Il piano in tre fasi per la pace a Gaza, gli americani spingono sul negoziato
di Daniele RaineriIn questi giorni le squadre di negoziatori a Doha in Qatar che trattano per il cessate il fuoco tra israeliani e palestinesi stanno parlando di cose concrete e non succedeva da molti mesi. Non ci sono ancora spiragli e non c’è ottimismo — due parole che sono andate sprecate troppe volte — ma ci sono ragioni per credere che non si tratti, ancora una volta, di un esercizio diplomatico a vuoto. Una ragione è che le condizioni poste dalle due parti più o meno combaciano, non ci sono più ostacoli insuperabili. La seconda ragione è la presenza dei negoziatori più alti in grado, come gli americani Brett McGurk, inviato di Biden per il Medio oriente, e il capo della Cia William Burns, che non si muovono se non c’è qualche motivo.
La terza ragione è che entrambi i lati sono logorati dalla guerra a oltranza — anche se ovviamente, non sarebbe nemmeno il caso di specificarlo, si tratta di due situazioni differenti. I civili palestinesi sono chiusi dentro alle rovine di quel che è stata la Strisc…
In questi giorni le squadre di negoziatori a Doha in Qatar che trattano per il cessate il fuoco tra israeliani e palestinesi stanno parlando di cose concrete e non succedeva da molti mesi. Non ci sono ancora spiragli e non c’è ottimismo — due parole che sono andate sprecate troppe volte — ma ci sono ragioni per credere che non si tratti, ancora una volta, di un esercizio diplomatico a vuoto. Una ragione è che le condizioni poste dalle due parti più o meno combaciano, non ci sono più ostacoli insuperabili. La seconda ragione è la presenza dei negoziatori più alti in grado, come gli americani Brett McGurk, inviato di Biden per il Medio oriente, e il capo della Cia William Burns, che non si muovono se non c’è qualche motivo.
La terza ragione è che entrambi i lati sono logorati dalla guerra a oltranza — anche se ovviamente, non sarebbe nemmeno il caso di specificarlo, si tratta di due situazioni differenti. I civili palestinesi sono chiusi dentro alle rovine di quel che è stata la Striscia di Gaza, e subiscono ogni giorno il ritorno a sorpresa dei bombardieri senza poter far nulla: le bombe israeliane a partire dal 7 ottobre hanno ucciso quasi 40mila persone, secondo fonti sanitarie di Gaza — e potrebbe essere un dato errato per difetto. Gli israeliani sono logorati dalla crisi politica permanente, dalla spaccatura tra chi vuole un accordo con Hamas per riavere indietro gli ostaggi e chi si oppone e da altri scontri trattenuti — non ultimo quello tra esercito e governo.
L’accordo discusso a Doha tra Israele e Hamas prevede tre fasi, secondo fonti informate del Washington Post. Funzionerebbe così. La prima fase è un cessate il fuoco di sei settimane, durante le quali Hamas rilascerà 33 ostaggi israeliani, comprese tutte le donne, tutti gli uomini sopra i cinquant’anni e tutti i feriti. Israele libererà «centinaia di palestinesi» dalle sue prigioni — il numero non è ancora specificato — e sposterà le sue truppe dalle aree densamente popolate al confine Est di Gaza, in pratica un ritiro considerato che la Striscia è larga al massimo dodici chilometri e un chilometro in più o in meno per i carri armati non fa molta differenza. Gli aiuti umanitari arriveranno con molta più libertà, gli ospedali saranno riparati e squadre apposite cominceranno a rimuovere le macerie. Se le sei settimane scadranno e i negoziati saranno ancora in corso, il cessate il fuoco sarà prolungato: questa è la nuova condizione che mette d’accordo Hamas — che spera di tirare le cose in lungo il più possibile — e il governo israeliano, che non vuole sentire parlare di «cessate il fuoco permanente». Hezbollah, dal Libano, incoraggia le due parti e dichiara che scatterebbe subito un cessate il fuoco anche sul confine Nord di Israele.
La seconda fase prevede la creazione di una forza temporanea di controllo a Gaza, sostenuta dagli Stati Uniti e da Paesi arabi, formata da abitanti di Gaza guidati da duemilacinquecento palestinesi di Gaza fedeli all’Autorità nazionale palestinese e già approvati da Israele. In questo modo la Striscia non sarebbe sotto il controllo di Hamas e nemmeno dei soldati israeliani. Quanto sarà efficace, è da vedere. La terza fase prevede un lungo piano di ricostruzione che durerà anni.
Se Biden riuscisse a ottenere adesso questa vittoria diplomatica, commenta David Ignatius, analista del Washington Post, potrebbe usarla come trionfo personale che rende più dolce la rinuncia alla corsa per la Casa Bianca — oppure per fare l’opposto e arroccarsi. Nel frattempo a Londra il nuovo Primo ministro, Keir Starmer, ha rinunciato a una richiesta che era stata fatta dal governo precedente al Tribunale internazionale di Giustizia per evitare il mandato di arresto contro Netanyahu e contro il suo ministro alla Difesa Gallant.