L’alba è il momento migliore per andare in cerca di cadaveri. Per un paio d’ore l’aria è respirabile e il sole dei Caraibi non ha ancora messo a cuocere il tappeto di spazzatura che fodera la città. I miasmi si sentono lo stesso, quelli non se ne vanno neppure di notte: è il fiato caldo di Port-au-Prince, che non permette di dimenticare neanche per un istante dove si è capitati. Un fazzoletto premuto sulla bocca e sul naso lo rende sopportabile, per un po’. L’orda umana dei senza casa dorme per terra, i carboni accesi durante il coprifuoco illuminano una donna che russa riversa in un canale di scolo, un vecchio che ha trovato posto nella carcassa di un’automobile, un bambino assopito dentro una carriola. Qualcuno di quei corpi ha un buco in testa e non si alzerà più. A Port-au-Prince la notte non porta buoni consigli, ma assassini.