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La Cina in contropiede, dal Medio Oriente all’Ucraina l’ambizione da mediatrice di pace di Pechino

(reuters)

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Si intensifica l’attività diplomatica di Xi Jinping: dall’arrivo del ministro degli Esteri ucraino alla firma da parte di Fatah, Hamas e altre dodici fazioni palestinesi della “dichiarazione di Pechino” per la gestione del post guerra a Gaza
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PECHINO - Dal Medio Oriente all’Ucraina. Con un’America “distratta” dagli sconvolgimenti nella corsa per la Casa Bianca, la Cina gioca in contropiede cercando di sfruttare qualche opportunità sul piano strategico provando a presentarsi, ancora una volta, come mediatore globale di pace. Xi Jinping tesse la sua tela, da Gaza a Kiev, per inserirsi con più centralità nelle crisi globali proiettando l’immagine di una Cina “potenza responsabile”. Mostrandosi molto più attivo sul piano diplomatico.

Nel giorno dell’arrivo in Cina del ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba - prima visita da quando è scoppiato il conflitto con la Russia - Pechino ha sbandierato con gran fanfara l’accordo raggiunto da Fatah, Hamas e altre dodici fazioni palestinesi su un “governo provvisorio di riconciliazione nazionale nella fase successiva al conflitto a Gaza”. Le delegazioni erano riunite nella capitale cinese dallo scorso fine settimana e ieri mattina hanno firmato la “Dichiarazione di Pechino” per…

PECHINO - Dal Medio Oriente all’Ucraina. Con un’America “distratta” dagli sconvolgimenti nella corsa per la Casa Bianca, la Cina gioca in contropiede cercando di sfruttare qualche opportunità sul piano strategico provando a presentarsi, ancora una volta, come mediatore globale di pace. Xi Jinping tesse la sua tela, da Gaza a Kiev, per inserirsi con più centralità nelle crisi globali proiettando l’immagine di una Cina “potenza responsabile”. Mostrandosi molto più attivo sul piano diplomatico.

Nel giorno dell’arrivo in Cina del ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba - prima visita da quando è scoppiato il conflitto con la Russia - Pechino ha sbandierato con gran fanfara l’accordo raggiunto da Fatah, Hamas e altre dodici fazioni palestinesi su un “governo provvisorio di riconciliazione nazionale nella fase successiva al conflitto a Gaza”. Le delegazioni erano riunite nella capitale cinese dallo scorso fine settimana e ieri mattina hanno firmato la “Dichiarazione di Pechino” per “porre fine alla divisione e rafforzare l’unità”.

La Cina si porta così a casa un discreto successo diplomatico, presentandosi come attore alternativo nella regione. Poco importa che la tenuta di questo accordo tra Hamas e Fatah forse non reggerà - è solo l'ultimo di una lunga serie di accordi di riconciliazione simili mediati e poi interrotti tra le due fazioni: per Pechino è importante mostrarsi coinvolta.

Sono i secondi colloqui del genere ospitati dalla Cina - i primi ci furono ad aprile di quest’anno senza troppi risultati - nel tentativo di colmare le distanze tra le fazioni palestinesi rivali che da tempo si contendono il potere a Gaza e in Cisgiordania. Il Ministro degli Esteri Wang Yi, regista dell’operazione, ha ribadito il suo appello per un “cessate il fuoco generale, duraturo e praticabile nella Striscia il prima possibile, per garantire un accesso agevole agli aiuti umanitari e ai soccorsi: non ci possono essere scuse per il ferimento dei civili e per un ulteriore prolungamento della guerra”. Dice che “il risultato principale è l'affermazione dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) come unico rappresentante legittimo di tutto il popolo palestinese (anche se Hamas non ne fa parte, ndr) e la richiesta più forte è quella di istituire realmente uno Stato palestinese indipendente, in conformità con le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite”. Afferma che la comunità internazionale deve “compiere sforzi congiunti per la governance postbellica di Gaza secondo il principio dei ‘palestinesi che governano la Palestina’”.

Lo stesso Wang nelle prossime ore vedrà l’ucraino Kuleba. Appena atterrato in Cina il ministro degli Esteri di Kiev ha detto su Instagram che sono previste “discussioni approfondite e sostanziali per raggiungere una pace giusta. Dobbiamo evitare la competizione tra i piani di pace. È molto importante che Kiev e Pechino si impegnino in un dialogo diretto”.

La visita dell’ucraino potrebbe gettare le basi per una conferenza di pace che veda la partecipazione di Pechino e anche di Mosca (che è quello che Xi chiede da mesi). Dialogando con Kiev, e magari spingendo per una vera seconda conferenza dopo quella deludente in Svizzera (a cui Pechino non ha partecipato), la Cina riguadagnerebbe credito, e magari tornerebbe utile per evitare nuove minacce di sanzioni.

La stampa di Stato gioca ancora la carta della potenza responsabile in contrapposizione all’Occidente: “Gli alleati sono molto preoccupati per l'incertezza che regna negli Stati Uniti e la ricerca del sostegno diplomatico e della cooperazione da parte di una grande potenza in grado di offrire un supporto affidabile e responsabile per la pace, come la Cina, sarà sempre più importante per l'Ucraina per trovare una via d'uscita dalla guerra”.

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