NEW YORK — La vera manovratrice è lei, davanti e dietro le quinte. Magari alla fine Barack Obama avrà l’ultima parola, quando si tratterà di staccare la spina alla campagna presidenziale del suo ex vice Joe Biden, ma l’intera operazione la sta gestendo lei. Nancy Pelosi, Speaker emerita della Camera, che a 84 anni d’età ha avuto il coraggio di lasciare spazio alla prossima generazione di leader, epperò appena il gioco si è fatto duro è dovuta tornare in campo. Era stata lei a sculacciare Trump come un ragazzino capriccioso, quando dalla Casa Bianca voleva imporre la sua volontà al Congresso, ed è lei adesso a fare altrettanto con l’ex alleato Joe, che non riesce a mettere il bene di Partito e Paese davanti al suo ego, la sua testardaggine, e magari al risentimento di essersi sentito sempre guardato dall’alto in basso.
Come una madre severa ma giusta, aveva aperto la danza della sostituzione, chiedendo a Biden di riflettere sull’opportunità di continuare la campagna, dopo il disa…
NEW YORK — La vera manovratrice è lei, davanti e dietro le quinte. Magari alla fine Barack Obama avrà l’ultima parola, quando si tratterà di staccare la spina alla campagna presidenziale del suo ex vice Joe Biden, ma l’intera operazione la sta gestendo lei. Nancy Pelosi, Speaker emerita della Camera, che a 84 anni d’età ha avuto il coraggio di lasciare spazio alla prossima generazione di leader, epperò appena il gioco si è fatto duro è dovuta tornare in campo. Era stata lei a sculacciare Trump come un ragazzino capriccioso, quando dalla Casa Bianca voleva imporre la sua volontà al Congresso, ed è lei adesso a fare altrettanto con l’ex alleato Joe, che non riesce a mettere il bene di Partito e Paese davanti al suo ego, la sua testardaggine, e magari al risentimento di essersi sentito sempre guardato dall’alto in basso.
Come una madre severa ma giusta, aveva aperto la danza della sostituzione, chiedendo a Biden di riflettere sull’opportunità di continuare la campagna, dopo il disastroso dibattito di Atlanta: «Accetteremo la sua decisione, ma deve prenderla in fretta». In realtà Joe aveva già annunciato la risposta, cioè che non intendeva mollare, ma lei lo aveva ignorato perché non era quella giusta, offrendogli un’altra possibilità per correggersi. Da allora in poi tutti si erano sentiti autorizzati a pubblicizzare i propri dubbi. Nancy non li incoraggia, non chiama i colleghi per sollecitarli ad alzare la voce, ma se sono loro a cercarla non fa la timida.
Racconta il New York Times che durante il pranzo privato tenuto ogni settimana dal gruppo democratico alla Camera, all’inizio di luglio, lei si è presentata in ritardo e non ha parlato. Allora i colleghi ansiosi le hanno posto domande, a cui lei ha risposto con i dati secondo cui Biden non può battere Trump, ma rischia anche di trascinare nell’abisso l’intero Partito democratico, facendogli perdere la possibilità di riconquistare la Camera. Quindi, nonostante sia amica e sostenitrice della californiana Kamala Harris, ha rivelato che per la sostituzione preferirebbe una competizione aperta davanti alla Convention di Chicago in agosto. Un po’ perché servirebbe a salvare l’apparenza democratica del processo, ma forse anche perché consentirebbe di scegliere il candidato più in grado di vincere, che non è detto sia la vice presidente.
Joe è risentito con Nancy perché si sente tradito. È risentito con tutta la leadership, che lo ha sempre sottovalutato: «Vogliamo ricordarci per un secondo — ha detto al New York Post un suo collaboratore — che chi vuole cacciare Biden sono le stesse persone che ci hanno dato Trump? Nel 2015 Obama, Pelosi e Schumer hanno messo Joe da parte per preferirgli Hillary. Hanno sbagliato allora e sbagliano anche adesso». Durante un briefing tenuto ieri, a cui Repubblica era invitata, la sua campagna ha risposto così alle pressioni: «Riprenderà i comizi molto presto, perché sta guarendo dal Covid. E non è vero che la strada per vincere è diventata più stretta. Il sentiero più ovvio è il blue wall, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, ma siamo molto concentrati anche su Georgia, Nevada, Arizona e North Carolina».
Uno schiaffo a Nancy, perché risponde alle critiche che lei aveva fatto in una chiamata con Biden. Secondo il New York Times gli aveva detto, dati alla mano, che non poteva battere Trump e avrebbe regalato ai repubblicani anche il Congresso. Il presidente aveva resistito, dicendo che i suoi sondaggi raccontavano un’altra storia. Allora lei aveva ribattuto secca: «Passami Donilon», storico manager delle campagne elettorali di Biden. Quando aveva risposto, Pelosi lo aveva apostrofato con l’abituale franchezza: «Mostrami questi sondaggi».
Con Pelosi niente è mai personale, tutto ruota intorno al desiderio di vincere. Era così quando da Speaker selezionava i candidati al Congresso e tempestava i donatori. Lo stesso vale ora per Biden. Non vuole scavalcare Hakeem Jeffries, il successore designato, ma capisci chi manovra quando vedi i deputati alleati che uno alla volta - Schiff, Raskin, Lofgren - amplificano il suo messaggio chiedendo a Biden di mollare.
Il suo piano ha tre fasi. Nella prima ha sollecitato Joe a riflettere sulla prosecuzione della campagna senza produrre il risultato di farlo uscire in gloria. La seconda, quella delle pressioni pubbliche, sembra destinata a fallire. La terza potrebbe includere colpi bassi, tipo la pubblicazione delle registrazioni dei colloqui col procuratore speciale Hur sui documenti segreti nascosti a casa. Nancy non vuole danneggiare un amico, ma prima di tutto non vuole perdere perché teme davvero che in gioco ci sia il futuro della democrazia americana.