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Von der Leyen apre ai Verdi europei: ora intesa possibile sul voto di fiducia

Giovedì il voto per il bis di Ursula: numeri a rischio, gli ecologisti vogliono un patto scritto
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WASHINGTON – «Sicuramente con un’ampia parte dell’Ecr non possiamo collaborare». Il passo avanti di Ursula von der Leyen nei confronti dei Verdi è stato piuttosto lungo. Con questa frase ha infatti chiuso l’incontro dell’altro ieri con la delegazione ecologista che conta 53 eurodeputati. Ossigeno per una coalizione che, con i franchi tiratori, rischia di essere ai limiti della maggioranza assoluta. La presidente della Commissione lo sa e sta cercando voti per puntellare il quorum.

Soprattutto l’apertura agli ambientalisti non è stata un’iniziativa personale, ma ha ricevuto l’ informale via libera dal suo partito, i Popolari: «Gli ambientalisti possono entrare in maggioranza». «Alla fine – ha ammesso in una pausa del vertice Nato a Washington il vicepresidente del Ppe, il ministro degli Esteri Antonio Tajani – in qualche modo ci saranno anche loro». Ed è stato un argomento trattato a margine del summit anche dal presidente francese Macron, dal Cancelliere Scholz, dalla sua ministra de…

WASHINGTON – «Sicuramente con un’ampia parte dell’Ecr non possiamo collaborare». Il passo avanti di Ursula von der Leyen nei confronti dei Verdi è stato piuttosto lungo. Con questa frase ha infatti chiuso l’incontro dell’altro ieri con la delegazione ecologista che conta 53 eurodeputati. Ossigeno per una coalizione che, con i franchi tiratori, rischia di essere ai limiti della maggioranza assoluta. La presidente della Commissione lo sa e sta cercando voti per puntellare il quorum.

Soprattutto l’apertura agli ambientalisti non è stata un’iniziativa personale, ma ha ricevuto l’ informale via libera dal suo partito, i Popolari: «Gli ambientalisti possono entrare in maggioranza». «Alla fine – ha ammesso in una pausa del vertice Nato a Washington il vicepresidente del Ppe, il ministro degli Esteri Antonio Tajani – in qualche modo ci saranno anche loro». Ed è stato un argomento trattato a margine del summit anche dal presidente francese Macron, dal Cancelliere Scholz, dalla sua ministra degli Esteri, la verde Baerbock, e dalla futura Alta Rappresentante Ue, Kaja Kallas.

Semmai il punto interrogativo sono ora le modalità con cui possono partecipare alla coalizione fondata su Ppe, Pse e Renew. Il punto centrale del colloquio di giovedì scorso infatti si è concentrato su quattro punti. Il primo riguardava il rapporto con i Conservatori e la risposta di Ursula – condizione ineliminabile per i Socialisti - è stata netta sulla impossibilità di una relazione “organica”, meno sulla disponibilità a ricevere “alcuni” voti dell’Ecr. Il riferimento era rivolto a Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni.

«Sono in corso discussioni tra Ppe, Socialisti e Renew – ha ad esempio sottolineato il portavoce del Ppe, Pedro Lopez - per attuare un cordone sanitario per gli eurodeputati espressione dei gruppi di estrema destra e gli amici di Putin. Non vogliamo che questi europarlamentari rappresentino l’istituzione». Una frase rivolta ai Patrioti orbaniani e al gruppo dei neonazisti di Afd. Ma che in parte esclude anche una sintonia con una fetta di Conservatori. Il secondo punto riguardava lo Stato di diritto. E su questo Ursula ha ribadito che non verrà compiuto «alcun passo indietro». Il terzo non poteva che essere il Green Deal. A questo proposito la “Spitzenkandidat” popolare si è detta convinta che il nucleo di quel pacchetto non potrà essere modificato e che semmai dovrà essere integrato con maggiore protezione sociale.

Parole che hanno confortato i Verdi. Il quarto punto è stato il più delicato. Ed è più una domanda: come articolare questa collaborazione? Gli ambientalisti per portare al voto l’intero gruppo chiedono un “protocollo d’intesa” in cui si mettano nero su bianco alcuni punti. Ora sono in attesa di una risposta di von der Leyen. Anche se quegli aspetti potrebbero essere contenuti nell’intervento che giovedì Ursula terrà in Parlamento a Strasburgo prima del voto. Ossia la piattaforma “conciliativa” potrebbe essere il discorso programmatico più che un documento da sottoscrivere precedentemente. Le delegazioni tedesca (13 eletti) e italiana (4), appaiono le più disponibili su spinta di Scholz e della segretaria Pd, Elly Schlein (che sta premendo anche sui grillini).

Va poi tenuto presente che qualche defezione, almeno il 10%, nella maggioranza di base ci saranno. Alcuni deputati di Renew (una decina), ad esempio, hanno già annunciato che non si esprimeranno a suo favore. E diversi popolari stanno mal digerendo il dialogo con i Verdi. A quanto ammonterà l’eventuale diaspora? In parte dipenderà dall’equilibrismo con cui von der Leyen si presenterà in aula e dall’esistenza di alternative praticabili. Nel Ppe nessuno nasconde che in caso di debacle è possibile avanzare i nomi della presidente del Parlamento, Roberta Metsola, o quello di Antonio Tajani. Ma si tratterebbe di un gioco rischioso. Per gli stessi popolari.

Uno scrutinio negativo provocherebbe il caos dentro l’Ue. Anche durante il vertice Nato negli Usa, è emerso quanto l’Europa non sia in grado di formulare una posizione comune forte. Soprattutto quanto non riesca ad assumere un ruolo nella contesa tra Est e Ovest. Costretta a fare i conti con il dinamismo putinista di Orbán. La difesa dell’Occidente viene sempre delegata agli Stati Uniti, sia nei confronti della Russia sia della Cina. E se la debolezza dell’Ue – accompagnata dalla confusione politica in Francia e Germania – si materializzasse anche con l’incertezza sulle Istituzioni, la legislatura nascerebbe fragile.

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