [COPYRIGHT]
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