Francia, con lo stallo all’Italiana peones alla ribalta . E l’Assemblée sembra il Transatlantico
dalla nostra inviata Tonia MastrobuoniPARIGI — Neanche lo sguardo severo di Catone sgonfia i petti. Passano alla spicciolata davanti alla statua del Censore, qualcuno tenta di darsi un’aria più umile, e tutti hanno molto da dire e molto da dare. Attraversano il foyer dell’Assemblea generale con le sacche di stoffa da neoeletti e si fermano davanti a ogni microfono. In questa parlamentarizzazione della crisi francese, conta ogni voto, e lo sanno tutti. Nel Parlamento della rivoluzione, dove nacque il concetto moderno di destra e sinistra, l’aula è spaccata in tre. Difficile trovare i numeri per una maggioranza. È una novità spiazzante ma anche una grande opportunità: è il momento dei peones. “Come in Italia!”, esclama ironico il deputato di Modem Erwan Balanant. Ed è subito transatlantico di Montecitorio.
PARIGI — Neanche lo sguardo severo di Catone sgonfia i petti. Passano alla spicciolata davanti alla statua del Censore, qualcuno tenta di darsi un’aria più umile, e tutti hanno molto da dire e molto da dare. Attraversano il foyer dell’Assemblea generale con le sacche di stoffa da neoeletti e si fermano davanti a ogni microfono. In questa parlamentarizzazione della crisi francese, conta ogni voto, e lo sanno tutti. Nel Parlamento della rivoluzione, dove nacque il concetto moderno di destra e sinistra, l’aula è spaccata in tre. Difficile trovare i numeri per una maggioranza. È una novità spiazzante ma anche una grande opportunità: è il momento dei peones. “Come in Italia!”, esclama ironico il deputato di Modem Erwan Balanant. Ed è subito transatlantico di Montecitorio.
I distinguo, le messe a punto sono d’obbligo, è l’ora dei compromessi o forse anche no. Chiediamo lumi al moderato Balanant. «Abbiamo una tripartizione dell’Assemblea nazionale che ci responsabilizza. Non siamo abituati a essere bloccati come da voi in Italia». E quindi? «Quindi dobbiamo uscire dalla logica del bipolarismo: basta, è finito». Il suo partito, Modem, fa parte della coalizione marcronista Ensemble, e Balanant non ne tradisce il messaggio. Dal palazzo dove Emmanuel Macron si è barricato per analizzare il da farsi, è già rimbalzata l’idea di una grande coalizione tra il Nuovo Fronte Popolare e i macronisti che tagli fuori il tribuno Mélenchon e la sua France Insoumise (LFI), oltre che il partito di Le Pen. Lui chiarisce: «Fateci lavorare, bisogna raggiungere la maggioranza di 289 deputati. E certo, con Lfi è difficile».
Poi arriva uno con un sorriso sghembo, ed è tutto un annuire, ammiccare, sussurrare, insinuare. Sono le sei di pomeriggio e i Socialisti, il suo partito, hanno già proposto un candidato premier, Olivier Faure. Quando glielo chiediamo, Philippe Brun mima la risposta. Alza le spalle. Lo incalziamo, è troppo presto per un nome, bisognerebbe aspettare cosa ne pensa tutto il Nuovo Fronte Popolare? Sorride. Faure bocciato? Brun allunga gli angoli della bocca. Poi corre via ma ha già detto tutto senza fiatare. Un Verdini d’Oltralpe, buono per gli appunti da retroscena. E ha già ammazzato Faure. Tu quoque.
Un altro socialista, Laurent Panifous, è arrivato ore prima della foto del suo gruppo che farà il giro del web con la star del giorno, l’ex presidente rinato deputato François Hollande. Panifous si dirige da solo verso i suoi uffici, gli domandiamo cosa pensa delle crepe nel Nuovo Fronte Repubblicano, dove molti chiedono di escludere Mélenchon per andare con i macronisti. Panifous spiega subito che «il patto repubblicano ha funzionato, ma è l’ultima volta. Dobbiamo mostrarci responsabili». Ok, e andando al sodo? «Dobbiamo fare una coalizione che tagli fuori Mélenchon e Le Pen. Ma — si affretta ad aggiungere — non è la linea del mio partito». Che è ancora quella di tenere unito il cartello delle sinistre. Tanto non durerà, è il segreto di Pulcinella.
Sandra Regol indossa un’allegra giacca verde come quella che la sua leader, Marine Tondelier, sembra non togliersi mai. La deputata ecologista vuole lanciare un messaggio un po’ in controtendenza, nel Nuovo Fronte Popolare che si sta disgregando di ora in ora. «Mai senza la France Insoumise», insomma mai senza Mélenchon, scandisce. Lei tifa per un governo di minoranza, «funziona in tanti Paesi europei», e con 182 deputati, scommette, «si può fare».
Passa uno dall’aria molto posata e molto soddisfatta: è il deputato di Guadalupe Olivier Serva, ex macronista, fondatore di “Eko Zabym”, ci spiega. Il nostro sguardo vuoto lo spinge a puntualizzare che «vuol dire che siamo centristi». Tifa anche lui «per una coalizione che tagli le estreme e difenda gli interessi dei territori d’oltremare». Ovvio.
È “orgogliosamente contadino”, e il deputato ecologista Benoit Biteau gira un po’ spaesato per il foyer. Con i suoi maestosi baffi bianchi sembra consapevole di somigliare al contadino più famoso della Francia, l’idolo no global Josè Bovè. «I francesi hanno dato un segnale chiaro», ruggisce, «e noi dobbiamo essere all’altezza». Accettereste un governo senza Mélenchon? «Ma insomma, basta con Mélenchon! Parleremo col partito, con la France Insoumise. Mélenchon non è neanche deputato! Conta il Parlamento!». Biteau è alla prima esperienza parlamentare, ma ha già capito l’antifona. Stavolta conta l’Assemblea. Tutto il resto è noia.