✕

Jean-Luc Mélenchon: “La sfida finale per l’Eliseo tra me e la fascista Le Pen. Io dirò addio alla Nato”

(reuters)

Ascolta l'audio

L’intervista con il leader di France Insoumise. “Se Macron avesse accettato il risultato del voto, come prassi in democrazia, avrebbe chiamato uno dei nostri a fare il primo ministro”
4 minuti di lettura

PARIGI — «La scelta definitiva della Francia sarà tra me e la fascista Le Pen». Un pomeriggio con Jean-Luc Mélenchon. Palazzina dietro al canal Saint-Martin, quartier generale della France Insoumise. Il leader della sinistra radicale smista fogli sul tavolo, consulta una dichiarazione di Laurence Tubiana, appena candidata premier dai socialisti, e con una smorfia eloquente fa capire di non gradire affatto la proposta. Una fotografia del 1913 di Jean Jaurès. «Pacifista non allineato» come rivendica con fierezza Mélenchon. Si infervora quando non ama una domanda, ribatte con forza, è capace di digressioni da grande affabulatore. Il nostro incontro durerà più di due ore e mezza.

Il governo Attal è ancora al suo posto, la macronista Yaël Braun-Pivet è stata appena rieletta presidente dell’Assemblée Nationale. Cambiare tutto per non cambiare nulla: è questo il piano di Emmanuel Macron?

«Ha sciolto l’Assemblea per chiedere un chiarimento politico. Sono le sue parole, non le nostre. Per d…

PARIGI — «La scelta definitiva della Francia sarà tra me e la fascista Le Pen». Un pomeriggio con Jean-Luc Mélenchon. Palazzina dietro al canal Saint-Martin, quartier generale della France Insoumise. Il leader della sinistra radicale smista fogli sul tavolo, consulta una dichiarazione di Laurence Tubiana, appena candidata premier dai socialisti, e con una smorfia eloquente fa capire di non gradire affatto la proposta. Una fotografia del 1913 di Jean Jaurès. «Pacifista non allineato» come rivendica con fierezza Mélenchon. Si infervora quando non ama una domanda, ribatte con forza, è capace di digressioni da grande affabulatore. Il nostro incontro durerà più di due ore e mezza.

Il governo Attal è ancora al suo posto, la macronista Yaël Braun-Pivet è stata appena rieletta presidente dell’Assemblée Nationale. Cambiare tutto per non cambiare nulla: è questo il piano di Emmanuel Macron?

«Ha sciolto l’Assemblea per chiedere un chiarimento politico. Sono le sue parole, non le nostre. Per decine di sondaggi, il Rassemblement National era dato ampiamente in testa, e noi del Nuovo Fronte Popolare ultimi. È avvenuto il contrario. Se Macron avesse accettato il risultato del voto, com’è prassi in altre democrazie, avrebbe già chiamato qualcuno dei nostri per fare il primo ministro».

Perché la sinistra non ha ancora indicato un suo candidato premier?

«La discussione continua. Sono passati 12 giorni dal voto. I tedeschi e gli spagnoli ci hanno messo mesi per formare un governo. Il partito socialista, che fa parte della nostra alleanza, ha ripetuto “no a Mélenchon primo ministro”. Nessuno ha mai chiesto perché. Sento dire che sono una figura divisiva. È questo il senso della leadership in democrazia? Vengo etichettato come antisemita secondo una regola ormai mondiale: ovunque ci sia un leader della sinistra radicale di un certo peso, ecco che viene tacciato di antisemitsimo».

Cosa risponde a chi la accusa di aver scelto una linea ambigua per conquistare il voto dei musulmani francesi, rifiutandosi di definire Hamas come una organizzazione terrorista?

«Che è una vergogna, è come fare razzismo al contrario. I musulmani sono antisemiti per natura? E perché sarei diventato antisemita a più di 70 anni? Sono accuse spregevoli, che mi feriscono. Quando Hollande è uscito dalla naftalina, le sue prime parole nei miei confronti sono state: “Stai zitto”. Parla lui, uno che ha rovinato la sinistra. Nessuno è mai stato trattato in Francia come me, nemmeno Le Pen. Per quanto riguarda Hamas, ho detto cento volte che attaccare un rave party è un atto di terrorismo. Con il Nuovo Fronte Popolare abbiamo firmato un documento comune contro antisemitismo e islamofobia. Il mio primo messaggio social di condanna all’indomani del 7 ottobre era ben chiaro».

Siete lontanissimi dalla maggioranza assoluta: come pensate di applicare “tutto il programma, solo il programma”?

«È il gioco della democrazia. Se gli altri deputati non vogliono che applichiamo il nostro programma, ci sfiducino in Parlamento. Non dobbiamo tornare ai vecchi metodi: mentire, tradire, negare la volontà popolare. I media ci demonizzano. Il ceto dominante francese ha caratteristiche particolari. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, il suo slogan era: “Meglio Hitler che il Fronte Popolare”».

E se Macron si rifiuterà di nominare un vostro premier?

«In questo caso, per lui ci sarà un solo modo democratico per uscire dalla crisi istituzionale: andarsene, per votare di nuovo ed eleggere un suo sostituto, perché la Costituzione non prevede lo scioglimento dell’Assemblea per un altro anno. Se tutti bloccano tutto, la pentola a pressione esploderà. È meglio lasciare che il Fronte Popolare governi».

Ritiene possibile riconquistare elettori del Rassemblement National?

«Abbiamo proposto il salario minimo a 1.600 euro, il ripristino dei reparti di maternità, la riapertura delle scuole in zone periferiche... Non funziona, e sa perché? La loro priorità è il razzismo. Il loro problema numero uno sono gli arabi e i neri. Le Pen sta cercando di conquistare la destra, e la destra può diventare maggioranza solo con uno strumento di divisione del popolo: il razzismo».

È già proiettato sulle presidenziali?

«Questa volta, al ballottaggio noi ci saremo. A quel punto diremo al Paese: “Scegliete voi, ma non pensiate che non sia una scelta senza conseguenze”. Se il Paese vota una fascista, avremo un governo fascista. Per questo, oggi non dobbiamo commettere l’errore di accettare un governo di “facciata repubblicana”. Se succedesse, in un colpo solo Le Pen guadagnerebbe dieci punti».

Con un conflitto in corso sul continente, vuole ancora uscire dalla Nato?

«La Nato ha una logica di guerra. Io scelgo una logica di disarmo e pacificazione. Se fossi all’Eliseo, mi ritirerei dal comando militare unificato e dalla Nato, a maggior ragione in un momento in cui c’è una minaccia di guerra totale. Non penso di abbandonare i nostri vicini o l’Europa. Qualsiasi misura adottata dall’Ue per aiutare Kiev, sarà valutata caso per caso. Il nostro programma mantiene un fermo sostegno alla sovranità dell’Ucraina».

Tra Joe Biden e Donald Trump, chi sceglierebbe?

«Non mi riguarda. Hanno politiche determinate solo dai loro interessi. La maggior parte di questi leader Usa non sa nemmeno dove si trovano le capitali europee. Sono piuttosto grezzi. Non dico che siano nemici, ma abbiamo il dovere di criticarli».

Pensando alla corsa per l’Eliseo, governare oggi potrebbe essere contro-producente?

«No, è il contrario. Potremmo dimostrare che i nostri metodi funzionano. Gli spagnoli ci riescono, applicando misure sociali progressiste. Sarebbe assurdo pensare di cambiare ora il nostro programma, come ha detto la candidata premier del partito socialista Tubiana».

Ha parlato di Hollande che “esce dalla naftalina” e l’ex presidente è stato paragonato alle ‘cimici’ da una deputata della France Insoumise, Sophia Chikirou. È così che volete dialogare con i socialisti?

«Chikirou non ha parlato di Hollande ma dell’hollandismo. Le definizioni che lei ha citato sono state usate anche contro di noi. Il bersaglio sono io, perché tutti sanno che non mi arrenderò mai. Perché dovrei cedere? Per diventare come i socialisti? Ce ne sono già abbastanza».

Nei sondaggi, lei è il politico che provoca più rigetto, con il 78% di francesi ostili. Un commento?

«Ho gli occhi grandi, parlo con le mani, ho un’indole latina. Per le persone della buona società puzzo di zolfo. Se il 78% dei francesi non mi vuole, mi resta il 22%. Al secondo turno delle presidenziali, vedremo quale progetto preferiscono i francesi: il mio o quello di Le Pen. Comunque, non ho ancora detto che sarò candidato...».

Cosa significano le tartarughe sulla sua scrivania?

«Quando i giornalisti prevedevano che nel 2022 avrei fallito alle presidenziali, con meno del 10%, ho risposto: io sono una tartaruga elettorale. Da allora, i miei sostenitori me le regalano in continuazione. Mi ci rivedo. Come me, è un animale che vive a lungo, il che fa disperare i miei rivali. Ogni volta che mi vedono sputare fuoco e fiamme, capiscono che non si libereranno presto di me».

Leggi i commenti