Hamas dice sì a una tregua temporanea, ora l’accordo è più vicino
di Paolo Brera“Negli ultimi nove mesi non siamo mai stati così vicini a un accordo”. Se hanno ragione il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant e il generale Gadi Eisenkot - l’ex ministro che ha lasciato il gabinetto di sicurezza e il governo per protestare contro il siluramento di ogni possibilità di accordo con Hamas - il tentativo in corso a Doha ha rimesso sui binari il negoziato. Si è improvvisamente riaperto uno spiraglio verso il cessate il fuoco che pareva ormai definitivamente sepolto dalle bombe e dall’intransigenza di posizioni troppo distanti.
A più di un mese dalla proposta messa sul tavolo dal presidente Usa Joe Biden, la risposta consegnata finalmente da Hamas ai negoziatori ha rimosso il paletto che rendeva impossibile conciliare le pretese del leader dei miliziani, Yahya Sinwar, con quelle di Netanyahu e della destra israeliana che lo sostiene: ha ritirato la pretesa di ottenere, in cambio della liberazione degli ostaggi, un cessate il fuoco definitivo, scegliendo di ac…
“Negli ultimi nove mesi non siamo mai stati così vicini a un accordo”. Se hanno ragione il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant e il generale Gadi Eisenkot - l’ex ministro che ha lasciato il gabinetto di sicurezza e il governo per protestare contro il siluramento di ogni possibilità di accordo con Hamas - il tentativo in corso a Doha ha rimesso sui binari il negoziato. Si è improvvisamente riaperto uno spiraglio verso il cessate il fuoco che pareva ormai definitivamente sepolto dalle bombe e dall’intransigenza di posizioni troppo distanti.
A più di un mese dalla proposta messa sul tavolo dal presidente Usa Joe Biden, la risposta consegnata finalmente da Hamas ai negoziatori ha rimosso il paletto che rendeva impossibile conciliare le pretese del leader dei miliziani, Yahya Sinwar, con quelle di Netanyahu e della destra israeliana che lo sostiene: ha ritirato la pretesa di ottenere, in cambio della liberazione degli ostaggi, un cessate il fuoco definitivo, scegliendo di accontentarsi per ora di una tregua temporanea.
È un passo politico fondamentale: consente a Netanyahu di ribadire il suo impegno a “porre fine alla guerra solo dopo aver raggiunto tutti gli obiettivi”, come ha detto anche ieri a Biden in un colloquio, senza che questo possa diventare una scusa per far saltare un accordo che non vuole. Tra poche settimane, il 28 luglio, il parlamento israeliano fermerà i lavori per tre mesi: Netanyahu avrebbe mano libera per cercare di prendere il controllo militare della Striscia, mantenendo in piedi la coalizione di governo sempre più dominata dai falchi. Avrebbe tre mesi per provare a ottenere una vittoria sul campo che lo lasci al potere allontanando la resa dei conti, anche giudiziaria, che lo attende.
Ma la mossa di Hamas ribalta gli equilibri. Netanyahu ha inviato un team di negoziatori guidati dal capo del Mossad, David Barnea, in Qatar a vedere le carte di Hamas e a valutare le prossime mosse. Lo ha fatto prima di riunire il gabinetto di sicurezza, in cui le opinioni sul rifiuto ferreo di un accordo con Hamas sono prevalenti. Poi ha chiamato Biden, con cui il colloquio era in agenda, e il presidente americano gli ha espresso la sua soddisfazione.
Secondo quanto è filtrato fino a ora, la risposta di Hamas è positiva nei principi e costituirebbe una buona base di partenza per definirne i dettagli, come i nomi degli ostaggi israeliani e dei prigionieri palestinesi da liberare per primi. Per gli ostaggi la priorità andrebbe alle donne soldato, agli anziani e agli infermi. La posizione di Hamas sulla sostanza dell’accordo non stravolgerebbe il piano presentato da Biden, che prevede tre fasi: la prima comporta un cessate il fuoco di sei settimane e il ritiro di tutte le forze israeliane, il rilascio di un primo blocco di ostaggi in cambio di un certo numero di prigionieri palestinesi. La seconda fase porta alla liberazione di tutti i rimanenti ostaggi vivi, la terza alla restituzione dei corpi e all’avvio della ricostruzione di Gaza.
Hamas aveva sempre preteso che il cessate il fuoco durante la prima fase fosse garantito anche per le successive, portando di fatto alla fine immediata e definitiva della guerra. Una condizione che avrebbe salvaguardato la possibilità di Hamas di mantenere il controllo sulla Striscia, inaccettabile per Netanyahu. Ora ha rimosso questa pretesa.
In un'intervista televisiva con Channel 14, un mese fa Netanyahu aveva detto di essere disposto a chiudere un accordo parziale per il rilascio di alcuni ostaggi, ma di rimanere impegnato a continuare la guerra dopo una pausa umanitaria. La sua posizione non è cambiata, ma il passo avanti di Hamas è una sfida che non può non cogliere di fronte a un Paese che ogni settimana porta decine e a volte centinaia di migliaia di persone in piazza per chiedere le sue dimissioni e la firma di un accordo che salvi la vita agli ostaggi.
La novità che arriva dall’ufficio politico di Hamas ha conseguenze immediate su tette le crisi aperte nella regione, prima tra tutte quella con Hezbollah in Libano. Hassan Nasrallah, il leader del gruppo armato libanese, ha ricevuto una delegazione di Hamas guidata da Khalil al-Hayya discutendo lo sviluppo della situazione non solo a Gaza ma anche “in Libano, Yemen e Iraq”. E hanno esaminato i negoziati in corso a Doha e le proposte per “porre fine all'aggressione contro il popolo palestinese a Gaza”, dice la tv libanese al-Manar.
Hezbollah ha più volte ribadito che avrebbe cessato gli attacchi in caso di tregua a Gaza. Il cessate il fuoco frutto di un accordo a Doha potrebbe dunque allontanare l’incubo di un’escalation del conflitto con una guerra in profondità in Libano, un’ipotesi purtroppo ancora fortemente sul tavolo. E potrebbe aprire la porta a un negoziato che comporti l’arretramento delle forze di Hezbollah dietro il fiume Litani, in Libano, e il ritorno alle proprie case di migliiaia di israeliani e libanesi sfollati dalle regioni vicine al confine, battuto quotidianamente da missili, raid e colpi di artiglieria.