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Da Amiens “la rossa” parte la fronda anti-Mélenchon: “Governiamo col centro”

(agf)
Il vincitore François Ruffin ha lasciato la France Insoumise contestando “il furore” del suo leader. Il partito diviso sulle alleanze
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AMIENS — L’hanno chiamata «la battaglia della Somma», con riferimento al ben più sanguinoso conflitto che si svolse nella regione durante la Prima guerra mondiale. Del ballottaggio di domenica scorsa tra la candidata del Rassemblement National e una delle figure più in vista della sinistra radicale francese, François Ruffin, restano ancora i manifesti elettorali lacerati, sui mattoni rossi dei muri di Amiens, ex bastione socialista che negli anni si è buttato all’estrema destra. E resta, rumorosa e sempre di grande attualità, una frase che ha fatto il giro della Francia, pronunciata proprio da Ruffin: «Jean-Luc Mélenchon è una palla al piede, è un ostacolo».

Una metà della gauche francese osanna il leader della France Insoumise, il punto di riferimento principale della componente radicale del cartello delle sinistre, il Nuovo Fronte Popolare (Nfp). E poi c’è l’altra metà che lo detesta, non lo sopporta. In questo secondo gruppo, però, non ci sono solo i riformisti come Raphaël Glucks…

AMIENS — L’hanno chiamata «la battaglia della Somma», con riferimento al ben più sanguinoso conflitto che si svolse nella regione durante la Prima guerra mondiale. Del ballottaggio di domenica scorsa tra la candidata del Rassemblement National e una delle figure più in vista della sinistra radicale francese, François Ruffin, restano ancora i manifesti elettorali lacerati, sui mattoni rossi dei muri di Amiens, ex bastione socialista che negli anni si è buttato all’estrema destra. E resta, rumorosa e sempre di grande attualità, una frase che ha fatto il giro della Francia, pronunciata proprio da Ruffin: «Jean-Luc Mélenchon è una palla al piede, è un ostacolo».

Una metà della gauche francese osanna il leader della France Insoumise, il punto di riferimento principale della componente radicale del cartello delle sinistre, il Nuovo Fronte Popolare (Nfp). E poi c’è l’altra metà che lo detesta, non lo sopporta. In questo secondo gruppo, però, non ci sono solo i riformisti come Raphaël Glucksmann. Ma anche tanti esponenti della sinistra di lotta, come Ruffin, che proprio tra il primo e il secondo turno delle legislative ha preso la decisione di abbandonare La France Insoumise, citando tra i motivi la distanza della sua forza tranquilla dal «furore» di Mélenchon.

Ruffin fa parte di un gruppo di deputati che si stanno sganciando dal discusso e ingombrante tribuno del popolo, che oggi in tanti vedono come appunto un ostacolo alla nascita di un governo che vada necessariamente oltre i 180 deputati del Nfp, visto che per la maggioranza assoluta si deve arrivare a 289 ma servono alleanze anche per raggiungere una maggioranza relativa seria.

Dopo Ruffin, domenica sera in diretta tv è stata Clémentine Autain, deputata rieletta a Seine-Saint-Denis, a lasciare il gruppo de La France Insoumise, denunciando «dei metodi che voltano le spalle ai principi democratici» e avvertendo che il Nfp non potrà indicare come candidato premier «né François Hollande, né Jean-Luc Mélenchon». Autain andrà così a gonfiare le fila di quegli ex tra cui ci sono anche Danielle Simonnet, Hendrik Davi o Alexis Corbière, candidati “purgati” da Mélenchon ma che sono riusciti comunque a conquistare un seggio.

Ce ne saranno degli altri? È un fenomeno che verrà osservato molto attentamente perché il nuovo governo, chiunque lo guiderà, dovrà cercare i numeri in Parlamento un po’ all’italiana, individuando correnti e gruppuscoli all’interno delle singole formazioni, anche della France Insoumise, da dove finora sono arrivate le dichiarazioni più rigide sulla nascita di un esecutivo.

Ma tutto è iniziato, dicevamo, da Ruffin. Da Amiens. Figlio di classe medio-alta, Ruffin era compagno di scuola (liceo gesuita) di Emmanuel Macron, che è nato qui. Prima di diventare deputato nel 2017 con il suo movimento di sinistra Picardie debout!, Ruffin ha fondato il giornale Fakir ed è stato collaboratore di Le Monde diplomatique. Ma la sua fama è legata ai documentari, uno femminista, uno a favore dei gilet gialli, e uno, Grazie Padrone!, con cui nel 2017 ha vinto un César: un’opera alla Micheal Moore in cui cerca di portare a conoscenza del miliardario Bernard Arnault la storia di una coppia di operai licenziati in una sua azienda a causa della delocalizzazione. «Sa dare voce ai lavoratori», ci dice Elise, bibliotecaria 42enne, davanti al quartier generale di Ruffin, sulla cui vetrina sono disegnate un’infermiera, una badante e una donna delle pulizie.

Dopo il primo turno Ruffin sembrava spacciato: era finito secondo con il 33% dietro alla candidata dell’estrema destra Nathalie Ribeiro-Billet, che era al 40%. Ma poi, complice la desistenza della rivale macroniana, Ruffin ha vinto con il 51,9%.

«Ha fatto una campagna incredibile», ci racconta Fabrice Julien, giornalista del Courrier Picard, davanti al tavolo da ping pong nella mensa della sua redazione. «Mattina, pomeriggio, sera. Ruffin non si è fermato un attimo – ci dice Julien, che per il principale quotidiano di Amiens, testata progressista nata subito dopo la Liberazione, ha seguito anche questa volta il candidato della sinistra – Ha fatto il porta a porta in quartieri popolari che avevano votato al 60% per Le Pen. Ha portato colori, musica, giochi per bambini, una campagna allegra in cui ha ascoltato la gente».

E lo scontro con Mélenchon si deve più a ragioni caratteriali o di idee? «Tutte e due. Mélenchon parla alle periferie delle città. Ruffin vuole riconciliare le città e le campagne, dove Mélenchon è visto malissimo. E poi Ruffin si sta spostando un po’ al centro. “Sono un socialdemocratico”, diceva nella copertina che gli ha dedicato il Nouvel Observateur. Un pugno allo stomaco per Mélenchon».

Il nome di Ruffin, che ora parla del dovere di governare «con rispetto e tenerezza», è stato fatto anche come possibile primo ministro, ma sembra complicato, come ci spiega il politologo dell’Università di Lille Pierre Mathiot: «Mélenchon metterebbe il veto assoluto, ma potrebbe fare il ministro». «Premier? Nessuno in Francia sa cosa accadrà nei prossimi giorni», commenta Julien. Il Nuovo Fronte Popolare ha il vantaggio di poter guidare i negoziati. Ma prima deve mettere insieme le cinquanta sfumature di rosso della sinistra francese.

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