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Le Pen, il sogno diventa incubo. L’estrema destra prova a consolarsi: “Vittoria solo rimandata”

(agf)

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Bardella prende di mira “l’alleanza del disonore” che nega il potere a Rn
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PARIGI — Le truppe lepeniste, anche stavolta, sono state fermate a un passo dalla capitale e costrette alla ritirata. A 15 chilometri dal cuore di Parigi, al Pavillon Chesnaie du Roy, nello splendido parco del Bois de Vincennes, ieri sera l’estrema destra francese ha visto trasformarsi in un incubo il sogno di una grande vittoria alle legislative. Dovrebbero prendere tra i 120 e i 152 seggi, lontanissimi dalla maggioranza assoluta, ma anche da quei 250-260 di maggioranza relativa che una settimana fa, al termine di un primo turno in cui avevano conquistato uno straordinario 33,15%, sembravano obiettivo alla portata.

E Marine? Dov’è Marine Le Pen? Parlerà lei o il giovane delfino Jordan Bardella, il candidato premier?, ci si chiede dentro l’elegante chalet di quest’antica riserva di caccia dei re. Una settimana fa, appena dieci minuti dopo l’annuncio dei primi risultati, la leader era corsa sul palco a incassare gli applausi del suo popolo, venti minuti prima di Bardella. Stavolta…

PARIGI — Le truppe lepeniste, anche stavolta, sono state fermate a un passo dalla capitale e costrette alla ritirata. A 15 chilometri dal cuore di Parigi, al Pavillon Chesnaie du Roy, nello splendido parco del Bois de Vincennes, ieri sera l’estrema destra francese ha visto trasformarsi in un incubo il sogno di una grande vittoria alle legislative. Dovrebbero prendere tra i 120 e i 152 seggi, lontanissimi dalla maggioranza assoluta, ma anche da quei 250-260 di maggioranza relativa che una settimana fa, al termine di un primo turno in cui avevano conquistato uno straordinario 33,15%, sembravano obiettivo alla portata.

E Marine? Dov’è Marine Le Pen? Parlerà lei o il giovane delfino Jordan Bardella, il candidato premier?, ci si chiede dentro l’elegante chalet di quest’antica riserva di caccia dei re. Una settimana fa, appena dieci minuti dopo l’annuncio dei primi risultati, la leader era corsa sul palco a incassare gli applausi del suo popolo, venti minuti prima di Bardella. Stavolta i due si fanno attendere. Così i sostenitori vengono lasciati soli con i propri brusii e con i buu per il discorso in tv del leader della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon. E alla fine il primo a mettere la faccia sulla sconfitta è il 28enne Bardella.

Entra con viso terreo, ringrazia per «il più grande risultato della storia del Rassemblement National». Ma poi dice che «malheureusement», purtroppo, ahinoi, «un’alleanza del disonore ha gettato la Francia tra le braccia dell’estrema sinistra di Mélenchon». Se alla fine del primo turno, per spaventare i francesi, il Rn aveva eletto a proprio nemico unico il populista della gauche, ora questi si divide l’onore con Emmanuel Macron, la cui coalizione li avrebbe alla fine anche superati. «Gli accordi voluti da Macron e da Gabriel Attal (il premier, ndr) privano gli elettori di un governo di Rn», dice, e poi attacca «il partito unico», che conduce la Francia «verso l’incertezza, l’instabilità, la paralisi delle istituzioni».

Punta dunque il dito contro la diga repubblicana, quella desistenza anti-lepenisti che già 22 anni fa aveva sbarrato la strada dell’Eliseo a papà Jean-Marie contro Jacques Chirac, e poi nel 2017 e nel 2022 alla stessa Marine contro Macron. Tuttavia, sostiene Bardella, «questa sera tutto comincia»: «Non ci piegheremo a nessun compromesso. Io sarò lì, con voi, fino alla vittoria. Questa sera un vecchio mondo è morto e nulla può fermare un popolo che si è rimesso a sperare».

Solo quasi un’ora dopo prende la parola Marine Le Pen. Non dal palco, ma in mezzo alla mischia dei giornalisti, al punto che all’inizio i sostenitori neanche se ne rendono conto. E nessuno sente cosa dice. E cosa dice? «La marea continua a salire. Questa volta non è salita abbastanza, ma continua a crescere e quindi la nostra vittoria è solo rimandata. Ho troppa esperienza per essere delusa da un risultato in cui raddoppiamo il numero dei parlamentari». «Marine Le Pen!», urlano dalla claque. È il segnale. Tutti cominciano a gridare: «Marine presidente! Marine presidente!». Lo sguardo è già al 2027, alla sfida per l’Eliseo.

Se vorrà salire sulla poltrona più nobile di Francia, però, dovrà analizzare cosa è andato storto. «Nous sommes prêts», siamo pronti a governare, aveva detto il 24 giugno Bardella, riprendendo lo slogan di Giorgia Meloni e dopo aver passato due anni a invocare proprio il ritorno alle urne. Ma pronti no, non lo erano. A partire dai candidati, dove hanno lanciato un’armata brancaleone composta da almeno 80 impresentabili – ben più dalle «4-5 pecore nere» ammesse da Bardella – tra complottisti, neofascisti, islamofobi, antisemiti e filorussi, con punte da freak show.

Siamo pronti, siamo pronti, ma in queste settimane non è stato fatto il nome di alcun possibile ministro. Qual era dunque il “plan Matignon”, il piano per portare Bardella nel palazzo del governo? Per non parlare dell’aggressività dimostrata da Le Pen sulle competenze dell’Eliseo in ambito di Forze armate e di scelta del commissario Ue, e della minaccia di penalizzare i francesi con doppia nazionalità.

Quale strada prenderanno adesso? Per ora sembrano aver evitato di gettarsi sulla narrazione della “vittoria negata”, suggerita in mattinata dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Il futuro è tutto da scrivere. Il tracollo delle attese – non è stata eletta neanche Marie-Caroline Le Pen, la sorella – non può far dimenticare che questo partito due anni fa aveva 89 deputati e nel 2017 ne contava appena otto.

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