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Dal fronte alle gare, l’Olimpiade ucraina: “Siamo qui per dire che esistiamo ancora”

Il campione di wrestling ucraiano Parviz Nasibov alla partenza per Parigi (reuters)

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Sono 140 gli atleti di Kiev, la delegazione più piccola della sua storia. Alcuni arrivano direttamente dalle trincee, tutti gareggiano per i compagni morti
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PARIGI — Il rumore: «La guerra fa un gran casino. Qui, invece, tutto ha un bellissimo suono». Vladyslava Aleksiiva, tuffatrice. La responsabilità: «Non lo fai più per te stessa. Vincere una medaglia, essere una campionessa, realizzare le tue ambizioni, è inappropriato. Una medaglia è un’occasione per raccontare la nostra storia, la storia della nostra nazionale». Anna Ryzhykova, ostacolista. Gli amici: «Negli ultimi due anni mi sono allenato sentendo il suono delle sirene mentre i miei amici erano lì fuori, che sparavano. E morivano. E tu sei lì a saltare». Oleh Doroshchuk, 23 anni, salto in alto. Il sogno: «Il mio? Una vittoria alle Olimpiadi». Oleksandr Pielieshenko, sollevatore di pesi, quarto a Rio, morto qualche mese fa mentre era al fronte, in divisa.

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Tra le nazioni in gara in queste Olimpiadi ce n’è una piccola – 140 atleti per 26 eventi – che gareggia né per partecipare né per vincere. Gareggia per “esistere” come ha detto inc…

PARIGI — Il rumore: «La guerra fa un gran casino. Qui, invece, tutto ha un bellissimo suono». Vladyslava Aleksiiva, tuffatrice. La responsabilità: «Non lo fai più per te stessa. Vincere una medaglia, essere una campionessa, realizzare le tue ambizioni, è inappropriato. Una medaglia è un’occasione per raccontare la nostra storia, la storia della nostra nazionale». Anna Ryzhykova, ostacolista. Gli amici: «Negli ultimi due anni mi sono allenato sentendo il suono delle sirene mentre i miei amici erano lì fuori, che sparavano. E morivano. E tu sei lì a saltare». Oleh Doroshchuk, 23 anni, salto in alto. Il sogno: «Il mio? Una vittoria alle Olimpiadi». Oleksandr Pielieshenko, sollevatore di pesi, quarto a Rio, morto qualche mese fa mentre era al fronte, in divisa.

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Tra le nazioni in gara in queste Olimpiadi ce n’è una piccola – 140 atleti per 26 eventi – che gareggia né per partecipare né per vincere. Gareggia per “esistere” come ha detto incontrando gli atleti il presidente Volodymyr Zelensky, parlando della sua Ucraina. Non è questione di medagliere, «essere qui a Parigi, con la nostra bandiera, la nostra storia, il nostro orgoglio ci ha già dato quello che volevamo», ha detto guardando il campione di pugilato Oleksandr Khyzhniak, medaglia d’argento agli scorsi Giochi, che poteva essere al fronte e invece è al villaggio. «Perché queste Olimpiadi sono anche il nostro fronte», ha spiegato il ministro dello Sport, Matviii Bidny, ex body builder mentre la sua delegazione partiva.

Sono pochi, si è detto, la più piccola della sua storia. Sono giovanissimi eppure già reduci, conoscono i dolori e hanno visto morire amori e prospettive. D’altronde i numeri sono impietosi: gli atleti uccisi dall’inizio della guerra, secondo il governo ucraino, sono stati quattrocento. Cinquecento le strutture sportive distrutte. Chi è qui si è allenato in condizioni impossibili. Ha visto uccidere allenatori e compagni. In alcuni casi si è salvato soltanto per un soffio.

Le gemelle Maryna e Vladyslava Aleksiiva sono considerate un prodigio del nuoto sincronizzato. Alle ultime olimpiadi hanno vinto una medaglia di bronzo, quella che sono corse a recuperare, come fosse la cosa più importante del loro mondo, perché probabilmente lo era, quando la loro casa è stata bombardata. Scapparono in Italia, per paura. Ma non hanno resistito a lungo. Dopo sei mesi vollero rientrare nella loro Ucraina per stare vicino ai loro affetti e per continuare gli allenamenti.

«Quando arriva un allarme al telefono o suona una sirena, dobbiamo correre fuori dall’acqua in costume da bagno per rifugiarci nel rifugio, sotto la piscina», ha raccontato nelle scorse settimane Maryna a Liberation, che è andata a trovarla in una piscina di Nimes dove stavano preparando i giochi. «Non sai quanto durerà, quanto sarà pericoloso. Ed è così rumoroso. Dei missili hanno distrutto anche gli infissi della nostra piscina. Ma noi abbiamo continuato ad allenarci anche se senza finestre in inverno è complicato stare a lungo in acqua».

Il capitano della nazionale di calcio che, all’esordio, ha perso a Lione contro l’Iraq, Oleksi Sych non è voluto andare via dalla sua terra. Era stato costretto a un trasferimento in Belgio quando il campionato è stato interrotto ma poi è rientrato. Conosce i difetti del tempo, quando c’è una guerra. E allora per non sbagliare ha chiesto alla sua fidanzata Anastasija di sposarlo prima di partire per la Francia, «perché ora di tempo ancora ne abbiamo». Pensava di averne anche Volodymyr Androshchuk, decatleta di ottimo livello da juniores che probabilmente sarebbe stato qui se schegge di un razzo anticarro non lo avessero colpito alla tempia, tre mesi dopo essersi arruolato.

Oleksii Sych (afp)

Quando Jaroslava Mahu?ich, 22 anni, la stella, fresca del record del mondo nel salto in alto, favorita principale per la medaglia d’oro, dice che lei salta sì per vincere, «ma soprattutto per mostrare al mondo che non smetteremo mai di combattere, che nessuno può fare finire l’Ucraina» lo dice con Volodymyr, Oleksandr e per tutti gli altri 500 atleti che dovevano essere qui, in un campo di gioco. E invece sono finiti nel fosso di una trincea.

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