NEW YORK — Donald Trump pensava di aver già vinto le elezioni e voleva che Joe Biden restasse il candidato democratico. Rimane in vantaggio e ai suoi collaboratori ha confidato che «battere Kamala Harris sarà ancora più facile», però la mossa dei suoi avversari gli scombina i piani e lo mette in difficoltà. Primo, perché nonostante abbia già preparato da tempo le munizioni con cui bombardare la vice presidente, non avrà la certezza che lei sarà la sua avversaria, fino a quando la Convention democratica di Chicago non la incoronerà a metà agosto.
Secondo, perché è vero che Harris ha diversi punti deboli dal punto di vista della sua agenda, a partire dal fatto di aver gestito il dossier immigrazione, però rovescia il tavolo perché rappresenta un netto cambio generazionale rispetto a lui, che diventa così l’anziano rimasto in corsa, e poi è una donna afroamericana, quindi avvantaggiata nel parlare con due gruppi di elettori decisivi.
NEW YORK — Donald Trump pensava di aver già vinto le elezioni e voleva che Joe Biden restasse il candidato democratico. Rimane in vantaggio e ai suoi collaboratori ha confidato che «battere Kamala Harris sarà ancora più facile», però la mossa dei suoi avversari gli scombina i piani e lo mette in difficoltà. Primo, perché nonostante abbia già preparato da tempo le munizioni con cui bombardare la vice presidente, non avrà la certezza che lei sarà la sua avversaria, fino a quando la Convention democratica di Chicago non la incoronerà a metà agosto.
Secondo, perché è vero che Harris ha diversi punti deboli dal punto di vista della sua agenda, a partire dal fatto di aver gestito il dossier immigrazione, però rovescia il tavolo perché rappresenta un netto cambio generazionale rispetto a lui, che diventa così l’anziano rimasto in corsa, e poi è una donna afroamericana, quindi avvantaggiata nel parlare con due gruppi di elettori decisivi.
La notizia del ritiro di Biden non ha colto di sorpresa Trump, che parlando con i collaboratori, secondo la Cnn, lo ha liquidato con l’ultimo insulto: «È stato il peggior presidente nella storia degli Stati Uniti». Dopo il disastroso dibattito di Atlanta, però, la sua campagna elettorale aveva frenato gli attacchi. Ad esempio, il New York Times ha scritto che aveva sospeso la trasmissione di una serie di spot televisivi devastanti, proprio perché sperava che Joe restasse al suo posto e quindi non voleva danneggiarlo oltre, favorendo la sua sostituzione.
Le prime mosse dei repubblicani
Ora i primi passi immediati per rispondere al ritiro sono due. Il primo è chiedere che Biden si dimetta anche dalla presidenza, perché «se non è in grado di condurre una campagna elettorale, non può neppure governare». Il Venticinquesimo emendamento della Costituzione stabilisce che il presidente può essere dichiarato inabile a proseguire il mandato e quindi sostituito, ma per farlo serve l’intervento del vice, di alcuni membri del gabinetto o del Congresso, dove serve una maggioranza qualificata che i repubblicani non hanno.
Il secondo passo è bloccare i finanziamenti. In teoria, se la candidata sarà Harris potrà usare i fondi raccolti finora per il ticket di cui fa parte, con certe condizioni. Se sarà un’altra persona, i soldi potrebbero essere trasferiti ad un Super Pac esterno alla campagna che l’aiuterebbe, ma ciò aprirebbe certamente la strada a cause legali da parte del Gop. Chi ha già donato per Biden poi non potrebbe farlo anche per il nuovo candidato, perché così supererebbe il limite massimo consentito.
Sul piano politico, i repubblicani stanno già accusando gli avversari di violare le regole della democrazia. Per mesi - è il loro ragionamento - avete basato la campagna sul fatto che Trump è una minaccia per il futuro del nostro sistema di governo, ma ora chi lo viola siete voi. Avete tenuto le primarie, gli elettori hanno scelto Biden, ma voi lo avete costretto al ritiro perché i sondaggi dicono che non può vincere. La democrazia la state aggirando voi e quindi non potete più attaccare il nostro uomo su questo terreno.
Lo scenario Harris
Se la nuova candidata sarà Harris, il sondaggista Tony Fabrizio ha rivelato che la campagna per attaccarla è già pronta, anche perché è impopolare come Joe. Il Super Pac Maga Inc. ha raccolto la “opposition research”, ossia le informazioni dannose con cui definirla e distruggerla subito. I suoi punti forti sono essere donna, quindi capace di articolare meglio il tema chiave dell’aborto vietato a livello federale dalla Corte Suprema di Trump, e afro americana, dunque in grado di motivare un gruppo essenziale di elettori e parlare alle minoranze. Poi è stata una procuratrice, perciò saprà attaccare Donald per le sue condanne e le incriminazioni in maniera più efficace. I punti deboli sono che Biden l’aveva nominata zar per l’immigrazione, e quindi ha fallito sul tema principale dell’agenda repubblicana, nonostante ora gli ingressi illegali siano fortemente diminuiti. Poi è californiana, e quindi verrà bollata come una liberal debole contro la criminalità. Trump intanto ha già pronto il soprannome: «Laughing Kamala», perché «ride come una pazza».
La campagna si sta concentrando anche su chi potrebbero essere il vice, con buona probabilità un uomo del Midwest per equilibrare il “ticket”. L’attenzione è focalizzata sul governatore della Pennsylvania Shapiro, ma anche su quelli del Kentucky Beshear e North Carolina Cooper. Meno su Whitmer del Michigan. Se però i democratici facessero lo scherzo di non nominare Harris, Trump dovrebbe rifare tutto da capo. Un incubo, a tre mesi dal voto.