✕

Biden è infuriato con Obama e Clinton ma è ancora pressing: “Joe, passa la torcia”

Ascolta l'audio

Il presidente arrabbiato con gli ex alleati: “Stanno orchestrando una campagna ostile”. Salgono a 36 i dem che gli chiedono di lasciare. E ora arrivano manifestazioni e spot
2 minuti di lettura

NEW YORK — «Passa la torcia»: l’ennesima pressione degli agitatissimi dem in cerca di nuovo leader, prenderà lunedì la forma di uno spot tv in onda su Nbc durante “Morning Joe”, il programma preferito di Biden. Lo finanzia lo stesso gruppo di elettori che ieri pomeriggio ha organizzato anche una manifestazione davanti alla Casa Bianca. In onda nel solo Delaware e a Washington Dc, è praticamente diretto al solo “Spettatore-in-capo” cui sette giovani rivolgono un appello accorato: «Nel 2020 hai salvato la democrazia. Fallo ancora».

Cosa il presidente stia effettivamente meditando dal “buen retiro” di Rehoboth Beach, la casa al mare nel Delaware dove si è auto-isolato in attesa di guarire dal Covid, è difficile da capire. Alcune fonti a lui vicine ribadiscono al New York Times che Biden «ha iniziato a interrogarsi sulle possibilità di vittoria della vice Kamala Harris». Sostenendo pure che sono in corso «discussioni sul quando e come annunciare il passo indietro». Non prima di merc…

NEW YORK — «Passa la torcia»: l’ennesima pressione degli agitatissimi dem in cerca di nuovo leader, prenderà lunedì la forma di uno spot tv in onda su Nbc durante “Morning Joe”, il programma preferito di Biden. Lo finanzia lo stesso gruppo di elettori che ieri pomeriggio ha organizzato anche una manifestazione davanti alla Casa Bianca. In onda nel solo Delaware e a Washington Dc, è praticamente diretto al solo “Spettatore-in-capo” cui sette giovani rivolgono un appello accorato: «Nel 2020 hai salvato la democrazia. Fallo ancora».

Cosa il presidente stia effettivamente meditando dal “buen retiro” di Rehoboth Beach, la casa al mare nel Delaware dove si è auto-isolato in attesa di guarire dal Covid, è difficile da capire. Alcune fonti a lui vicine ribadiscono al New York Times che Biden «ha iniziato a interrogarsi sulle possibilità di vittoria della vice Kamala Harris». Sostenendo pure che sono in corso «discussioni sul quando e come annunciare il passo indietro». Non prima di mercoledì, quando, a dispetto del Covid, è previsto l’incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che mira a stringere la mano anche a Donald Trump. «Non lascerà prima di quella data» conferma Politico. Notando, però, che è difficile lo faccia subito dopo: «Quel giorno la moglie Jill parte per Parigi dove sarà presente all’inaugurazione dei Giochi Olimpici. Difficile immaginare Biden intraprendere un passo del genere senza di lei al suo fianco».

Non basta: un comunicato ufficiale diffuso venerdì parla della sua intenzione di «riprendere la campagna non appena il medico darà semaforo verde» guardando già a Georgia e Texas. Per niente propenso a lasciare, dunque: con buona pace del fatto che le pressioni su di lui aumentano e a i dem al Congresso che gli chiedono di farsi da parte sono ormai 36 (32 deputati e 4 senatori), il 12 per cento del totale. Secondo il New York Times, Biden sarebbe furioso. Convinto che non siano le sue debolezze a minargli il percorso ma «una campagna orchestrata contro di lui da persone che un tempo considerava vicine. L’ex speaker della Camera Nancy Pelosi e da Barack Obama». Una lista dei cattivi che include anche i Clinton, che invece, lo dicono persone del loro entourage, starebbero privatamente sostenendo la scelta di non mollare.

Di sicuro, nessuna delle strategie messe in atto dalla campagna di Biden negli ultimi 12 giorni – ovvero dal disastroso dibattito col rivale Donald Trump – ha pagato. Non le 10 interviste concesse nel frattempo e nemmeno le tante telefonate con i compagni di partito. Né tanto meno la lettera scritta ai compagni di partito dove li invitava spavaldamente a sfidarlo alla convention. Eventualità concreta se non si farà da parte da solo, come proposto anche dalla delegata Elaine Kamarck – che fra l’altro è a capo del Center for Effective Public Management della prestigiosa Brookings Institution - nel corso di una riunione su zoom con altri colleghi: «C’è una clausola di coscienza che può liberare i delegati dall’obbligo di sostenere il candidato emerso dalle primarie se pensano che il risultato non somigli più al sentimento delle persone che sono chiamate a rappresentare alla Convention».

Di sicuro, il tempo stringe. Entro venerdì il Comitato Nazionale Democratico deciderà se procedere alla nomina virtuale del candidato in anticipo rispetto alla convention che inizia il 19 agosto a Chicago. In un ipotetico post-Biden, la favorita è Harris: ma Pelosi preme per una mini-primaria che però cela pericoli a partire da quello di alienare il voto delle donne e degli afroamericani.

Leggi i commenti