Così la Nato sta perdendo la guerra dei droni
di Gianluca Di FeoUn record di fuoco: nessuna squadra navale statunitense aveva affrontato così tante azioni di combattimento dal 1945. Ma soprattutto nessuna formazione della Nato si era mai trovata prima a misurarsi con la realtà della guerra dei droni. Il contrammiraglio Marc Miguez dalla plancia della portaerei Eisenhower è finito all’improvviso nel mezzo di una battaglia che non era stata prevista: l’emergenza scatenata in tutto il Medio Oriente dai massacri del 7 ottobre ha costretto il suo gruppo d’attacco – Carrier Strike Group – a passare improvvisamente dalla routine delle esercitazioni nel Mediterraneo a una missione bellica nel Mar Rosso che ha continuato ad allungarsi. Solo in questi giorni sta rientrando negli States, lasciandosi alle spalle otto mesi di servizio e una lezione che tutti i comandi stanno studiando. Perché l’Occidente deve imparare in fretta a misurarsi con l’era degli automi da combattimento.
La lezione del Mar Rosso
“Il nostro schieramento è stato senza precedenti in…
Un record di fuoco: nessuna squadra navale statunitense aveva affrontato così tante azioni di combattimento dal 1945. Ma soprattutto nessuna formazione della Nato si era mai trovata prima a misurarsi con la realtà della guerra dei droni. Il contrammiraglio Marc Miguez dalla plancia della portaerei Eisenhower è finito all’improvviso nel mezzo di una battaglia che non era stata prevista: l’emergenza scatenata in tutto il Medio Oriente dai massacri del 7 ottobre ha costretto il suo gruppo d’attacco – Carrier Strike Group – a passare improvvisamente dalla routine delle esercitazioni nel Mediterraneo a una missione bellica nel Mar Rosso che ha continuato ad allungarsi. Solo in questi giorni sta rientrando negli States, lasciandosi alle spalle otto mesi di servizio e una lezione che tutti i comandi stanno studiando. Perché l’Occidente deve imparare in fretta a misurarsi con l’era degli automi da combattimento.
La lezione del Mar Rosso
“Il nostro schieramento è stato senza precedenti in ogni senso del termine. Le nostre attività hanno compreso un lungo elenco di ‘prime volte’: stiamo ancora studiando ed elaborando la lezione di ogni missile e di ogni drone che siamo riusciti ad abbattere ma abbiamo ottenuto un’esperienza di combattimento importante che ci aiuterà ad affrontare i conflitti del futuro”. Il contrammiraglio Miguez ha scritto su una rivista interna dell’Us Navy un breve testo che sintetizza la sua spedizione: gli aerei imbarcati sulla Eisenhower sono decollati 13 mila volte, lanciando ottanta missili aria-aria e 350 ordigni aria-terra; le navi hanno scagliato cento tra missili contraerei Standard e cruise Tomahawk. Un intero arsenale per fermare le incursioni condotte dagli Houti yemeniti soprattutto con droni volanti o naviganti, con l’imperativo per la flotta Usa di inventare nuovi metodi per reagire alle aggressioni. “Hanno preso di mira non solo i mercantili ma anche la nostra squadra – ha sottolineato Miguez -. Abbiamo dovuto essere perfetti per tutto il tempo della missione mentre agli Houti bastava esserlo una sola volta”.
Uomini contro macchine
È quasi paradossale come l’alto ufficiale attribuisca il successo della spedizione statunitense all’addestramento del personale: a fare la differenza non sono state le tecnologie, ma gli uomini e alle donne che hanno gestito la battaglia. Gli scontri nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano sono stati ancora dominati dal fattore umano, perché le attività delle unità americane come di quelle europee intervenute a difendere la libertà di navigazione non sono state caratterizzate dalla predominanza di sistemi automatizzati o di mezzi senza equipaggio: nella maggioranza dei casi la sfida è stata tra gli esseri umani a bordo delle navi o degli aerei, che agivano con il supporto di strumentazioni elettroniche avanzate, e droni, che in diversi casi individuavano gli obiettivi e trasmettevano le informazioni ad altre macchine o alle batterie missilistiche nascoste sulla costa.
Prima di allora, le forze occidentali non si erano mai trovate davanti una minaccia simile. Gli Houti finora hanno lanciato 373 droni killer aerei e trenta marittimi, oltre a 165 missili. Il Pentagono oggi ha in servizio poche centinaia di grandi ricognitori teleguidati in grado di compiere anche bombardamenti – come i Predator o i Reaper – assieme a qualche migliaio di più piccoli quadricotteri spia per i reparti terrestri; nei Paesi europei ce ne sono cinquanta volte di meno. Il conflitto yemenita rappresenta un momento di transizione tra il passato e il futuro, che vede l’ingresso in campo di quantità significative di droni ma in numeri comunque tali da potere essere gestiti con tattiche e strumenti “vecchio stile”. Il problema è che il futuro di cui si discute nei vertici dell’Alleanza atlantica è già il passato rispetto a quello che accade ogni giorno sulla linea del fronte in Ucraina.
Il confitto dis-umano
Lì i droni impiegati quotidianamente sono migliaia, in massima parte in volo, ma in quantità crescenti pure sul mare e sul terreno. Lì dall’inizio dell’invasione sono state elaborate e prodotte tre generazioni di macchine guerriere, inventando tattiche di impiego e una panoplia di strumenti per abbattere quelli degli avversari. I modelli che stanno venendo introdotti in queste settimane dispongono di sistemi di guida autonomi: non hanno bisogno di essere teleguidati da un uomo, spesso non necessitano delle coordinate satellitari per orientarsi. E comincia a comparire una percentuale rilevante di ordigni che individuano e distruggono gli obiettivi in maniera automatica. La presenza di dispositivi pilotati dall’intelligenza artificiale non è più un’eccezione e si stima che dal prossimo autunno Kiev schiererà una massa di piccoli velivoli dotati di Ai ma pure i tecnici di Mosca stanno facendo passi in avanti in questo settore. In maniera sorprendente, in questi mesi sono i russi a introdurre apparati innovativi: hanno appena presentato un minuscolo quadricottero low cost da intercettazione – il Vogan-9SP -, che distrugge i droni avversari individuati da una centrale radar e indicati da un laser.
Il ritardo della Nato
Oggi la maggioranza dei droni attivi sul fronte ucraino sono guidati con apparati FPV, acronimo di First Person View ossia con “vista in prima persona”: grazie a occhiali che trasmettono le immagini di una telecamera, l’operatore vede quello che il drone ha davanti. Soltanto la Lettonia ne ha forniti a Kiev ben 2500, che saranno bruciati in poche settimane di scontri. Stando ai dati riportati da Rid - Rivista Italiana Difesa - nei primi due mesi dell’anno infatti gli ucraini ne hanno lanciati 5.285 e i russi 4.120.
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Invece negli eserciti occidentali strumenti del genere restano una rarità. C’è un clamoroso ritardo nell’adottare quei sistemi “senza equipaggio” di ogni natura che si sono già rivelati decisivi nelle battaglie dell’estate 2022. Questo nasce dalla difficoltà di stare dietro alla rapidità del cambiamento delle tecnologie e delle tattiche ma soprattutto da un atteggiamento mentale che probabilmente non ha ancora raggiunto la consapevolezza della nuova era: una sorta di chiusura di fronte a un’innovazione che fa paura e mette in discussione secoli di dottrina militare.
Se si esaminano i programmi dei Paesi Nato, c’è una gara a spendere miliardi per acquisire armamenti tradizionali, dai carri armati alle artiglierie e ai cacciabombardieri, chiudendo gli occhi sul fatto che in Ucraina questi mezzi dipendono da una moltitudine di droni di vario tipo per potere individuare i bersagli e devono difendersi da una quantità di “loitering munition” o di altri ordigni teleguidati o automatizzati: tank, cannoni, navi e jet senza droni sono inutili.
La miopia atlantica non nasce da un problema economico: i costi di questi apparati sono estremamente ridotti, perché devono essere spendibili e sono in maggioranza adattamenti di prodotti commerciali. Forse c’è una questione di “relazioni industriali”, visto che nessuno dei colossi bellici americani ed europei li produce: sono realizzati da start up, da aziende minuscole oppure da grandi gruppi turchi o israeliani, primi a investire nel settore. L’ultimo prototipo di ricognitore teleguidato americano, che resta in volo per tre giorni con un prezzo pari a un terzo dei Reaper, è stato progettato dall’esordiente californiana Dzyne: nonostante le prestazioni rivoluzionarie, il Pentagono ne ha ordinati soltanto quattro esemplari.
Di fatto, il tema fondamentale della guerra moderna non è ancora all’ordine del giorno degli alti comandi. Così come resta limitata l’adozione di sistemi per contrastare i droni – sia con l’uso di armi convenzionali, sia con disturbi elettromagnetici – che invece russi e ucraini hanno distribuito a livello di plotone, equipaggiando persino le unità di fanteria più piccole.
Le forze armate dell’Alleanza atlantica si limitano a creare dei laboratori – l’Esercito italiano pochi mesi fa ha istituito un reggimento ad hoc; l’Us Army e i Marines si muovono su una dimensione più grande ma secondo lo stesso approccio – per studiare e valutare come procedere: invece l’urgenza è quella di “dronizzare” in maniera massiccia i reparti terrestri e progressivamente quelli navali. Un dibattito che - dopo trenta mesi di battaglie ucraine - comincia a nascere soltanto ora, come testimonia l’intervento di Piero Batacchi su Rid che propone un piano per “dronizzare” appunto l’Esercito italiano, addestrando subito ogni plotone a combattere secondo le nuove procedure.
Il concetto ibrido
A livello concettuale, gli Stati maggiori e le holding occidentali sembrano convinte che la soluzione sia puntare sull’integrazione tra macchine con equipaggio e sistemi automatici: il progetto italo-nippo-britannico Tempest prevede caccia con il pilota a bordo che dirigono una squadriglia composta da droni e pure l’Us Air Force ha varato il programma “loyal wingman” – gregario obbediente – con velivoli di questo tipo che affiancheranno i jet di prossima generazione. Non esiste ancora nulla di operativo – quello più “maturo” pare essere il Ghost Bat australiano – e c’è la prospettiva che serva un decennio per completare lo sviluppo.
Iniziative simili sono in corso sul fronte terrestre e marittimo: il tank Rheinmetall Panther – da cui Leonardo ricaverà il nuovo carro armato italiano – oltre al cannone può lanciare droni-killer mentre i nuovi sottomarini di Fincantieri faranno la stessa cosa in immersione. Per vederli in azione ci vorrà almeno un lustro.
Nonostante i venti bellicosi che spirano in Europa e in Asia, sono pochi a credere che la Nato possa venire coinvolta in un grande conflitto nel giro di pochi anni. Non c’è però tempo da perdere perchè la “guerra dei droni” non è appannaggio delle grandi potenze: gli Houti lo stanno dimostrando da nove mesi, aumentando qualità e quantità delle aggressioni nonostante la mobilitazione internazionale per fermarli. Il loro esempio rischia di essere imitato molto presto da altri movimenti jihadisti o da dittatori senza scrupoli, che cercano in tutti i modi di procurarsi ordigni teleguidati. “Non ci sono piani già pronti da seguire per affrontare minacce del genere – ha scritto il contrammiraglio Marc Miguez concludendo l’analisi della missione della Eisenhower nelle acque yemenite - . Ci vogliono un pensiero innovativo, la conoscenza della situazione e la capacità di valutare i fatti con onestà”.