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Rifugi e ospedali nei bunker, così Tel Aviv si prepara agli attacchi Houti

An Israeli policeman collects glass shrapnel from the window of a building that was damaged in an explosion that took place in Tel Aviv on July 19, 2024. An explosion at a building in Tel Aviv early on July 19 left one person dead and two lightly injured, an Israeli emergency services spokesperson told AFP. (Photo by GIL COHEN-MAGEN / AFP) 

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Le strutture mediche si attrezzano già “per una guerra a Nord di almeno 60 giorni”
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GERUSALEMME - Una mossa inevitabile. Così la leadership militare israeliana avrebbe descritto al gabinetto di sicurezza il raid contro gli Houti nella drammatica riunione d’emergenza di sabato pomeriggio, dopo che un drone lanciato dalla milizia yemenita foraggiata dall’Iran ha colpito il centro di Tel Aviv, provocando un morto e diversi feriti.

Da mesi il gruppo prende di mira Israele e obiettivi considerati a lei vicini e Gerusalemme aveva sempre mantenuto una politica di contenimento, senza reagire direttamente. Gli avvenimenti del fine settimana hanno cambiato le carte in tavola, aprendo un nuovo fronte drammatico e per molti versi inaspettato. Che si somma non solo a quello di Gaza ma anche a un’escalation che dal 7 ottobre si è progressivamente incendiata, e che se portata allo status di guerra totale potrebbe far impallidire quanto accaduto nella regione fino a questo momento: il conflitto con Hezbollah.

«Il nostro scenario di riferimento è una guerra di almeno 60 giorni c…

GERUSALEMME - Una mossa inevitabile. Così la leadership militare israeliana avrebbe descritto al gabinetto di sicurezza il raid contro gli Houti nella drammatica riunione d’emergenza di sabato pomeriggio, dopo che un drone lanciato dalla milizia yemenita foraggiata dall’Iran ha colpito il centro di Tel Aviv, provocando un morto e diversi feriti.

Da mesi il gruppo prende di mira Israele e obiettivi considerati a lei vicini e Gerusalemme aveva sempre mantenuto una politica di contenimento, senza reagire direttamente. Gli avvenimenti del fine settimana hanno cambiato le carte in tavola, aprendo un nuovo fronte drammatico e per molti versi inaspettato. Che si somma non solo a quello di Gaza ma anche a un’escalation che dal 7 ottobre si è progressivamente incendiata, e che se portata allo status di guerra totale potrebbe far impallidire quanto accaduto nella regione fino a questo momento: il conflitto con Hezbollah.

«Il nostro scenario di riferimento è una guerra di almeno 60 giorni con missili molto potenti che atterrano intorno a noi ogni quattro minuti», ha dichiarato il Dottor Michael Halberthal, direttore dell’Ospedale Rambam di Haifa, in un’intervista al Wall Street Journal. Nella guerra del 2006, furono una settantina i missili che colpirono nei dintorni del centro medico. Diciotto anni dopo, l’arsenale di Hezbollah è stimato in 150,000 razzi capaci di mettere in ginocchio l’intero paese, con il gruppo legato all’Iran pronto a lanciarne 4mila al giorno per saturare le difese aree.

A partire dall’esperienza del 2006, il Rambam, come tanti altri ospedali israeliani, si è attrezzato per avere la possibilità di spostare tutti i reparti essenziali in bunker sotterranei: sale operatorie, maternità, centro per la dialisi e altri ancora, tre piani scavati sotto il parcheggio. Il Ministero della Sanità ha richiesto al centro di essere pronto ad accogliere il 40% in più dei pazienti.

Intanto in tutto il paese si continua l’operazione di costruzione o ristrutturazione di rifugi antimissili pubblici e privati, si preparano razioni alimentari e scorte di medicinali.

Molti analisti fanno notare che in verità, la guerra è già in corso: dal Libano i razzi continuano a colpire Israele, soprattutto la Galilea e il Golan (decine al giorno solo nell’ultimo fine settimana), Gerusalemme conduce raid costanti oltre il confine – nello stato ebraico le vittime sono già oltre trenta, sul lato libanese oltre 450 – in entrambi i casi circa un terzo sono civili. Poi c’è la questione dei 60mila israeliani sfollati da kibbutz e cittadine di confine. Che chiedono alle autorità di farli tornare a casa entro l’inizio del nuovo anno scolastico il primo settembre.

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