Harris a Netanyahu: “Israele ha diritto alla difesa, ma come lo fa conta. Su Gaza non resterò zitta”. Casa Bianca: su cessate il fuoco accordo a un passo
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK — New York - "Israele ha il diritto di difendersi, ma come lo fa conta". Lo ha detto la vice presidente americana Kamala Harris, ormai prossima candidata del Partito democratico alla Casa Bianca, dopo l’incontro avuto ieri pomeriggio con il premier israeliano Netanyahu, che poche ore prima aveva visto Joe Biden. Harris ha dichiarato che il colloquio "è stato franco e costruttivo". Ha spiegato di aver confermato il sostegno "incrollabile" degli Usa per lo Stato ebraico, ma allo stesso tempo "ho espresso i miei timori per le morti civili. Con più di due milioni di persone alle prese con alti livelli di insicurezza alimentare, e più di mezzo milione ad affrontare catastrofici livelli di acuta insicurezza alimentare, quanto accaduto a Gaza negli ultimi nove mesi è devastante. Non possiamo girarci di fronte a queste tragedie. Non possiamo permetterci di diventare insensibili alla sofferenza. Io non starò in silenzio".
NEW YORK — New York - "Israele ha il diritto di difendersi, ma come lo fa conta". Lo ha detto la vice presidente americana Kamala Harris, ormai prossima candidata del Partito democratico alla Casa Bianca, dopo l’incontro avuto ieri pomeriggio con il premier israeliano Netanyahu, che poche ore prima aveva visto Joe Biden. Harris ha dichiarato che il colloquio "è stato franco e costruttivo". Ha spiegato di aver confermato il sostegno "incrollabile" degli Usa per lo Stato ebraico, ma allo stesso tempo "ho espresso i miei timori per le morti civili. Con più di due milioni di persone alle prese con alti livelli di insicurezza alimentare, e più di mezzo milione ad affrontare catastrofici livelli di acuta insicurezza alimentare, quanto accaduto a Gaza negli ultimi nove mesi è devastante. Non possiamo girarci di fronte a queste tragedie. Non possiamo permetterci di diventare insensibili alla sofferenza. Io non starò in silenzio".
Il problema riguarda direttamente l’America, anche in vista delle elezioni di novembre, dove la crisi a Gaza ha eroso il consenso per Biden, che ora Harris cerca di recuperare: "Spesso la conversazione è binaria, ma la realtà è molto più di questo. Chiedo agli americani di incoraggiare gli sforzi per una maggiore consapevolezza della complessità e della storia della regione", condannando l'antisemitismo e l'islamofobia. Quindi si è rivolta ai manifestanti, che minacciano di marciare sulla Convention democratica di Chicago, dove dovrebbe essere incoronata a metà agosto: "A tutti coloro che chiedono il cessate il fuoco e urlano per la pace, dico questo: io vi vedo e vi sento. Facciamo questo accordo" per il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi. Quanto alla risposta di lungo termine, "io resto impegnata per la soluzione dei due stati".
L’intesa di cui ha parlato Harris è vicina, ma le parti non sono ancora pronte a firmarla. Lo ha detto un’autorevole fonte della Casa Bianca, che ha spiegato la sostanza del doppio incontro avuto ieri dal premier Netanyahu con il presidente Biden e la vice Harris, prima di andare oggi a Mar a Lago da Trump, che ha sollecitato lo Stato ebraico a "chiudere in fretta la guerra", perché sta rovinando la sua reputazione globale. A giudicare da come si sono salutati nello Studio Ovale durante il loro incontro ieri mattina, da "orgoglioso sionista ebreo a orgoglioso sionista irlandese americano", sembrerebbe che tra Joe e Bibi non ci sia mai stato uno screzio. E neppure il ritiro dalla corsa presidenziale avrebbe influito, visto che il colloquio aveva un carattere molto operativo. "La struttura dell’accordo - ha spiegato la fonte della Casa Bianca - fondamentalmente già esiste. Stiamo elaborando l'implementazione. Ci sono problemi di attuazione molto seri che vanno risolti, e non voglio sottovalutare la difficoltà, ma sono le modalità di attuazione". Ad esempio la richiesta israeliana di posizionare check point lungo il corridoio di Netzarim, per controllare se i palestinesi che tornano a casa nel nord portano armi, o quella di non ritirare le proprie forze dal Philadelphi Corridor al confine con l’Egitto. "Ci sono alcune cose di cui abbiamo bisogno da parte di Hamas, e altre da Israele. Penso le vedremo accadere nel corso della prossima settimana".
La fonte è scesa nei dettagli: "La novità è che Hamas sembra convinto del cessate il fuoco, però ha promesso in modo vago di rilasciare alcuni ostaggi dopo, e ciò è inaccettabile. Abbiamo elaborato un testo dettagliato degli accordi, come funzionerebbe lo scambio di ostaggi, i benefici significativi per gli abitanti di Gaza e gli aiuti umanitari. Poi c’è la sequenza. Abbiamo una fase iniziale in cui donne, uomini sopra i 50 anni e ostaggi malati e feriti usciranno per primi, nell'arco di 42 giorni. A partire dalla metà circa di questo periodo bisogna avviare il negoziato per la seconda fase". Gli Usa non vedono "gli israeliani bloccare l’ingresso di provviste a Gaza. Abbiamo problemi di distribuzione su cui lavoriamo continuamente. È un ambiente di guerra molto difficile. Ci sono posti di blocco. Poi le cosiddette bande armate che prendono il controllo dei convogli, che si tratti di Hamas o altro. Ma entità e quantità delle provviste che arrivano a Gaza sono aumentate in modo significativo". I problemi "non riguardano principalmente la parte israeliana.
Le difficoltà sono legate all’ambiente operativo all’interno di Gaza, e il fatto che i leader di Hamas vivono clandestinamente, senza consentire ai civili di utilizzare quelle strutture sotterranee". Alla domanda se Netanyahu sia sincero nella volontà di arrivare ad un accordo, ora che Biden si è ritirato e Trump potrebbe tornare alla Casa Bianca il 20 gennaio, la fonte ha risposto così: "Se arriveremo a questa conclusione, lo diremo molto chiaramente. Ci sono stati progressi. Le questioni in fase di negoziazione, di attuazione, sono reali. Non puoi concludere un accordo finché non sono risolte. Però pensiamo che siano risolvibili, non insormontabili. Su due paragrafi c’è disaccordo. In quegli articoli ci sono cose che servono da Hamas e da Israele. Su questo lavorano i mediatori".
Qatar ed Egitto premono su Hamas, gli Usa su Israele. Quello di ieri non era "un incontro per dire sì o no, ma colmare le lacune finali". Washington non fa previsioni temporali, però ci va vicina: "Non siamo al punto della firma, ma ciò che rimane è colmabile e non richiederà un periodo indefinito. Pensiamo che durante la prossima settimana, o giù di lì, vedremo molta attività". Quanto a Harris, ha avuto un incontro separato nel pomeriggio perché ieri mattina era via per un evento elettorale, ma "ha partecipato a pieno titolo a quasi tutto ciò che abbiamo fatto negli ultimi dieci mesi e sta col presidente". Anzi, ha smentito Trump che l’accusa di essere "contro gli ebrei", nonostante il marito sia ebreo, con questo comunicato sulle proteste: "Alla Union Station di Washington abbiamo assistito a spregevoli azioni di dimostranti anti patriottici e pieni di odio. Condanno ogni individuo che si associ con un’organizzazione di brutali terroristi come Hamas, impegnata ad annichilire Israele e uccidere ebrei. Condanno i roghi con la bandiera americana. Sostengo il diritto alla protesta pacifica, ma voglio essere chiara: antisemitismo, odio e violenza non hanno posto nella nostra nazione".