Franzen: “Una crepa minaccia la democrazia Usa e nasce dal disprezzo per i valori fondativi”
dal nostro inviato Paolo MastrolilliMILWAUKEE — Ma come siamo caduti così in basso? Cosa ha trasformato l’America dal villaggio splendente sopra la collina, come predicava il puritano John Winthrop all’epoca dei primi insediamenti nel New England, nel Paese inguaribilmente spaccato di oggi? È anche colpa della sinistra, secondo Jonathan Franzen, perché «con le sue esagerazioni giudiziarie ha aizzato la reazione degli evangelici».
La violenza non è una novità negli Stati Uniti, colonizzati da europei in fuga dalle persecuzioni, forgiati dalla Rivoluzione contro l’impero britannico, e riformati loro malgrado da una Guerra Civile, che resta il conflitto più sanguinoso mai combattuto dagli americani. E poi quattro presidenti ammazzati, Martin Luther King e Robert Kennedy, le rivolte per i diritti civili, gli spari contro Reagan, fino a quelli che hanno mancato di un soffio la testa di Donald Trump. Però è anche vero che la sensazione di incomunicabilità, di insanabile frattura politica, culturale e persino geografica, …
MILWAUKEE — Ma come siamo caduti così in basso? Cosa ha trasformato l’America dal villaggio splendente sopra la collina, come predicava il puritano John Winthrop all’epoca dei primi insediamenti nel New England, nel Paese inguaribilmente spaccato di oggi? È anche colpa della sinistra, secondo Jonathan Franzen, perché «con le sue esagerazioni giudiziarie ha aizzato la reazione degli evangelici».
La violenza non è una novità negli Stati Uniti, colonizzati da europei in fuga dalle persecuzioni, forgiati dalla Rivoluzione contro l’impero britannico, e riformati loro malgrado da una Guerra Civile, che resta il conflitto più sanguinoso mai combattuto dagli americani. E poi quattro presidenti ammazzati, Martin Luther King e Robert Kennedy, le rivolte per i diritti civili, gli spari contro Reagan, fino a quelli che hanno mancato di un soffio la testa di Donald Trump. Però è anche vero che la sensazione di incomunicabilità, di insanabile frattura politica, culturale e persino geografica, sembra oggi così profonda da far dubitare sulla capacità della democrazia più antica del mondo moderno di sopravvivere intatta.
Perché ormai due nazioni opposte vivono sulla stessa terra, e i valori, le regole, le leggi, la Costituzione, i principi condivisi che finora le avevano fatto superare ogni tempesta danno l’impressione di non reggere più. Di non bastare più, di non essere più tanto condivisi, o comunque di essere meno importanti di ciò che invece divide. Osservando ad esempio i milioni di americani che sono pronti a dimenticare o giustificare l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2020, tornando a votare Trump pur di ottenere da lui ciò che vogliono, è logico supporre che se mettessi davanti a loro un piatto con la sopravvivenza della democrazia, e un altro col raggiungimento dei propri obiettivi, che siano il bando dell’aborto, il taglio delle tasse, la deportazione degli immigrati illegali, sceglierebbero senza esitazione il secondo. E pazienza per i due secoli e mezzo di storia precedenti, finiti in cenere.
È materia e rompicapo per i politici, così come i sociologi e i filosofi. Ma anche per gli scrittori che questa società cercano di raccontare e interpretare, attraverso la fantasia, l’arte e la narrazione. «Se l’era del Vietnam - ci dice ad esempio Jonathan Franzen, autore delle “Correzioni” - non ha diviso definitivamente il Paese, nel modo in cui siamo divisi ora, è probabilmente dovuto alla generazione di persone (per lo più uomini) che stavano allora salendo al potere. Avevano inventato le vecchie regole e hanno continuato a rispettarle per tutta la loro carriera».
Questa è certamente una spiegazione, almeno in parte. Il carattere delle persone, sommato al clima storico in cui sono cresciute e hanno vissuto: «Solo quando salì al potere la generazione dei baby boomer, ossia i nati dopo la Seconda Guerra Mondiale, a cominciare da Bill Clinton e Newt Gingrich, le regole iniziarono a cambiare». Certamente vero, perché la spaccatura culturale è sempre esistita, ma non c’è dubbio che il moderno rifiuto netto delle posizioni altrui si sia mostrato con un’evidenza incontenibile a partire dal rigetto dell’elezione di Clinton nel 1992, e poi il “Contract with America” grazie al quale Gingrich aveva portato al potere persone fino ad allora emarginate. Un tempo chi conquistava la Casa Bianca quanto meno fingeva, o si sforzava di presentarsi come il presidente di tutti, rispettando l’esortazione di Tocqueville ad evitare la dittatura della maggioranza. E gli avversari gli concedevano una chance di dimostrarlo, almeno per la “luna di miele” dei primi cento giorni. Da Clinton in poi questa usanza è finita.
«Ma - prosegue Franzen - direi che la divisione stessa ha avuto origine negli anni Sessanta e all’inizio degli anni Settanta, con il disprezzo dei baby boomer per le vecchie norme restrittive, con la strategia di Nixon di fare appello alla paura dei bianchi per la criminalità urbana e al loro risentimento per i diritti offerti dalla Great Society di Johnson ai neri». Dunque anche un razzismo che in realtà non si è mai assopito, per non dire superato. Epperò anche i progressisti o la sinistra non sono esenti da responsabilità, come ad esempio «l’esagerazione giudiziaria, l’essersi spinti troppo avanti con la sentenza sull’aborto Roe v. Wade, che galvanizzò gli evangelici».
Nonostante queste divisioni profonde, «gli Stati Uniti continuarono a ‘farcela’, a cavarsela, come dicono alcuni, finché ci furono leader come Ronald Reagan e Al Gore (un baby boomer, sì, ma anche il rampollo di una vecchia famiglia politica), che rispettarono le vecchie regole». Finiti loro, passate queste generazioni, il vuoto si è spalancato sotto ai piedi del Paese, col prevalere di persone che non davano altrettanta importanza ai valori condivisi.
La lista degli altri fattori che poi hanno facilitato, acuito e reso ingovernabile la spaccatura culturale è lunga: «Hanno avuto un peso i social media e televisioni come Fox News», per la propaganda diffusa, l’odio smerciato a basso prezzo, la possibilità offerta agli estremisti finora emarginati di capire che non erano soli e potevano coalizzarsi per rovesciare la società.
Ma anche «il predominio della cultura aziendale e corporate sulla vita pubblica, soprattutto nel campo dell’intrattenimento. Lo spingersi troppo in avanti dei progressisti. Lo status di minoranza permanente sia dei liberal, sia dei nazionalisti bianchi, che li rende poco inclini al compromesso. Lo spettro del cambiamento climatico, che ha portato ad una disperazione sotterranea. In particolare legata poi al problema dell’immigrazione clandestina», che da una parte è un’emergenza vera, ma dall’altra è una reazione di pancia sfruttata dai demagoghi.
Servirebbe, per concludere questa riflessione, il tentativo di offrire qualche rimedio, uno spiraglio, una strada. Pochi intravedono la soluzione, però, a parte la certezza quasi messianica di pensare che imporre agli altri la propria volontà salvi l’America dalla dissoluzione.