Se si vuole dare una forma al concetto di autonomia strategica dagli Stati Uniti, allora l’unica è quella dell’aereo fantascientifico simile a una manta presentato due giorni fa al salone di Farnborough. Si tratta solo di un modello, con grandi ali e geometrie concepite per lasciare scivolare le onde elettromagnetiche e restare invisibile ai radar, che però rende visibile lo sforzo fatto finora sul progetto Gcap-Tempest. Dietro la sigla Global Combat Air Programme c’è l’ambizione di restare protagonisti del settore aeronautico, il più avanzato di tutti dal punto di vista tecnologico, realizzando un caccia di sesta generazione: qualcosa che neppure Lockheed o Boeing stanno osando.
L’idea è stata britannica…
Se si vuole dare una forma al concetto di autonomia strategica dagli Stati Uniti, allora l’unica è quella dell’aereo fantascientifico simile a una manta presentato due giorni fa al salone di Farnborough. Si tratta solo di un modello, con grandi ali e geometrie concepite per lasciare scivolare le onde elettromagnetiche e restare invisibile ai radar, che però rende visibile lo sforzo fatto finora sul progetto Gcap-Tempest. Dietro la sigla Global Combat Air Programme c’è l’ambizione di restare protagonisti del settore aeronautico, il più avanzato di tutti dal punto di vista tecnologico, realizzando un caccia di sesta generazione: qualcosa che neppure Lockheed o Boeing stanno osando.
Nuovo caccia Tempest, perché il Regno Unito di Starmer potrebbe abbandonare il progetto con l’Italia
L’idea è stata britannica, con uno scatto d’orgoglio all’indomani della Brexit che restituisse al Paese la leadership aviatoria a livello mondiale. A Londra però si sono resi conto che l’impresa era al di sopra delle loro risorse e hanno subito guardato a Roma: una scelta obbligata, perché le aziende elettroniche militari inglesi e scozzesi appartengono a Leonardo. Entrambe hanno una storia di collaborazioni sui velivoli da combattimento lunga mezzo secolo, che ha permesso di costruire - insieme alla Germania - il Panavia Tornado e poi l’Eurofighter Typhoon: ottimi cacciabombardieri esportati con successo, che hanno determinato ricadute significative nell’occupazione e nell’innovazione.
Poi alla fine degli anni Novanta entrambe le aviazioni hanno deciso di puntare sul Lockheed F-35, il solo jet stealth di quinta generazione in servizio nel pianeta: un programma in cui però britannici e italiani hanno un ruolo di secondo o terzo piano. Ed ecco il problema comune ai due Paesi: quando chiuderà la catena di montaggio dell’Eurofighter, che continua a venire aggiornato ed è in gara per importanti commesse export, scomparirà l’industria aeronautica di punta, quella che da sempre fa da traino alle ricerche nei settori d’avanguardia.
L’adesione italiana è stata decisa dal primo governo Conte, poi consolidata da quello Draghi e spinta con determinazione dall’esecutivo Meloni, sulla scia del feeling con i conservatori britannici. Poiché comunque il programma è veramente costoso - si preventiva un investimento vicino ai cinquanta miliardi di euro - allora è scattata la ricerca di un terzo partner. Le lusinghe alla Germania sono cadute nel vuoto: Berlino resta al fianco di Parigi in un progetto alternativo. Ed ecco nascere l’inedita alleanza con il Giappone, che condivide l’esperienza del F35 e non vuole abdicare alla sovranità tecnologica.
Il Tempest rappresenta una doppia sfida. Bisogna infatti elaborare la visione di un caccia che domini le battaglie nei cieli tra dieci anni - previsione forse ottimistica per l’ingresso in servizio - anticipando l’evoluzione scientifica e bellica. Un campo che sta subendo un’accelerazione imprevista per l’invasione russa dell’Ucraina e per il confronto sempre più teso con la Cina. Per questo c’è da inventare il meglio di tutto, con un impulso colossale agli studi: materiali che assorbono le onde radar, intelligenza artificiale al massimo livello, sensori che vedano tutto senza farsi scoprire, apparati di comunicazione impenetrabili. Leonardo sta lavorando a un radar che fornirà 10 mila volte più dati di quelli attualmente esistenti oltre a una cabina di pilotaggio con un’interazione tra uomo e macchina degna di Guerre Stellari.
Il Tempest infatti viene disegnato per avere un pilota in carne e ossa, senza escludere che si evolva in un automa guidato dall’intelligenza artificiale. Sin dall’inizio, però, sarà il regista di uno sciame di droni - ricognitori, disturbatori di frequenze o bombardieri - moltiplicando le potenzialità e riducendo al minimo i rischi in combattimento.
Bae, Leonardo e Mitsubishi - le tre aziende capofila - sono convinte che il percorso sia importante quanto la meta: strada facendo, le innovazioni pensate per il Tempest potranno essere trasfuse sulle nuove versioni dell’Eurofighter o su altri prototipi. La grande incognita resta la sostenibilità economica: tutte le nazioni devono far fronte al riarmo dettato dalle lezioni del conflitto ucraino, ricostituendo i reparti corazzati e l’artiglieria azzerati nell’ultimo quarto di secolo. I laburisti appena arrivati a Downing Street si chiedono quali siano le priorità: i tank oggi o il supercaccia domani?
Un’alternativa per limare i preventivi del Gcap potrebbe venire dal ritrovato europeismo del governo Starmer: riprovare a coinvolgere la Germania, sempre meno convinta del superjet da realizzare con i francesi. Uno scenario a cui potrebbero contribuire anche Giorgia Meloni e il ministro Guido Crosetto, che hanno appena siglato con Berlino un patto industriale sui carri armati e stanno discutendo altri accordi: sarebbe la grande occasione per lanciare una vera Europa della Difesa.