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Keir Starmer, il magistrato figlio di operai che vuole rifare grande il Labour

Keir Starmer con la moglie Victoria (fotogramma)
È contrario alla Brexit ma non tornerà nell’Ue. Aveva promesso di unire le diverse anime del partito, poi ha emarginato i Corbyniani: ritratto del nuovo premier britannico
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LONDRA — E così, mentre in Europa tira un vento di destra, il Regno Unito vira a sinistra, con nei panni di timoniere un laburista di 61 anni, ex-avvocato dei diritti umani, ex-procuratore capo d’Inghilterra e Galles, gran tifoso dell’Arsenal, piuttosto bravo a calcetto nelle partitelle settimanali 5 contro 5 insieme agli amici.

Come ha fatto Keir Starmer a diventare primo ministro, facendo cambiare rotta al proprio Paese, dopo 14 anni di governi conservatori? Chi è davvero questo sir, titolo ottenuto per il lavoro di magistrato, figlio di un operaio e di un’infermiera, primo della sua famiglia a laurearsi? E chi è Victoria, detta Vic dal marito, avvocata 50enne di religione ebraica, decisa a difendere la privacy propria e dei loro due bambini anche dopo il trasferimento a Downing Street, perciò già ribattezzata “la first-lady riluttante”?

Orgoglioso di provenire dalla classe operaia, Starmer ha ricordato recentemente che, per arrivare alla fine del mese, a un certo punto i …

LONDRA — E così, mentre in Europa tira un vento di destra, il Regno Unito vira a sinistra, con nei panni di timoniere un laburista di 61 anni, ex-avvocato dei diritti umani, ex-procuratore capo d’Inghilterra e Galles, gran tifoso dell’Arsenal, piuttosto bravo a calcetto nelle partitelle settimanali 5 contro 5 insieme agli amici.

Come ha fatto Keir Starmer a diventare primo ministro, facendo cambiare rotta al proprio Paese, dopo 14 anni di governi conservatori? Chi è davvero questo sir, titolo ottenuto per il lavoro di magistrato, figlio di un operaio e di un’infermiera, primo della sua famiglia a laurearsi? E chi è Victoria, detta Vic dal marito, avvocata 50enne di religione ebraica, decisa a difendere la privacy propria e dei loro due bambini anche dopo il trasferimento a Downing Street, perciò già ribattezzata “la first-lady riluttante”?

Orgoglioso di provenire dalla classe operaia, Starmer ha ricordato recentemente che, per arrivare alla fine del mese, a un certo punto i genitori furono costretti a rinunciare al telefono. La voglia di eccellere nasce da lì, al punto che, se non ci riesce, preferisce lasciare perdere: da ragazzo smette di andare a lezione di flauto, quando si rende conto dei propri limiti. Si iscrive al Labour a 16 anni. Laurea in legge a Leeds, master a Oxford, brillante carriera come barrister, avvocato d’alto rango, occupandosi di diritti umani, quindi addirittura King’s Counsel, Consigliere del Re, top della professione forense, infine la nomina a procuratore generale. Dando la caccia a terroristi e narcos si accorge di poter eccellere anche in politica, nel 2015 è eletto deputato, nel 2019 vince con facilità le primarie del partito per la successione a Jeremy Corbyn, travolto alle urne da Boris Johnson.

Di Corbyn, Keir era stato uno stretto collaboratore, eppure adesso rivela: «Sapevo che avrebbe perso». Presone il posto, all’inizio dice che unirà nostalgici del blairismo e corbyniani di ferro, ma la peggiore sconfitta sofferta dai laburisti in quasi un secolo lo induce a rompere con il radicalismo del predecessore, imboccando senza tentennamenti una strada che somiglia alla Terza Via di Blair: non ha certo il carisma di Tony, ma la determinazione è quella. Ripulisce il partito dai sentimenti antiamericani, anticapitalisti e antisemiti cresciuti all’ombra di Corbyn. Musulmani britannici e giovani socialisti lo accusano di non criticare abbastanza Israele nella guerra di Gaza, ma in effetti è sulle medesime posizioni di Usa e Ue: condanna i massacri di Hamas, appoggia uno Stato palestinese, si dice pronto ad accettare i verdetti della Corte Internazionale dell’Aia, che accusa il premier israeliano Netanyahu di crimini contro l’umanità.

Sulla guerra in Ucraina sostiene Kiev, senza se e senza ma. Della Brexit, a cui si opponeva con più veemenza dell’euroscettico Corbyn, predice che nel corso della sua vita difficilmente il Regno Unito tornerà nell’Unione Europea, ma promette di migliorare i rapporti con Bruxelles. Eredita dal premier uscente Sunak una situazione economica disastrosa, ma si impegna a ridare «una ragionevole speranza» alla gente.

“Change”, cambiare, è stato lo slogan, semplice e conciso, della sua campagna elettorale, adottato anche dal Sun, il tabloid di destra di Rupert Murdoch, nell’editoriale con cui gli ha dato l’endorsement, come fece a sorpresa anche con Blair nel 1997. Concorda il Financial Times: «Il Regno Unito ha bisogno di una svolta». E la svolta è arrivata.

Di padre ebreo emigrato dalla Polonia e madre inglese convertita all’ebraismo, la moglie Victoria ricorda ancora cosa pensò al primo incontro con Starmer: «Chi cavolo crede di essere, questo qui?». Dopodiché, sbocciò un grande amore. La sua influenza su Keir non deve essere piccola, se lo ha convinto a scegliere anche per i figli la fede ebraica; e se lui dice di voler passare il venerdì sera in famiglia anche da capo del governo, per celebrare insieme l’inizio dello Shabbat (desiderio strumentalizzato dai conservatori per definirlo un lavativo, quando in realtà è uno stakanovista).

Come vuole la tradizione, al tramonto di ogni venerdì ci saranno dunque candele accese alle finestre della loro nuova residenza, a Downing Street. Ma la luce che Starmer ha diffuso con la sua vittoria a valanga risplende fin oltre il canale della Manica, come un possibile modello da seguire: la prova che la sinistra può vincere, anche in questi tempi in cui sull’Europa soffia il vento populista della destra. Sir Keir, il timoniere britannico, ci è riuscito andando a pescare voti pure nel terreno avversario, perlomeno al centro dell’elettorato, e costruendo un campo largo, anzi larghissimo.

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