Mélenchon conquista la banlieue di piazza Lenin: “Siamo la nuova Francia, no a governi di coalizione”
dal nostro inviato Daniele Castellani PerelliJean-Luc Melenchon a Villiers-sur-Marne
CHAMPIGNY-SUR-MARNE — Piazza Lenin aspetta impaziente lo show del compagno Mélenchon. E non rimarrà delusa. Il discusso leader de La France Insoumise, la componente radicale del cartello delle sinistre del Nuovo Fronte Popolare, ha scelto la vecchia banlieue rossa parigina di Champigny-sur-Marne, sede del Museo della Resistenza, per chiudere la sua campagna elettorale.
Sulla piazza dedicata al rivoluzionario russo si concentra un pubblico multiculturale, giovane e con le idee chiare. Proprio come Aicha Ennaes, 23 anni, studentessa di diritto e musulmana velata: «Mi piace il suo programma, dall’aumento del salario minimo alla difesa dei diritti degli immigrati». Come lei anche Marius Delomosne, professore di scienze naturali di 29 anni, sente che questa sinistra è differente: «Raphaël Glucksmann? È un’altra cosa. Dopo il fallimento dei socialisti la gauche sarabbe sparita, non fosse stato per Mélenchon. Per questo sono contento che, se alla fine si farà un governo di coalizione, n…
CHAMPIGNY-SUR-MARNE — Piazza Lenin aspetta impaziente lo show del compagno Mélenchon. E non rimarrà delusa. Il discusso leader de La France Insoumise, la componente radicale del cartello delle sinistre del Nuovo Fronte Popolare, ha scelto la vecchia banlieue rossa parigina di Champigny-sur-Marne, sede del Museo della Resistenza, per chiudere la sua campagna elettorale.
Sulla piazza dedicata al rivoluzionario russo si concentra un pubblico multiculturale, giovane e con le idee chiare. Proprio come Aicha Ennaes, 23 anni, studentessa di diritto e musulmana velata: «Mi piace il suo programma, dall’aumento del salario minimo alla difesa dei diritti degli immigrati». Come lei anche Marius Delomosne, professore di scienze naturali di 29 anni, sente che questa sinistra è differente: «Raphaël Glucksmann? È un’altra cosa. Dopo il fallimento dei socialisti la gauche sarabbe sparita, non fosse stato per Mélenchon. Per questo sono contento che, se alla fine si farà un governo di coalizione, noi non ci entreremo». E quando gli chiediamo se oggi andrebbe a votare Macron in un ipotetico duello con Marine Le Pen ride e dice: «Che dramma, scegliere tra una fascista e la persona che con le sue leggi sulla sicurezza e l’immigrazione ha sdoganato le idee dei fascisti. Ma alla fine voterei Macron».
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Sullo sfondo è appena ripartita la canzone rap Médine France (gioco di parole per “Made in France”), quando ecco che arriva finalmente lui, il tribuno del popolo, il politico oggi più amato-odiato in Francia dopo — forse — Marine Le Pen.
La prima a parlare è la deputata Clémence Guetté. Cita Albert Camus e Victor Hugo, attacca i «fascisti xenofobi» e invoca la speranza contro l’odio. Poi è il turno del 28enne Lyes Louffok, il candidato del collegio. Jean-Luc Mélenchon ha dunque scelto di apparire, per l’ultimo appuntamento della campagna, accanto un volto giovane e fresco, un attivista per i diritti dell’infanzia candidato a sorpresa, simbolo dell’apertura della France Insoumise alla società civile. Louffok ha dedicato la vita al dramma dei bambini che, come successe a lui, vengono tolti alla proprie famiglie. Al primo turno è finito primo con il 33%, davanti a un repubblicano e a una esponente del Rassemblement, che domenica sfiderà al ballottaggio.
Jean-Luc Melenchon
Ora che i gruppi spalla hanno concluso, finalmente arriva la rockstar, che finora in prima fila aveva preso appunti ossessivamente. «Visto che tutte le cose importanti sono già state dette, mi occuperò del resto», scherza. «Siamo in un momento storico dove la Francia che verrà non assomiglierà alla Francia che è stata», profetizza, ma non si sa se si riferisce alla vittoria dell’estrema destra o a quella maggioranza assoluta per le sinistre in cui dice di credere. Finora Macron non è mai stato citato. Ma ci pensa lui. Il primo affondo è per le sue colpe nella crisi in Nuova Caledonia, dove si è comportato «da colonialista».
Il suo discorso è un crescendo di invettive, battute e persino imitazioni (fa il verso ai giornalisti «che-sanno-tutto-loro»). Fumantino, se la prende per il microfono che viene e va («Non dovrebbe pensarci qualcuno?») e anche con un fan che disturba («Zitto sennò perdo il filo»). Tutta una lunga prima parte è sulla politica estera: «Se avremo la maggioranza assoluta riconosceremo lo Stato palestinese. L’Ucraina ha il sacrosanto diritto di difendersi, la Francia sa bene cosa significa essere invasa, ma non possiamo favorire un’escalation, perché ci sono duemila soldati francesi in prima linea sul fronte Est dell’Europa e sarebbero oggetto di rappresaglia russa. La guerra non è un videogame».
Poi passa all’attacco delle politiche neoliberali e infine delle «politiche razziste» dei lepenisti: «Noi siamo la Francia multietnica, siamo la nuova Francia. Basta sentirsi ai margini, siamo il cuore del Paese e siamo il suo futuro, perché rappresentiamo i quartieri popolari, lì dove vive la maggioranza dei giovani, che sono la parte più importante della società. Gli altri vogliono dividere i francesi, noi vogliamo unirli. Voilà! Ecco chi siamo noi! Guardaci Marine Le Pen, chi ha il nonno straniero alzi la mano!».
Le mani si alzano e poi si chiudono per applausi che ormai sono scroscianti. La sua voce annichilisce anche il rumore degli autobus. Parla di asili nido, ospedali, salario minimo: «Il nostro programma costa troppo? Lo dicono quelli che hanno mandato in fumo miliardi!». Poi, in coda, l’appello agli astensionisti e il messaggio politico: «Non parteciperemo a governi di coalizione. Anzi vi dico che si stanno già preparando a fare un governo con l’estrema destra, i repubblicani e la destra di Macron, e diranno pure “eh noi ci sacrifichiamo…”».
«Vive la France!», gridano, e parte infine la Marsigliese. Mélenchon la canta con il pugno sinistro alzato e la poca voce che gli è rimasta. Applausi e commozione ma come in ogni concerto che si rispetti c’è lo spazio per il bis. Mélenchon torna: «Quando cantate la strofa sui bambini e le donne sgozzate — dice — immaginatevi oggi a Gaza».