“Continuo la campagna”. Biden non molla ma dietro le quinte è in corso l’ultima trattativa per l’exit strategy
dal nostro inviato Paolo MastrolilliMilwaukee — «Tornerò a fare campagna elettorale la prossima settimana», spiegando perché Donald Trump non può riprendersi la Casa Bianca e difendendo «i miei risultati e la visione che ho per l’America». Joe Biden non molla. Con questa dichiarazione dalla convalescenza per il Covid, ieri ha smentito le voci secondo cui sarebbe sul punto di mollare, anche se la Nbc ha scritto che in realtà alcuni membri della sua famiglia si sono rassegnati al ritiro dalla corsa presidenziale e stanno ragionando su come gestirlo nella maniera migliore per lui.
Dietro le quinte l’ultimo negoziato, molto serrato e decisivo per le sorti della ricandidatura di Biden, riguarda la sua eredità politica. Lo raccontano a Repubblica fonti direttamente coinvolte nella trattativa, e in grado di esercitare pressioni perché sono impegnate nella raccolta dei fondi elettorali. Secondo la loro versione dei fatti, il presidente insiste perché nel caso decida di mollare, a prendere il suo posto sia la vice Kamala H…
Milwaukee — «Tornerò a fare campagna elettorale la prossima settimana», spiegando perché Donald Trump non può riprendersi la Casa Bianca e difendendo «i miei risultati e la visione che ho per l’America». Joe Biden non molla. Con questa dichiarazione dalla convalescenza per il Covid, ieri ha smentito le voci secondo cui sarebbe sul punto di mollare, anche se la Nbc ha scritto che in realtà alcuni membri della sua famiglia si sono rassegnati al ritiro dalla corsa presidenziale e stanno ragionando su come gestirlo nella maniera migliore per lui.
Dietro le quinte l’ultimo negoziato, molto serrato e decisivo per le sorti della ricandidatura di Biden, riguarda la sua eredità politica. Lo raccontano a Repubblica fonti direttamente coinvolte nella trattativa, e in grado di esercitare pressioni perché sono impegnate nella raccolta dei fondi elettorali. Secondo la loro versione dei fatti, il presidente insiste perché nel caso decida di mollare, a prendere il suo posto sia la vice Kamala Harris, nonostante le tensioni con lei rivelate dal New York Times.
I leader del Partito democratico però resistono, per almeno due motivi: il primo, molto concreto, sta nella constatazione che Harris nei sondaggi contro Trump va peggio di lui, e quindi significherebbe cadere dalla padella alla brace; il secondo è che un’investitura dall’alto perderebbe ogni parvenza di processo democratico, confermando le accuse già lanciate dai repubblicani sulla violazione delle basilari regole elettorali. Sullo sfondo, però, c’è il timore che Joe insista su Kamala proprio perché sa che non sarebbe la scelta migliore per sostituirlo, nella speranza che porla come condizione irrinunciabile della sua resa gli consenta di sopravvivere, restare al proprio posto e continuare la campagna.
Le pressioni su Biden per il ritiro aumentano quasi ogni giorno. L’ultimo a chiederlo in pubblico è stato il senatore del Montana Jon Tester, perché non potrebbe battere Trump. È una nuova defezione importante, perché Tester è uno dei parlamentari che rischiano il posto in caso di un collasso del Partito democratico, e perdere il suo seggio renderebbe impossibile conservare la maggioranza nella Camera alta. Il Montana è uno stato repubblicano, che nelle presidenziali del 2020 ha votato nettamente per Trump. Tester finora è riuscito a sopravvivere grazie al carisma personale, ma ora si è convinto che con Biden candidato verrebbe trascinato verso la sconfitta. Una posizione simile è stata presa dal senatore del New Mexico Martin Heinrich, che ha definito il ritiro la soluzione «nel miglior interesse del Paese».
A loro si sono aggiunti quattro deputati altrettanto significativi. Marc Veasey e Chuy García, perché rappresentano i gruppi dei parlamentari neri e ispanici, essenziali per i democratici e da sempre vicini a Biden. Jared Hoffman e Mark Pocan perché fanno parte del caucus dei progressisti, che dopo aver criticato duramente il capo della Casa Bianca per la linea scelta su Gaza, in seguito al disastroso dibattito di Atlanta è diventato l’ala del Partito più determinata nella sua difesa. Poi hanno sollecitato la resa il deputato Greg Landsman dell’Ohio, Zoe Lofgren della California, e il sindacato United Food and Commercial Workers nello stato di Washington. Anche i finanziatori stanno alzando la voce, chiudendo il portafoglio: la campagna nel mese di luglio sperava di raccogliere almeno 50 milioni di dollari, ma ne ha incassati meno della metà.
Biden insiste che non vuole mollare, però potrebbe essere una tattica adottata per alzare la posta del negoziato. Se invece restasse candidato, con un partito ormai così apertamente diviso sarebbe quasi impossibile vincere.