Iran, oggi il voto decisivo per la presidenza. La sfida è tra il medico riformista e il conservatore devoto, due idee opposte di Paese
di Gabriella ColarussoIl medico o il devoto, un riformista moderato o un ultraconservatore. Al secondo turno delle elezioni presidenziali, che terminerà questa sera, gli iraniani sono chiamati a una scelta cruciale per il Paese tra il candidato riformista, Masoud Pezeshkian e Saeed Jalili, ex negoziatore nucleare, che, pur nella continuità con il Sistema, rappresentano due idee contrapposte del Paese.
La prima incognita riguarda l’affluenza, crollata al primo turno al minimo storico del 39,9%, segno di una disaffezione diffusa nella maggioranza degli iraniani oggi pronti a mettere in discussione i principi fondamentali del proprio sistema di governo. Il divario politico nel Paese non è più la rivalità storica tra “Principalisti”, l’ultradestra religiosa, e “Riformisti”, è trasversale ai gruppi e riguarda la natura stessa del sistema, contrapponendo chi è fedele ai dettami della teocrazia e coloro che un cercano un cambiamento politico strutturale.
Il medico o il devoto, un riformista moderato o un ultraconservatore. Al secondo turno delle elezioni presidenziali, che terminerà questa sera, gli iraniani sono chiamati a una scelta cruciale per il Paese tra il candidato riformista, Masoud Pezeshkian e Saeed Jalili, ex negoziatore nucleare, che, pur nella continuità con il Sistema, rappresentano due idee contrapposte del Paese.
La prima incognita riguarda l’affluenza, crollata al primo turno al minimo storico del 39,9%, segno di una disaffezione diffusa nella maggioranza degli iraniani oggi pronti a mettere in discussione i principi fondamentali del proprio sistema di governo. Il divario politico nel Paese non è più la rivalità storica tra “Principalisti”, l’ultradestra religiosa, e “Riformisti”, è trasversale ai gruppi e riguarda la natura stessa del sistema, contrapponendo chi è fedele ai dettami della teocrazia e coloro che un cercano un cambiamento politico strutturale.
Né Pezeshian né Jalili offrono rappresentanza a questa seconda categoria perché entrambi si muovono nel solco della Repubblica Islamica, ma il medico di origini azere porta avanti il progetto di un Iran aperto all’occidente e più tollerante sulle libertà civili mentre Jalili rappresenta l’ala più oltranzista e indisponibile al compromesso.
Pezeshkian, 69 anni, chirurgo ed ex ministro della Salute, ha perso la moglie e non si è più risposato, crescendo da solo le sue due bambine. Vorrebbe riaprire il negoziato sul nucleare per far revocare le sanzioni e portare l’Iran nel sistema finanziario Fatf, cosa che richiederebbe riforme per la trasparenza da sempre ostracizzate dai conservatori. Ha il sostegno dell’apparato riformista, dall’ex presidente Khatami all’ex ministro degli esteri Zarif e dei loro sostenitori, anche giovani, ma non dell’ala più movimentista e di tutta quella società civile che chiede riforme democratiche.
Mousavi, l’ex leader dell’Onda verde ai domiciliari dal 2011, si è unito agli astensionisti, boicottando il voto. Lo stesso hanno fatto molti ragazzi del Movimento Donna, Vita,Libertà, che non credono più nella possibilità delle riforme. I progressisti che andranno alle urne invece guardano a Pezeshian nella speranza che possa migliorare la loro vita quotidiana, dai diritti delle donne e delle minoranze alla censura di Internet, fino ai salari e all’assistenza sanitaria. Se anche dovesse spuntarla, non sarà facile per lui governare con un Parlamento dominato dagli ultraconservatori.
Jalili invece è stato negoziatore sul nucleare durante la presidenza del populista Ahmadinejad, e di lui i diplomatici europei ricordano soprattutto il fervore ideologico e la chiusura a qualsiasi forma di compromesso. Sostiene un futuro in cui l’Iran sia sempre più distante dall’influenza occidentale e vicino alla Russia e alla Cina. Contrario al Jcpoa, l’intesa atomica, è convinto che l’autarchia e l’economia di resistenza possano neutralizzare gli effetti delle sanzioni e secondo molti osservatori potrebbe anche decidere di ritirarsi dal Trattato di non proliferazione se eletto, facendo ripiombare il Paese in una nuova crisi nucleare con lo spettro di nuove sanzioni.
Sul piano interno, il suo sarebbe un governo ortodosso e severo, con maggiore censura, leggi più severe sull’hijab, al punto che anche alcuni conservatori moderati o pragmatici sono preoccupati dalle sue politiche. Una parte dei sostenitori del candidato sconfitto Qalibaf, conservatore vicino ai Pasdaran, ha detto che voterà per Pezeshkian. La posta in gioco, per molti iraniani, è tra uno stato di crisi e il precipizio politico.