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Strage a Gaza, la rabbia dei familiari degli ostaggi: “Così Netanyahu boicotta il negoziato”

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I parenti di nuovo in piazza. Il premier: “Non faccio passi indietro sugli obiettivi”
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Le parole più dirette le ha dette Einav Zangauker, madre di Matan, uno dei 120 israeliani ancora a Gaza: «Se hanno ucciso Mohammed Deif nel momento in cui sul tavolo c’era un accordo e Netanyahu non dice chiaramente che è pronto ad accettare l’accordo anche se questo significa mettere fine alla guerra: allora è chiaro che sta abbandonando Matan e gli altri. Eravamo sul punto di raggiungere un accordo: ma ora rischiamo che tutto vada in malora». Terrore, ansia, attesa: il raid di ieri sul campo profughi di Al Mawasi ha colto i familiari dei 120 israeliani ancora a Gaza, mentre erano a poca distanza da Gerusalemme, al termine di una lunga marcia che da Tel Aviv li ha portati nella città santa per chiedere al governo un accordo che riporti a casa i loro cari. Vivi o morti che siano.

Nessuno ieri ha potuto confermare se fra le vittime del raid ci siano anche alcuni degli ostaggi: da mesi l’idea più diffusa nell’establishment della sicurezza è che sia Deif che Yayha Sinwar (capo politi…

Le parole più dirette le ha dette Einav Zangauker, madre di Matan, uno dei 120 israeliani ancora a Gaza: «Se hanno ucciso Mohammed Deif nel momento in cui sul tavolo c’era un accordo e Netanyahu non dice chiaramente che è pronto ad accettare l’accordo anche se questo significa mettere fine alla guerra: allora è chiaro che sta abbandonando Matan e gli altri. Eravamo sul punto di raggiungere un accordo: ma ora rischiamo che tutto vada in malora». Terrore, ansia, attesa: il raid di ieri sul campo profughi di Al Mawasi ha colto i familiari dei 120 israeliani ancora a Gaza, mentre erano a poca distanza da Gerusalemme, al termine di una lunga marcia che da Tel Aviv li ha portati nella città santa per chiedere al governo un accordo che riporti a casa i loro cari. Vivi o morti che siano.

Nessuno ieri ha potuto confermare se fra le vittime del raid ci siano anche alcuni degli ostaggi: da mesi l’idea più diffusa nell’establishment della sicurezza è che sia Deif che Yayha Sinwar (capo politico di Hamas a Gaza) si siano circondati di israeliani per evitare di essere colpiti. Ieri l’ufficio del primo ministro ha fatto sapere che il via libera all’operazione è stato dato dopo che era stata accertata l’assenza di ostaggi attorno all’obiettivo: ma lo Shin Bet qualche ora prima in un comunicato riportato dai giornali aveva detto di «non sapere» se con Deif ci fossero ostaggi.

(reuters)

Qualunque sia l’esito dell’operazione, che Deif sia vivo o sia morto, il raid complica e non poco una trattativa che solo nell’ultima settimana — complici le fortissime pressioni degli Usa — era tornata nel vivo, dopo mesi di attesa. A caldo, uno dei portavoce di Hamas ieri ha dichiarato che quello che è accaduto ad Al Mawasi è la dimostrazione che Israele non vuole un compromesso: ma la risposta ufficiale del gruppo deve ancora arrivare. Ieri, su Haaretz, il corrispondente per gli Affari interni Jonathan Lis e quello per gli Affari palestinesi Jack Khouri scrivevano che a breve Hamas potrebbe annunciare la sospensione del negoziato: se così fosse, sarebbe un colpo durissimo alle speranze della Casa Bianca di raggiungere un accordo.

Tutto si può dire meno che questa reazione, se arrivasse, sarebbe una sorpresa per l’establishment israeliano: «Non faccio passi indietro rispetto alla proposta Biden: ma la guerra deve continuare fino a quando tutti i nostri obiettivi non saranno realizzati», è stata l’autodifesa con cui Benjamin Netanyahu ha aperto la sua conferenza stampa ieri. Da settimane il premier è nel mirino della stampa — non solo progressista — che lo accusa di voler sabotare l’accordo pur di non perdere il sostegno dei partiti di estrema destra, contrari alla trattativa e fondamentali per la tenuta del governo. Più di un giornale lo ha accusato di tenere aperto il canale negoziale solo per non inimicarsi il Congresso Usa in vista dell’importantissimo discorso che dovrà tenere a Washington fra 10 giorni. Le nuove condizioni che ha dettato venerdì al capo dello Shin Bet, David Barnea, sembrerebbero dimostrare la volontà di rendere il negoziato più complesso: nessuno spostamento di uomini armati fra il Sud e il Nord di Gaza, e nessuna concessione sul controllo del corridoio Philadelphi, lingua di confine fra Gaza e l’Egitto.
Come faceva notare ieri a caldo la stampa israeliana, l’uccisione di Deif, se venisse confermata, agli occhi del premier sarebbe la prova tangibile della necessità di non piegarsi alle richieste di Hamas neanche in nome del ritorno degli ostaggi. «Capisco le richieste delle famiglie», commenta al telefono con Repubblica Michael Kobi, ex capo dello Shin Bet e interprete delle posizioni più dure dell’establishment della sicurezza. «Ma in ballo non c’è solo la sorte degli ostaggi, ma quella di tutto il Paese: dobbiamo estirpare Hamas fino alla radice e a ogni costo. La sicurezza di nove milioni di israeliani è più importante di tutto».

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