Elezioni nel Regno Unito: storico trionfo laburista, con Starmer la sinistra riconquista la Gran Bretagna
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA — Fuori Downing Street e a Westminster, l’antibrexit Steve Bray e i manifestanti europeisti mettono “Bella Ciao”: “Sarò qui fuori fino a mezzanotte di domani”, giura l’attivista gallese, “questa è Storia!”. In strada qualcuno esulta. Ai seggi e al quartier generale del Labour si stappano bottiglie. Si associa anche la giovane editorialista del Guardian, Rhiannon Lucy Cosslett: “Aprite lo champagne, per i vostri figli. Come fecero i miei genitori per me, nel 1997. Oggi torna la speranza”.
È il 4 luglio. Il giorno, anzi la notte, dell’indipendenza del Regno Unito dal dominio conservatore, dopo 14 anni di austerity, errori e flagelli nazionali come la Brexit. Alle 22 in punto di ieri sera, il Big Ben suona la campana dei Tory. E la Bbc annuncia le proiezioni: Sir Keir Starmer, figlio della working class, sarà il nuovo primo ministro britannico, 27 anni dopo il primo trionfo di Tony Blair: “Grazie della fiducia”, esulta. Spazzati via Rishi Sunak, il 44enne paperone più r…
LONDRA — Fuori Downing Street e a Westminster, l’antibrexit Steve Bray e i manifestanti europeisti mettono “Bella Ciao”: “Sarò qui fuori fino a mezzanotte di domani”, giura l’attivista gallese, “questa è Storia!”. In strada qualcuno esulta. Ai seggi e al quartier generale del Labour si stappano bottiglie. Si associa anche la giovane editorialista del Guardian, Rhiannon Lucy Cosslett: “Aprite lo champagne, per i vostri figli. Come fecero i miei genitori per me, nel 1997. Oggi torna la speranza”.
È il 4 luglio. Il giorno, anzi la notte, dell’indipendenza del Regno Unito dal dominio conservatore, dopo 14 anni di austerity, errori e flagelli nazionali come la Brexit. Alle 22 in punto di ieri sera, il Big Ben suona la campana dei Tory. E la Bbc annuncia le proiezioni: Sir Keir Starmer, figlio della working class, sarà il nuovo primo ministro britannico, 27 anni dopo il primo trionfo di Tony Blair: “Grazie della fiducia”, esulta. Spazzati via Rishi Sunak, il 44enne paperone più ricco di re Carlo, e il partito conservatore: 410 seggi su 650 totali per il Labour, quasi come Blair nel 1997 (418), contro 131 dei tories. La disfatta più umiliante della loro storia dal 1832. Crollano anche gli indipendenti scozzesi, da 48 a 10 seggi, mentre volano i Lib-dem dopo gli show del suo leader Sir Ed Davey: da 11 a 61 seggi.
È uno tsunami politico, annunciato da mesi. O il senso di una fine, direbbe Julian Barnes. Inutili le promesse di tagli alle tasse e benefit ai pensionati: Sunak potrebbe addirittura perdere il seggio. Sarebbe la prima volta nella storia della democrazia britannica per un premier uscente. Eppure, nel 2019 Boris Johnson ottenne una maggioranza monstre di 365 seggi contro i 203 del Labour anche grazie a un avversario flebile come Jeremy Corbyn.
Stavolta, invece, al timone del Labour c’è il 61enne Starmer, integerrimo ex procuratore capo della Corona, che solo quattro anni fa ha raccolto un partito dilaniato dal flop Corbyn e dalle accuse di antisemitismo. Nel 2021 stava per dimettersi dopo l’ennesima debacle subita alle elezioni locali da Johnson. Ma la riservatissima moglie Victoria, che ieri lo ha accompagnato a votare a Londra, lo convinse a restare.
Da allora, puntando al centro moderato e patriottico, Starmer ha ricostruito il partito e il rapporto con la comunità ebraica. Senza promesse altisonanti, se non serietà, stabilità, sicurezza, più tasse ai giganti petroliferi e alla scuole private, un milione e mezzo di nuove case. In un Paese ben peggiore di quello ereditato da David Cameron nel 2010: economia anemica, sanità pubblica in ginocchio. “Non vediamo l’ora di lavorare per il Paese”, dice Angela Rayner, la vice “operaia” di Starmer, la donna più potente del governo insieme a Rachel Reeves, prima donna “Cancelliera dello Scacchiere” a capo delle Finanze.
Mentre i conservatori si sono votati al culto dell’autodistruzione. Tra scandali come il Partygate di Boris Johnson, catastrofi come Liz Truss durata meno di una lattuga e gaffe indimenticabili, come la fuga di Sunak dalle celebrazioni del D-Day in Normandia. In più, Nigel Farage ha deciso di candidarsi con il suo partito anti-migranti Reform UK e ha cannibalizzato i “traditori” tories a destra, conquistando addirittura 13 seggi nonostante l’uninominale secco. Insomma, la tempesta perfetta.
Mentre beve una pinta al pub Red Lion di Whitehall, un veterano di Downing Street ci dice: “C’è una tristezza profonda oggi a Number 10. È la fine di un impero. Ma, sotto sotto, siamo tutti eccitatissimi di partecipare alla nuova era”. Oggi alle 11 locali, con moglie e figlie, Sunak andrà a Buckingham Palace da re Carlo III per dimettersi. Starmer arriverà un’ora dopo, un inchino al sovrano che lo incaricherà di formare il nuovo governo, per poi varcare la soglia della porta nera col numero 10. E terrà il primo discorso in cortile davanti al gatto di casa, Larry, che così accoglierà il suo sesto primo ministro.
Lo spettro della supermaggioranza ottenuta dal Labour non ha ridotto l’affluenza, al 67% come nel 2019. E nemmeno l’obbligo di documento di riconoscimento per la prima volta in elezioni nazionali. Prima di andar via, Sunak ha nominato a sorpresa Lord anche il conservatore Alister Jack, coinvolto nell’ultimo scandalo delle scommesse sulle elezioni anticipate. L’affronto finale, gridano i giornali di sinistra. Ma cosa importa, oramai. Here comes the sun, cantavano i Beatles. Dalla Manica, splende il nuovo sole del centrosinistra su un’Europa sempre più nera.