Tra dieci anni un terzo dei soldati americani saranno dei robot. Automi guerrieri, guidati dall’intelligenza artificiale che gli permetterà di combattere senza bisogno di controllo umano. A sostenerlo è il generale Mark Milley, che da pochi mesi ha lasciato il vertice delle forze armate statunitensi. Ex ufficiale dei parà e dei reparti d’assalto, una laurea alla Columbia e un corso di specializazione al Mit, dal 2015 ha gestito tutti i piani di modernizzazione del Pentagono prima come numero uno dell’Us Army e poi come capo di tutta la Difesa: è stato il regista dei programmi per adeguare armamenti e tattiche alla sfida con la Cina e al ritorno della guerra in Europa.
Proprio questa lunga esperienza lo ha convinto che il futuro prossimo sarà affidato ai droni: “Tra dieci-quindici anni, scommetto che un terzo dei militari americani saranno robot pilotati dall’intelligenza artificiale. Questo permetterà ai quartier generali di tutto il mondo di prendere decisioni molto più rapidamente …
Tra dieci anni un terzo dei soldati americani saranno dei robot. Automi guerrieri, guidati dall’intelligenza artificiale che gli permetterà di combattere senza bisogno di controllo umano. A sostenerlo è il generale Mark Milley, che da pochi mesi ha lasciato il vertice delle forze armate statunitensi. Ex ufficiale dei parà e dei reparti d’assalto, una laurea alla Columbia e un corso di specializazione al Mit, dal 2015 ha gestito tutti i piani di modernizzazione del Pentagono prima come numero uno dell’Us Army e poi come capo di tutta la Difesa: è stato il regista dei programmi per adeguare armamenti e tattiche alla sfida con la Cina e al ritorno della guerra in Europa.
Proprio questa lunga esperienza lo ha convinto che il futuro prossimo sarà affidato ai droni: “Tra dieci-quindici anni, scommetto che un terzo dei militari americani saranno robot pilotati dall’intelligenza artificiale. Questo permetterà ai quartier generali di tutto il mondo di prendere decisioni molto più rapidamente e sulla base di molte più informazioni”. Nella sua previsione, Milley ha voluto precisare la differenza tra la natura e il carattere dei conflitti, evocando il pensiero classico di von Clausewitz. La natura della guerra non cambierà, perché dipenderà sempre da attività umane e da azioni politiche: “Una parte – ha detto l’alto ufficiale - tenta di imporre la sua volontà politica sull’altra altra attraverso l’uso della violenza organizzata”.
Il modo di condurre una guerra, invece, implica tattiche, tecnologie, armi e addestramento dei comandanti. Milley ha dichiarato che questi fattori spesso si sono evoluti nel corso dei secoli, ma ora il mondo sta già vivendo la più grande trasformazione mai avvenuta nella Storia proprio a causa della diffusione dell’intelligenza artificiale e della robotica. Come è sempre accaduto, ad esempio con il passaggio dalla fusione del bronzo a quella del ferro ottocento anni prima di Cristo, il Paese che più rapidamente sviluppa un uso militare di queste innovazioni ottiene un vantaggio sugli avversari: le punte di freccia in bronzo non riuscivano a perforare le corazze di ferro.
Questa volta però gli scenari sono diversi. E molto più inquietanti. Lo ha sottolineato il generale Milley, nominato al vertice del complesso bellico americano dal presidente Donald Trump, con cui si è poi trovato spesso ai ferri corti. Secondo lui per mantenere la supremazia militare gli Stati Uniti non devono soltanto adattarsi in fretta alla novità ma affrontare un cambiamento epocale nel modo di combattere. E qui nasce il problema.
Le linee guida statunitensi attualmente impongono che l’essere umano sia sempre coinvolto nell’attività dei sistemi hitech – in gergo si dice “man in the loop” – che si tratti di missili o droni e abbia il controllo dei robot, in particolare di quelli che possono compiere azioni letali: “C’è la convinzione che soltanto gli umani abbiano un quadro etico nel prendere le decisioni e che questo principio deve essere salvaguardato su tutto, mentre invece la tecnologia non ha una moralità”. Milley però non può escludere che questi principi oggi inderogabili vengano stravolti nei prossimi anni: “Potete immaginare un futuro da un punto di vista tecnico dove una macchina o un robot guidati dall’intelligenza artificiale siano in grado di prendere autonomamente le proprie scelte? E’ questo quello che il mondo vuole?”.
Il generalissimo ha evidenziato il grande pericolo che abbiamo davanti: lo sviluppo di droni che arbitrano da soli vita o morte. E’ una prospettiva molto più vicina di quanto si immagini: proprio il conflitto ucraino sta accelerando l’introduzione di questi strumenti ed entro l’autunno i droni aerei o marittimi prodotti da Kiev saranno tutti dotati di intelligenza artificiale che li renderà capaci di procedere da soli nella fase conclusiva degli attacchi. Una scelta tecnica che nasce dall’esigenza di eliminare i comandi via radio degli operatori, in questi mesi sempre più spesso azzerati dagli apparati di disturbo elettronico russi, ma che avrà implicazioni etiche enormi. Ci saranno bombardieri, cingolati, barche che uccideranno seguendo esclusivamente le indicazioni inserite nel loro cervello elettronico, adattando i comportamenti per superare gli ostacoli. Industrie all’avanguardia nel settore dei sistemi bellici senza equipaggio – ad esempio quelle turche e quelle israeliane – hanno già messo a punto una serie di droni che eliminano gli obiettivi senza bisogno dell’autorizzazione finale di un essere umano: seguono i profili ottici, sonori o termici impostati dai loro programmatori.
E sono in fase di progettazione caccia, navi, tank potentemente armati che andranno all’assalto obbendendo agli algoritmi, senza nemmeno un uomo o una donna a bordo. Tutto questo senza che esista una forma di codice etico o di regolamentazione riconosciuta a livello internazionale per porre dei limiti agli automi killer: siamo alle porte di un Far West popolato di robot pistoleri, molto più efficienti e letali della macchina impazzita interpretata da Yul Brynner in “Westworld” mezzo secolo fa.