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Scandali, errori e omissioni: i 14 anni che hanno distrutto i Tory

(afp)
Tagli ai servizi pubblici, Brexit, crisi del Covid. Sono i capitoli principali di una stagione finita rovinosamente
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LONDRA — Tory story. Se fosse un film, non sarebbe un cartone animato come quello con cui rima: genere horror, piuttosto. E dire che il ciclo di quattordici anni di governi conservatori, concluso con la disfatta di ieri alle urne, comincia tra i sorrisi: nel maggio 2010, alla prima conferenza stampa nel giardino di Downing Street, David Cameron e il leader liberaldemocratico Nick Clegg, suo partner nella coalizione di governo, sembrano il simbolo di una nuova era, due quarantenni spigliati e sorridenti, dopo il burbero premier laburista Gordon Brown, che aveva tramato per sostituire Tony Blair ma era durato poco.

Cameron è soprannominato per l’appunto “Tory Blair”, una specie di Blair conservatore, perché giovanile, moderno e capace di spostare il partito al centro per prendere voti anche dalla fazione opposta, con una manovra analoga a quella avviata nel 1997 dal Tony del Labour. Ma quello fra Cameron e Clegg è un matrimonio di convenienza, dettato dal fatto che, da soli, i To…

LONDRA — Tory story. Se fosse un film, non sarebbe un cartone animato come quello con cui rima: genere horror, piuttosto. E dire che il ciclo di quattordici anni di governi conservatori, concluso con la disfatta di ieri alle urne, comincia tra i sorrisi: nel maggio 2010, alla prima conferenza stampa nel giardino di Downing Street, David Cameron e il leader liberaldemocratico Nick Clegg, suo partner nella coalizione di governo, sembrano il simbolo di una nuova era, due quarantenni spigliati e sorridenti, dopo il burbero premier laburista Gordon Brown, che aveva tramato per sostituire Tony Blair ma era durato poco.

Cameron è soprannominato per l’appunto “Tory Blair”, una specie di Blair conservatore, perché giovanile, moderno e capace di spostare il partito al centro per prendere voti anche dalla fazione opposta, con una manovra analoga a quella avviata nel 1997 dal Tony del Labour. Ma quello fra Cameron e Clegg è un matrimonio di convenienza, dettato dal fatto che, da soli, i Tory non hanno la maggioranza in parlamento. L’uomo chiave della coalizione è il terzo, George Osborne, ministro del Tesoro, che introduce una rigida austerity per appianare i debiti causati dall’intervento pubblico di Brown dopo la grande crisi finanziaria del 2007. I debiti alla fine vengono saldati, ma sanità, scuola, assistenza sociale e polizia ne pagano ancora le conseguenze. È il primo errore o, meglio, orrore, della Tory story.

Il secondo errore è indire il referendum del 2016 sulla Brexit. Cameron pensa di vincerlo, come ha vinto con qualche palpitazione, nel 2014, quello che respinge l’indipendenza della Scozia. Convoca la consultazione sull’appartenenza alla Ue perché teme di perdere voti per mano dell’Ukip, il partito antieuropeista a oltranza di Nigel Farage, che lo minaccia da destra. Solo che il referendum lo vincono i brexitiani, 52 a 48 per cento, il Blair dei Tory si dimette e al suo posto arriva la ministra degli Interni Theresa May, che nel referendum aveva votato per rimanere in Europa ma da premier, per riabilitarsi, spinge per una Brexit senza mezzi termini. May vince di un soffio le elezioni del 2017, i negoziati con Bruxelles si trascinano, sembra una lady di latta più che di ferro come aspirava a essere e nel 2019 Boris Johnson riesce a detronizzarla.

Boris sembra l’uomo della provvidenza. Si era schierato cinicamente per la Brexit, dopo avere preparato due articoli contrapposti, scartando quello che gli suonava peggio. Durante la campagna elettorale 2019 si nasconde dentro un frigorifero per evitare le domande scomode dei giornalisti. Al grido di “Get Brexit done” (completiamo la Brexit), stravince alle urne, battendo il laburista radicale Jeremy Corbyn: conquista la maggioranza più ampia dai tempi di Margaret Thatcher. Ma a quel punto inizia a precipitare e gli orrori si accumulano.

Quando scoppia la pandemia del Covid nel 2020, Johnson nega l’emergenza, ritardando i lockdown e provocando un’ondata micidiale di contagi. Si ammala pure lui, rischiando di morire. Si lascia manipolare da Dominic Cummings, il consigliere ribattezzato il suo Rasputin, che viola platealmente le regole imposte a tutto il Paese. Boris offre appalti miliardari ad amici personali. Insieme alla moglie Carrie, sempre più potente, trama per licenziare Cummings, che si vendica rivelando dettagli imbarazzanti sul suo conto. Finché vengono a galla le feste e le sbronze collettive del suo staff a Downing Street, mentre la nazione è sottochiave per il virus. Travolto dallo scandalo, nel 2022 Johnson è costretto a dimettersi. Se ne va con una battuta da cinema, “hasta la vista, baby!”, dopo avere accusato il ministro delle Finanze, Rishi Sunak, di averlo pugnalato alle spalle per le critiche che gli rivolge.

Liz Truss vince le primarie, sostenuta da Boris con un solo scopo, umiliare Sunak per vendicarsi di lui. Ma è un disastro: con un folle programma finanziario, la quarta premier della serie rischia di mandare il Regno in bancarotta. Viene rapidamente sfiduciata dai propri deputati, rimane al potere soltanto 45 giorni, «scaduta più in fretta di una lattuga in frigorifero», ironizza il tabloid Daily Star.

Ex-banchiere, sposato con la figlia di un miliardario, Sunak è il primo premier britannico di origine indiana, ma anche lui cade vittima di scandali, polemiche e proteste, dal controverso programma di deportazione degli immigrati illegali in Ruanda, che non riesce a partire, alla scoperta finale che i suoi collaboratori scommettevano sulla data delle elezioni anticipate. Il quinto premier conservatore in 14 anni le annuncia il 2 maggio, fradicio di pioggia davanti al portone di Downing Street, senza neanche un ombrello. La metafora di una nave che affonda: il Titanic del partito conservatore.

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