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Le manovre dei trumpiani al vertice Nato per avvicinare gli europei. Ma l’Italia rifiuta gli incontri

(reuters)
Il diniego per non urtare l’amministrazione Biden. Scontro con Madrid sull’inviato per il Sud
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WASHINGTON — C’è un fantasma che si aggira per i corridoi del vertice Nato: la seconda amministrazione Trump. Anzi, ci cammina in carne ed ossa, perché diversi consiglieri dell’ex presidente, che sperano di tornare con lui alla guida degli Stati Uniti, stanno incontrando in maniera più o meno pubblica le delegazioni dei Paesi europei con cui potrebbero trovarsi a lavorare dal prossimo venti gennaio. Il tentativo è stato portato avanti anche nei confronti della folta pattuglia governativa italiana, che oltre a Giorgia Meloni include Guido Crosetto e Antonio Tajani. Il risultato, si apprende, non è stato dei migliori: l’invito, si apprende, è stato cortesemente declinato. Adducendo ragioni di agenda, ma con motivazioni ovviamente differenti. Innanzitutto per non urtare la sensibilità del padrone di casa Joe Biden, a capo di un’amministrazione in carica. E poi per evidenti ragioni politiche, visto che l’adesione esplicita all’opzione trumpiana è oggetto di scontro feroce tra Palazzo Chig…

WASHINGTON — C’è un fantasma che si aggira per i corridoi del vertice Nato: la seconda amministrazione Trump. Anzi, ci cammina in carne ed ossa, perché diversi consiglieri dell’ex presidente, che sperano di tornare con lui alla guida degli Stati Uniti, stanno incontrando in maniera più o meno pubblica le delegazioni dei Paesi europei con cui potrebbero trovarsi a lavorare dal prossimo venti gennaio. Il tentativo è stato portato avanti anche nei confronti della folta pattuglia governativa italiana, che oltre a Giorgia Meloni include Guido Crosetto e Antonio Tajani. Il risultato, si apprende, non è stato dei migliori: l’invito, si apprende, è stato cortesemente declinato. Adducendo ragioni di agenda, ma con motivazioni ovviamente differenti. Innanzitutto per non urtare la sensibilità del padrone di casa Joe Biden, a capo di un’amministrazione in carica. E poi per evidenti ragioni politiche, visto che l’adesione esplicita all’opzione trumpiana è oggetto di scontro feroce tra Palazzo Chigi e Matteo Salvini, che lavora da mesi per essere ricevuto proprio dal tycoon.

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La manovra di avvicinamento è stata ufficiosa, dunque resta nell’ambito dei contatti di cui non resta traccia ufficiale. Ma c’è stata, alla vigilia del summit Nato. E, si diceva, non ha dato esito positivo: ufficialmente, l’agenda di Tajani era già fitta di incontri e appuntamenti, al pari di quella di Crosetto. In realtà, oltre alla doverosa cautela di due ministri in carica, che intrattengono solide relazioni con l’attuale amministrazione democratica americana, esiste anche una ragione tattica non irrilevante: il vero terminale delle relazioni tra l’esecutivo italiano e i trumpiani è Mike Pompeo, ex capo della Cia ed ex segretario di Stato di origini italiane, già quotato da molti come candidato in pectore di Trump per il ruolo di segretario alla Difesa. Con lui, ad esempio, hanno una consuetudine sia Crosetto, sia Tajani.

Ma chi sono i due “ambasciatori” che si muovono in queste ore a Washington per il candidato repubblicano? Il primo consigliere che lavora nei corridoi del vertice è l’ex general Keith Kellogg, già capo di gabinetto nel Consiglio per la sicurezza nazionale della prima amministrazione Trump, che nella seconda spera di guidarlo. Lui stesso ha detto alla Reuters di aver visto diversi funzionari europei, inclusi alcuni ministri degli Esteri, e lo speaker del Parlamento ucraino Ruslan Stefanchuk. Kellogg non ha un ruolo ufficiale nella campagna presidenziale, ma è stato l’autore del piano per mettere fine alla guerra presentato a Trump. Il secondo consigliere che si sta muovendo è Richard Grenell, già portavoce di John Bolton all’Onu, poi ambasciatore Usa in Germania e capo ad interim dell’intelligence nazionale. Gay dichiarato, Grenell è molto vicino alla first lady Melania, che ha organizzato con lui due eventi per la raccolta di finanziamenti elettorali nella comunità Lgbtq. Richard punta a fare il segretario di Stato e ha visto il premier della Macedonia del Nord Mickoski, tra gli altri.

Che la delegazione ministeriale abbia cautamente evitato di incontrarli, dimostra l’attenzione di Palazzo Chigi al dossier americano. Salvini, infatti, usa in queste ore proprio la leva trumpiana per cercare di scardinare gli equilibri dell’attuale maggioranza. Ieri il suo capogruppo al Senato Massimiliano Romeo ha sposato la linea ungherese: «Molti Paesi europei invece di stracciarsi le vesti dovrebbero lodare iniziative di mediazione come quelle di Orban». È l’ennesima prova, si ragiona a Palazzo Chigi, che Salvini e i suoi “patrioti” – contro cui Meloni pianifica un imminente affondo pubblico – punta a mettere in seria difficoltà la premier (magari anche sfruttando il caos generato da un eventuale attacco dei mercati sui titoli di Stato italiani in autunno). Ecco perché si espone ancora Antonio Tajani. A Salvini dice: «Noi siamo parte integrante della Nato». E parlando del gruppo sovranista aggiunge: «Le forze estremiste sono isolate, irrilevanti e non svolgeranno un ruolo. Faccio cronaca: i Patrioti non contano nulla».

Nel giorno in cui i leader Nato si ritrovano per discutere delle prossime sfide, intanto, Meloni cerca di portare a casa un risultato: vuole l’inviato Nato per il fianco Sud, in modo da contrastare il dominio cinese e russo in Africa. Al ruolo ambisce però anche la Spagna. Lo scontro è durissimo. Dovesse spettare a Roma, potrebbe essere scelto un funzionario che già lavora nell’Alleanza: tra i nomi c’è quello di Alessio Nardi, oggi consigliere di Tajani per le politiche di sicurezza, giustizia, cooperazione e sviluppo, e con una lunga esperienza a Bruxelles.

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