Il pugno alzato sulla bandiera americana: lo scatto di Evan Vucci che cambia la storia di Trump
di Michele SmargiassiLa didascalia, inevitabile, l’ha dettata in diretta Donald Trump Jr., il figlio: “Papà continua a battersi per l’America!”. Se questa fotografia farà vincere le presidenziali a Donald Trump, non potrà mai essere dimostrato. Ma l’inquadratura bloccata da Evan Vucci, grande professionista dell’immagine, ha una potenza simbolica da storia del fotogiornalismo. Ogni dettaglio obbedisce a una logica metaforica stringente e impone una lettura obbligata e irresistibile.
L’occhio si posa per prima cosa sul volto di Trump, sul suo grido di battaglia da capo Apache, con il sangue che gli disegna pitture di guerra sul volto. Poi risale lungo il suo braccio fino al pugno chiuso, aggressivo, sfidante: sono vivo, non mi avrete!, per accorgersi subito che quel pugno sembra anche afferrare un filo immaginario che trattiene dal volare via la bandiera americana, con un gesto a metà fra Delacroix e il Settimo Cavalleggeri; e la bandiera è rovesciata: dunque la patria è in pericolo!
Tre agenti della sco…
La didascalia, inevitabile, l’ha dettata in diretta Donald Trump Jr., il figlio: “Papà continua a battersi per l’America!”. Se questa fotografia farà vincere le presidenziali a Donald Trump, non potrà mai essere dimostrato. Ma l’inquadratura bloccata da Evan Vucci, grande professionista dell’immagine, ha una potenza simbolica da storia del fotogiornalismo. Ogni dettaglio obbedisce a una logica metaforica stringente e impone una lettura obbligata e irresistibile.
L’occhio si posa per prima cosa sul volto di Trump, sul suo grido di battaglia da capo Apache, con il sangue che gli disegna pitture di guerra sul volto. Poi risale lungo il suo braccio fino al pugno chiuso, aggressivo, sfidante: sono vivo, non mi avrete!, per accorgersi subito che quel pugno sembra anche afferrare un filo immaginario che trattiene dal volare via la bandiera americana, con un gesto a metà fra Delacroix e il Settimo Cavalleggeri; e la bandiera è rovesciata: dunque la patria è in pericolo!
Tre agenti della scorta sono piegati, protettivi come una corazza, ma anche apparentemente terrorizzati, e la loro postura esalta la spinta ascendente e impavida del corpo del leader: più che difenderlo, sembrano trattenerlo dall’aggredire i suoi aggressori. Un quarto agente guarda in camera, e il tradizionale errore rovina-foto qui invece aggiunge un altro elemento di forza: quello sguardo da dietro gli occhiali scuri che lo identificano come sguardo professionale, interpella lo spettatore, si rivolge singolarmente a lui come a chiamarlo a testimone, lo tira dentro l’evento.
Perfino quell’asta della bandiera a sinistra ha un ruolo: inclinata verso il ferito che sembra sostenerla col braccio per impedirle di cadere (o forse per raddrizzare la sorte avversa), riporta alla memoria anche dell’americano più distratto quell’altra asta inclinata di una bandiera a stelle e strisce, quella che fu issata sulla cima del monte Suribachi, a Iwo Jima, il 16 marzo 1945, dai marines, nel corso di una delle battaglie più sanguinose della guerra nel Pacifico, una scena che la fotografia di Joe Rosenthal rese immortale matrice di centinaia di repliche e perfino di monumenti. C’è un’idea di una certa America in questa foto, ce n’è perfino troppa, più di quella che la figura di Trump merita di incassare e portare a casa.
Evan Vucci non è un fotografo qualunque. Assieme ai colleghi dell’Associated Press vinse nel 2021 il premio Pulitzer per la copertura delle proteste contro l’omicidio Floyd, il nero soffocato dalla polizia. Da tempo segue la campagna elettorale di Trump, come seguì quella di Bush. Questa tappa a Butler, Pennsylvania, era per lui l’ennesima un po’ noiosa replica di tante occasioni già fotografate mille volte. Ma la storia può annidarsi in ogni momento.
Racconta: “Ero sulla sinistra del palco, ho sentito un crepitio sopra la spalla sinistra, e ho capito subito che stava accadendo un momento della storia americana che doveva essere documentato”. Prima sale sul palco, poi capisce che il punto di vista giusto è un altro, allora corre sul lato destro (nel video dell’attentato lo si può vedere, in basso), dove c’è la scaletta, sicuro che la scorta lo porterà giù da lì. Ed è quello che succede. Inquadra in grandangolo, la scena si curva e si chiude attorno alla figura del ferito. A chi gli chiede se è cosciente di aver creare un’icona formidabile per la propaganda di Trump, risponde: “Ho fatto quel che deve fare un fotografo”. Il resto l’ha fatto l’istinto micidiale di un animale politico, che in pochi secondi ha creato l’antitesi perfetta del finale menagramo del film Civil War di Alex Garland, dove il presidente infedele viene giustiziato sul campo.