Il dilemma di Keir Starmer sul mandato di arresto internazionale contro Netanyahu
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA - Sarà il primo grande dilemma del leader Sir Keir Starmer. In gioco ci sono rapporti cruciali con gli Stati Uniti, Israele e i palestinesi. Ma anche la sua storia personale. Il neo primo ministro britannico ha altre due settimane di tempo per prendere una decisione che, in un verso o nell’altro, genererà polemiche, scontentando una parte del suo partito e, probabilmente, anche alleati fondamentali come gli americani della “Special Relationship”.
Il nodo della questione è la posizione britannica sul mandato di arresto, richiesto dal presidente della Corte Penale Internazionale dell'Aia (Cpi) Karim Khan, nei confronti dei leader militari e politici di Hamas, ossia Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Ismail Haniyeh, ma anche del primo ministro israel…
LONDRA - Sarà il primo grande dilemma del leader Sir Keir Starmer. In gioco ci sono rapporti cruciali con gli Stati Uniti, Israele e i palestinesi. Ma anche la sua storia personale. Il neo primo ministro britannico ha altre due settimane di tempo per prendere una decisione che, in un verso o nell’altro, genererà polemiche, scontentando una parte del suo partito e, probabilmente, anche alleati fondamentali come gli americani della “Special Relationship”.
Il nodo della questione è la posizione britannica sul mandato di arresto, richiesto dal presidente della Corte Penale Internazionale dell'Aia (Cpi) Karim Khan, nei confronti dei leader militari e politici di Hamas, ossia Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Ismail Haniyeh, ma anche del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del ministro della Difesa Yoav Gallant. Tutti per “crimini di guerra e crimini contro l'umanità”. Nel caso di Netanyahu e Gallant, Khan si riferisce all’offensiva israeliana a Gaza, dove sono rimaste uccise molte migliaia di persone dall’invasione scatenata dai brutali massacri e rapimenti dei terroristi di Hamas in Israele il 7 ottobre scorso.
L’eventuale via libera ai mandati di cattura dovrà essere vagliato e accordato dai giudici della Cpi. Nel frattempo però, il governo britannico del conservatore Rishi Sunak, che ha preceduto quello Starmer, il 10 giugno scorso ha presentato segretamente ricorso alla Corte dell'Aia, opponendosi alla richiesta di arresto di Netanyahu e Gallant.
La mossa di Sunak
Questa presa di posizione, nell’ottica dell'esecutivo Sunak, si basa “sul fatto che la Cpi potrebbe non avere giurisdizione sui cittadini israeliani, in quanto i palestinesi in questo momento non possono garantire una giustizia penale appropriata”. In sostanza, Londra sostiene che gli accordi di Oslo sono moribondi, il sistema giudiziario palestinese sarebbe inadeguato e dunque “i palestinesi non hanno il potere di delegare procedimenti penali alla Cpi”. Nonostante la Palestina sia ufficialmente membro della Corte.
Diversi esperti legali, come Mark Kersten della University of the Fraser Valley in Canada, hanno dichiarato al Guardian che si tratta di una mossa disperata del governo britannico. Ora, la Corte dell'Aia ha dato al nuovo esecutivo Starmer altro tempo, fino al 26 luglio, per valutare se confermare il ricorso legale o meno.
Coerenza col passato
Qui vengono i problemi per il primo ministro britannico laburista. Qualche settimana fa, un alto rappresentante del Labour ci ha detto che “noi in generale rispettiamo sempre le decisioni delle corti internazionali”. Del resto, il neo primo ministro è stato in passato un validissimo procuratore generale della Corona, nonché avvocato dei diritti umani. Sarebbe dunque una contraddizione intestina, per Sir Keir, mettere in dubbio il lavoro di giudici e magistrati, e tanto meno cercare di ritardarlo o ostacolarlo.
Una posizione, quella del rispetto del lavoro delle corti giudiziarie, che era stata confermata già dall’attuale ministro degli Esteri britannico, David Lammy. Lo scorso maggio, il titolare del Foreign Office (quando non era ancora governo) aveva infatti dichiarato: “Il Labour crede che il Regno Unito e tutte le parti che rimandano allo Statuto di Roma abbiano un obbligo legale a rispettare gli ordini e i provvedimenti della corte. Le democrazie che credono nella Rule of Law devono accettarli".
Una posizione che all’epoca contrastò immediatamente con quella di Sunak e dello stesso presidente americano Joe Biden. I quali invece criticarono aspramente la decisione del procuratore capo della Cpi, Khan. Il 15 luglio Lammy sarà in visita in Israele, peraltro. Di certo, questo sarà un tema centrale nelle discussioni con le controparti.
Il favore dei musulmani
Ma Starmer ha anche un altro problema. Nonostante il trionfo in termini di seggi lo scorso 4 luglio, il leader Labour ha perso moltissimi voti della comunità musulmana che in genere si schiera in massa per il partito (80% secondo le stime degli anni passati). Non a caso, la settimana scorsa non solo il defenestrato ex leader e ora indipendente Jeremy Corbyn ha vinto il seggio di Islington North (Londra). Ma nel resto del Paese ci sono riusciti anche altri quattro candidati indipendenti, dopo aver fatto campagna solo su Gaza contro quelli laburisti, usciti sconfitti. Incluso un big del partito come Jonathan Ashworth.
Ciononostante, Starmer tiene molto a Israele e alla comunità ebraica che ha riconquistato sin dal primo giorno dopo le accuse di antisemitismo alla gestione del suo predecessore Corbyn. Sua moglie e la famiglia quest’ultima, inoltre, sono ebrei, e sarebbe stata proprio la consorte Victoria a sensibilizzarlo ancora di più su alcune posizioni tacciate di antisemitismo nel Labour di qualche anno fa.
La “relazione speciale”
C’è poi una questione meramente politica. Starmer ovviamente vuole rafforzare quanto più la Special Relationship con gli Stati Uniti, soprattutto in un momento drammatico come questo, con la guerra alle porte dell’Europa dopo l’invasione della Russia in Ucraina. Ma sulla vicenda del mandato di arresto della Cpi contro Netanyahu e Gallant, gli Usa sono fermamente contrari perché la richiesta di Khan mette i leader israeliani “erroneamente in equivalenza” con i terroristi di Hamas.
A questo proposito, il celebre avvocato Geoffrey Robertson ha sostenuto ieri sul Guardian che gli Stati Uniti starebbero già facendo pressioni su Starmer e il suo governo per non far cadere il ricorso presentato dal governo Sunak: “E così, ora il Labour al potere è di fronte alla sua prima prova morale”. E ora che cosa farà, Sir Keir Starmer? È il suo vero, primo banco di prova, sperando di non finire in un vicolo cieco.