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Macron resiste e vara “la strategia omelette” per un governo senza le ali estreme

(agf)

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Il leader non vuole farsi imporre il premier e frena su un esecutivo del Fronte popolare. Punta a un gabinetto di larghe intese senza la France Insoumise
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PARIGI — «Non abbiate paura, votate!» aveva incitato Emmanuel Macron a chi gli contestava la sua incauta scelta di indire elezioni anticipate, considerate come viatico per un governo dell’estrema destra. «Non c’è nessuna fatalità, siete voi che decidete», aveva risposto il capo dello Stato in visita all’Île Sein, estremo Ovest della Bretagna, per commemorare l’appello alla resistenza del generale De Gaulle del 18 giugno. Tre settimane dopo, Macron è ancora convinto di avere avuto l’intuizione giusta. Sciogliendo l’Assemblée Nationale, cercava un chiarimento politico che c’è stato: i francesi hanno dimostrato di non essere pronti per mettere il Rassemblement National al potere.

E se avesse avuto ragione lui? In Francia è diffi…

PARIGI — «Non abbiate paura, votate!» aveva incitato Emmanuel Macron a chi gli contestava la sua incauta scelta di indire elezioni anticipate, considerate come viatico per un governo dell’estrema destra. «Non c’è nessuna fatalità, siete voi che decidete», aveva risposto il capo dello Stato in visita all’Île Sein, estremo Ovest della Bretagna, per commemorare l’appello alla resistenza del generale De Gaulle del 18 giugno. Tre settimane dopo, Macron è ancora convinto di avere avuto l’intuizione giusta. Sciogliendo l’Assemblée Nationale, cercava un chiarimento politico che c’è stato: i francesi hanno dimostrato di non essere pronti per mettere il Rassemblement National al potere.

E se avesse avuto ragione lui? In Francia è difficile trovare qualcuno che lo pensi, davanti al caos di una nuova Assemblée Nationale che appare ingovernabile. Eppure lui rimane convinto di aver fatto la scelta giusta. Non è una vittoria, ha riconosciuto il capo dello Stato parlando con chi l’ha incontrato in questi giorni concitati. Il suo blocco centrale ha perso una novantina di deputati. Ma lui rivendica di aver avuto il coraggio di non abbandonarsi a un’ennesima combinazione politica - un rimpasto o la sostituzione del primo ministro – e di aver ridato la parola ai francesi. Con un doppio risultato: aver fermato il Rassemblement National e aver fatto emergere un’Assemblea con una forte legittimità, alla luce dell’alta affluenza nelle urne, record dal 1981.

Adesso, dal punto di vista di Macron, non c’è fretta. La Francia ha un governo, Gabriel Attal e i suoi ministri sono in carica per garantire la stabilità del Paese. Non è scoppiata la «guerra civile» che lui stesso aveva paventato, la Borsa di Parigi non è crollata. «La tensione politica è stata epurata, l’ipoteca della Rn è stata levata». dicono nell’entourage del capo di Stato dove si considera piuttosto che non ha vinto nessuno. Le desistenze – è il ragionamento - hanno favorito l’insieme dell’arco repubblicano: Ensemble, Nouveau Front Populaire e Républicains. Nessun deputato è stato eletto unicamente su un programma, su una base personale, ad eccezione di quelli eletti al primo turno. Dai macronisti arriva quindi un invito alla «modestia» e allo «spirito di responsabilità» rispetto al trionfalismo della sinistra. Viene anche citato un obbligo morale a lavorare insieme alla luce dei trasferimenti di voti nel secondo turno dal centro verso la gauche, e viceversa.

L’unico vincitore, dal punto di vista di Macron, è stato il fronte repubblicano, con la straordinaria mobilitazione nelle urne dei francesi per sbarrare la strada all’estrema destra. Agli occhi del capo di Stato sembra quindi logico pensare a una coalizione che si muova tra la sinistra purgata dai deputati di Jean-Luc Mélenchon, il blocco centrale e i Républicains che non sono scesi a patti con Marine Le Pen. “Couper les deux bouts de l’omelette”, tagliare i due estremi della frittata. L’immagine viene usata dai macronisti per rendere l’idea: un governo di larghe intese che non includa né il Rassemblement National, né la France Insoumise.

Macron vola oggi a Washington per il vertice Nato, continua come se niente fosse con la sua agenda di impegni internazionali, difendendo così le sue prerogative, quelle che Marine Le Pen aveva definito solo «onorifiche». Sempre in base alla Costituzione, non vuole farsi imporre il nome del futuro premier. Macron tenta di resistere alle pressioni del Nouveau Front Populaire che vuole andare al governo da solo, senza alleanze con i centristi. Secondo il Presidente sarebbe un rischio costituire un governo di minoranza, con una base parlamentare di solo 180 deputati, forse 200 nella migliore delle ipotesi.

L’idea è quindi scommettere su una coalizione di volenterosi per formare un governo che possa avere una maggioranza relativa più ampia, o perlomeno che non abbia contro una maggioranza assoluta che lo possa sfiduciare. Un governo di larghe intese, o di unità nazionale, quindi. Intorno a tre, quattro priorità. Una delle più importanti è la stabilità economica e l’appuntamento cruciale con la Finanziaria in autunno. Qualsiasi sarà il prossimo governo, dovrà dimostrare una credibilità che possa rassicurare i mercati e le agenzie di rating che già hanno nel mirino la Francia e i suoi oltre 3mila miliardi di debito pubblico. La Francia non è un’isola fuori dal mondo. Uno degli esempi spesso citati in queste ore dai macronisti è l’esempio di Liz Truss, la premier britannica che, dopo aver applicato pesanti sgravi fiscali, è stata costretta a dimettersi per aver fatto crollare la sterlina. Truss era una conservatrice, ma la sua breve parabola viene utilizzata per mandare un messaggio alla sinistra.

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