La scala, i tempi di reazione, il tetto non sorvegliato: tutti gli errori del Secret service prima dello sparo a Trump
di Daniele RaineriQuando Thomas Crooks si allunga sul tetto con il fucile sa di avere pochissimo tempo a disposizione perché è già stato individuato.
Poco prima ha lasciato la macchina nel parcheggio dietro l’edificio. Ha preso la scala e l’ha piazzata contro il muro, sempre dietro l’edificio, in modo che non sia visibile dal luogo del comizio. Probabilmente non ha ancora il fucile in mano, perché meno lo fa vedere e più tempo ci metterà la gente a capire che cosa sta per succedere e a far scattare l’allarme. Torna indietro a prenderlo in macchina, dove ha anche due ordigni esplosivi che però lascia al loro posto, si arrampica sulla scala, si tiene basso sul tetto dell’edificio, striscia per pochi metri. Sente la voce di Trump, che ha iniziato a parlare da dieci minuti, dal sistema d’amplificazione. Gira la testa verso sinistra e lo vede, si allunga in posizione di tiro. Il tetto sul quale si è sdraiato è basso, cinque-sei metri, dal prato la gente lo vede. «He’s got a gun!», grida qualcuno, «ha un fuc…
Quando Thomas Crooks si allunga sul tetto con il fucile sa di avere pochissimo tempo a disposizione perché è già stato individuato.
Poco prima ha lasciato la macchina nel parcheggio dietro l’edificio. Ha preso la scala e l’ha piazzata contro il muro, sempre dietro l’edificio, in modo che non sia visibile dal luogo del comizio. Probabilmente non ha ancora il fucile in mano, perché meno lo fa vedere e più tempo ci metterà la gente a capire che cosa sta per succedere e a far scattare l’allarme. Torna indietro a prenderlo in macchina, dove ha anche due ordigni esplosivi che però lascia al loro posto, si arrampica sulla scala, si tiene basso sul tetto dell’edificio, striscia per pochi metri. Sente la voce di Trump, che ha iniziato a parlare da dieci minuti, dal sistema d’amplificazione. Gira la testa verso sinistra e lo vede, si allunga in posizione di tiro. Il tetto sul quale si è sdraiato è basso, cinque-sei metri, dal prato la gente lo vede. «He’s got a gun!», grida qualcuno, «ha un fucile!».
Dall’ombra di una macchia di alberi più lontana un gruppetto osserva tutto, si sbraccia in direzione degli agenti del Secret Service che scandagliano tutta l’area con potenti binocoli, «guardate lì, guardate lì». Avvisano due poliziotti a piedi. Nei video del comizio si vedono due cecchini del servizio di sicurezza in piedi sul tetto di un granaio dietro a Trump che scrutano in direzione dell’attentatore. È molto probabile che a quel punto la conversazione fra gli uomini della scorta del candidato sia qualcosa così, di corsa: «Segnalano che c’è un uomo con un fucile appostato su quel tetto. È qualcuno dei nostri? Chi riesce a vederlo? Ha un fucile? Chi può confermare?». Le squadre di cecchini dei servizi di sicurezza sono quattro, nome in codice “Ercole”. Crooks ha scelto bene la posizione. Lui riesce a vedere Trump, ma i cecchini più vicini non riescono a vedere lui perché in mezzo c’è un albero. O meglio, ne vedono soltanto un pezzetto – e se fosse più indietro di un metro non vedrebbero nemmeno quello.
Sono passati, a seconda delle testimonianze – e si sa che nelle testimonianze il tempo si dilata e si restringe – dai due ai quattro minuti. Trump dice «Take a look at what happened… guardate a cosa è successo» e fa uno scattino con la testa che lo salva. Crooks spara. Colpisce di striscio un orecchio di Trump. Uccide con un colpo alla testa uno spettatore dietro. Ferisce altre due persone. Centra senza volerlo un altoparlante. Ha vent’anni, spara otto volte da centoventicinque metri con un fucile che non è suo, l’ha comprato suo padre qualche mese prima. Passano cinque secondi, sono le immagini che hanno visto tutti. A questo punto i cecchini del servizio di sicurezza, che avevano già cominciato a osservarlo con i binocoli per capire se fosse una minaccia e poi hanno imbracciato i fucili e lo hanno preso di mira perché hanno visto che ha un’arma, sparano e lo uccidono. Passano altri quarantaquattro secondi dalla fine dell’attentato a quando la scorta, che nel frattempo è balzata addosso a Trump per proteggerlo, grida «pronti a muoverlo». In quel lasso di tempo hanno ricevuto il segnale di via libera dai cecchini perché Crooks è morto.
La teoria del complotto sostiene che i servizi di sicurezza di Biden volessero far ammazzare Trump. E si regge sul tempo di reazione, all’apparenza interminabile, della scorta. Ma i secondi e anche i minuti volano in fretta quando non si è sicuri di che cosa sta succedendo. L’errore del Secret Service semmai arriva prima, nella catena di eventi che ha quasi ucciso Trump. Hanno controllato quel tetto prima dell’arrivo del candidato ma non lo hanno sorvegliato di continuo durante il discorso. In quella falla di pochi minuti Crooks si è infilato con una scala, un fucile e la schermatura di un albero. Secondo la procedura una postazione di tiro così vicina deve essere presidiata come minimo da qualche agente della polizia locale – che di solito si coordina con la scorta – per evitare che sia accessibile. La procedura esiste per garantire un minimo standard di sicurezza e quando le guardie del corpo non la seguono alla lettera magari non succede nulla. Anche per cento comizi di seguito. Fino a quando qualcosa succede.
Il giorno dopo è cominciata l’analisi del fallimento – perché dal punto di vista tecnico è stato un fallimento totale. Trump si è salvato soltanto per un colpo di fortuna e si è rintanato da solo sotto il podio per tenersi fuori dal campo di tiro. Mike Johnson, portavoce della Camera controllata dai repubblicani, ha già annunciato che presto saranno chiamati in audizione i capi e gli agenti del Secret Service, a cominciare dalla direttrice Kimberly Cheatle. Il Secret Service ha dichiarato di avere aperto un’indagine interna per capire come ha fatto Crooks ad arrivare così vicino, ma la sua reputazione era già ai minimi storici da qualche tempo. E presto l’analisi diventerà una battaglia politica. Mark Green, un repubblicano che presiede la commissione della Camera per la sicurezza interna, ha già inviato una richiesta ufficiale ad Alejandro Mayorkas, segretario per la Sicurezza interna nominato da Biden, per avere lumi sul livello di protezione concesso a Trump.