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Trump alla guerra dei dazi: “Europa, riprenderò da dove ho lasciato”. E il vice Vance è freddo su Kiev

FILE PHOTO: Republican presidential nominee and former U.S. President Donald Trump shakes hands with vice presidential nominee J.D. Vance as he arrives to attend Day 2 of the Republican National Convention (RNC), at the Fiserv Forum in Milwaukee, Wisconsin, U.S., July 16, 2024. REUTERS/Marco Bello/File Photo (reuters)

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L’ex presidente spiega a “Bloomberg Businessweek” di voler tornare allo scontro. Sugli aiuti all’Ucraina il numero due prescelto ancora più isolazionista. Neanche Haley osa contraddire
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MILWAUKEE — L’Europa deve prepararsi ad una nuova guerra dei dazi commerciali con gli Usa, se Trump tornerà alla Casa Bianca. Lo ha annunciato lui stesso in un lunga intervista con Bloomberg Businessweek, pubblicata proprio nel giorno che la Convention repubblicana ha dedicato alla politica estera, con il discorso di esordio del candidato alla vice presidenza J.D. Vance.

Nell’intervista, l’ex capo della Casa Bianca ha lasciato davvero poco all’immaginazione: «L’Unione Europea suona così bella. Molti di noi vengono da là. Amiamo la Scozia e la Germania. Amiamo tutti quei posti. Ma una volta che vai oltre questo, ci trattano violentemente. Non prendono le nostre macchine. Noi compriamo le loro auto a milioni. Non prendono i nostri prodotti agricoli. Molto poco. Noi li compriamo. Non prendono quasi nulla. Abbiamo un deficit con loro di oltre 200 miliardi di dollari».

La domanda riguardava il suo piano di imporre dazi a tappeto del 10% su tutte le importazioni che arrivano negli Usa, C…

MILWAUKEE — L’Europa deve prepararsi ad una nuova guerra dei dazi commerciali con gli Usa, se Trump tornerà alla Casa Bianca. Lo ha annunciato lui stesso in un lunga intervista con Bloomberg Businessweek, pubblicata proprio nel giorno che la Convention repubblicana ha dedicato alla politica estera, con il discorso di esordio del candidato alla vice presidenza J.D. Vance.

Nell’intervista, l’ex capo della Casa Bianca ha lasciato davvero poco all’immaginazione: «L’Unione Europea suona così bella. Molti di noi vengono da là. Amiamo la Scozia e la Germania. Amiamo tutti quei posti. Ma una volta che vai oltre questo, ci trattano violentemente. Non prendono le nostre macchine. Noi compriamo le loro auto a milioni. Non prendono i nostri prodotti agricoli. Molto poco. Noi li compriamo. Non prendono quasi nulla. Abbiamo un deficit con loro di oltre 200 miliardi di dollari».

La domanda riguardava il suo piano di imporre dazi a tappeto del 10% su tutte le importazioni che arrivano negli Usa, Cina a parte, dove minaccia di salire al 60%. E ciò anche contro i paesi alleati. A questo proposito, Trump ha ricordato una conversazione avuta con la ex cancelliera tedesca: «Ho detto ad Angela Merkel: ‘Angela, quante Ford o quante Chevrolet ci sono in questo momento nel centro di Monaco?’ Trump imita un accento tedesco: ‘Oh, non credo molte’. Che ne dici di nessuna? E quante Mercedes-Benz, BMW e Volkswagen abbiamo? No, ci trattano molto male. Ma stavo cambiando tutto ciò, e questa cultura. La stavo cambiando». E poi ancora: «Nessuno sapeva quanto l’Europa si fosse approfittata di noi. Abbiamo costruito le loro forze armate con i soldi che ci hanno preso. Ma tutto stava cambiando. Stava cambiando velocemente».

La minaccia quindi è quella di tornare verso questa direzione, ossia la guerra dei dazi inziata dopo il difficile negoziato con l’allora presidente della Commissione Juncker, considerato da Donald una bestia nera: loro l’acciaio e l’alluminio; gli europei le moto Harley Davidson di Milwaukee o il bourbon del Tennessee; loro gli Airbus, gli europei i Boeing. E così via.

Trump intende farlo non solo perché accusa l’Europa di imbrogliare gli Usa, ma anche perché accarezza l’idea di imitare il predecessore di fine Ottocento William McKinley e usare i profitti dei dazi allo scopo di finanziare lo Stato, eliminando o riducendo fortemente le tasse. Secondo Forbes è impossibile, perché il fisco americano raccoglie 3 trilioni di dollari all’anno e gli Usa importano beni per 3 trilioni, quindi ci vorrebbero dazi del 100%. Comunque le nuove tariffe proposte da Trump, secondo il Peterson Institute, costerebbero 1.700 dollari all’anno ad una famiglia della classe media, mentre la Tax Foundation avverte che ridurrebbero il Pil dello 0,8% e l’occupazione di 684.000 posti. Ma allora come mai gli americani lo votano? Perché non hanno idea di questi numeri, però amano il rumore che fa la minaccia delle guerre commerciali.

L’intervista va nella direzione dell’isolazionismo anche su altri temi di politica estera, dalla difesa dell’Ucraina a quella di Taiwan. Su questi punti Vance - che ieri ha detto: «È ora di sbarazzarsi del r è in perfetta sintonia con Trump, o forse si spinge anche oltre, tanto che secondo il sito Politico “i falchi della sicurezza nel Partito repubblicano sono terrorizzati” dalla scelta del senatore dell’Ohio come vice. In passato, ad esempio, ha dichiarato che «il destino dell’Ucraina non mi interessa minimamente, in qualunque direzione vada». Lui è un populista isolazionista che ricorda il sentimento prevalente negli Usa all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, prima di Pearl Harbor, e tra i repubblicani non manca chi teme che serva una simile tragedia per risvegliare l’anima più responsabile del Gop. Gli eredi di Reagan, Bush padre e figlio, Cheney, i neocon, McCain, Romney, ormai sono stati cacciati o zittiti. Martedì sera Nikki Haley e Marco Rubio hanno parlato davanti ad una Convention che va nella direzione opposta rispetto alle loro convinzioni di politica estera, ma hanno sorvolato su queste divergenze. Perché il partito non è più quello, e chi si azzarda a sfidare il movimento Maga fa la fine di Liz Cheney, l’ex pilota dell’Air Force Adam Kinzinger, o il guru dei neocon Bill Kristol, ormai tutti vituperati ex. Ma se Donald vincerà a novembre, Vance diventerà l’erede designato del trumpismo dopo Trump, per rendere permanente la rivoluzione e forse anche i contrasti con l’Europa.

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