Lotta al fentanyl, arrestati in Texas il signore della droga El Mayo insieme al figlio di El Chapo: trema la cupola dei Cartelli
di Daniele MastrogiacomoAlla fine è caduto anche lui. Ismael Mayo Zambada, 76 anni è stato arrestato giovedì in un piccolo aeroporto di El Paso, Texas. Era appena atterrato con un bimotore assieme a Joaquín Guzmán López, uno dei figli del Chapo Guzmán. Un arresto anomalo, ancora da chiarire. Forse si è fatto prendere.
Entrambi erano ricercati da tempo dalle autorità giudiziarie americane. Li accusano di aver trafficato montagne di droga verso gli Usa. Cocaina e metanfetamina. Ma soprattutto fentanyl, il potente oppiaceo sintetico diventato una vera ossessione per l’amministrazione americana. Fa strage di tossici: oltre 100 mila solo negli ultimi sette mesi di quest’anno. Un’emergenza sanitaria che domina la stessa campagna elettorale per le presidenziali. Erano considerati talmente pericolosi da meritarsi perfino una taglia da milioni di dollari: Mayo di 15, il chapito Joaquín di 5.
La notizia ha fatto presto il giro d…
Alla fine è caduto anche lui. Ismael Mayo Zambada, 76 anni è stato arrestato giovedì in un piccolo aeroporto di El Paso, Texas. Era appena atterrato con un bimotore assieme a Joaquín Guzmán López, uno dei figli del Chapo Guzmán. Un arresto anomalo, ancora da chiarire. Forse si è fatto prendere.
Entrambi erano ricercati da tempo dalle autorità giudiziarie americane. Li accusano di aver trafficato montagne di droga verso gli Usa. Cocaina e metanfetamina. Ma soprattutto fentanyl, il potente oppiaceo sintetico diventato una vera ossessione per l’amministrazione americana. Fa strage di tossici: oltre 100 mila solo negli ultimi sette mesi di quest’anno. Un’emergenza sanitaria che domina la stessa campagna elettorale per le presidenziali. Erano considerati talmente pericolosi da meritarsi perfino una taglia da milioni di dollari: Mayo di 15, il chapito Joaquín di 5.
La notizia ha fatto presto il giro del mondo. È stata annunciata dalla Reuters e confermata dal settimanale Zeta di Tijuana. Meritava una seria verifica: è un vero colpo per la Dea e una bomba che scuote l’equilibrio dei Cartelli in Messico. Giustifica l’enfasi nei comunicati dei massimi vertici Usa. “Il Dipartimento di Giustizia”, ha dichiarato il procuratore generale Merrik Garland, “ha in custodia due presunti leader del cartello di Sinaloa, una delle organizzazioni più violente e potenti al mondo”.
Alejandro Mayorkas, segretario per la Sicurezza nazionale, ha voluto spiegare che gli arresti “fanno parte degli sforzi dell’amministrazione di Joe Biden e Kamala Harris nella lotta contro il fentanyl”. Nell’entusiasmo generale persino Anne Milgram, la nuova capa della Dea, ha sottolineato che l’operazione “è un colpo al cuore del cartello”.
Non ha tutti i torti. Ismael Mayo Zambada, era l’ultimo dei tre soci fondatori del cartello di Sinaloa ancora libero o vivo. Anche lui nato a Culiacán, cittadina immersa tra le montagne che dominano questo stato povero e contadino, si era messo presto in affari con quell’ex umile mezzadro emerso tra i boss del narcotraffico. Joaquín El Chapo Guzmán era furbo, coraggioso e soprattutto aveva delle ambizioni. Mentre raccoglieva le foglie di coca nei campi dei suoi padroni osservava e imparava. Un giorno, pensava, sarò uno di loro.
Incontra Ismael e insieme decidono il grande salto. Basta con l’erba, ai gringos piace la polvere. “Amano ficcarsela su per il naso”, commentavano tra grasse risate per qualcosa che non si spiegavano. Loro stavano lontano da quella roba. La vendevano, non la usavano. Alla coppia si unisce Juan José Esparragoza, Azul, un ex poliziotto che già da tempo aveva scoperto la richiesta massiccia di cocaina negli Usa. Mayo ci metteva la saggezza e il fastidio per la violenza gratuita, el Chapo l’ambizione, Azul i contatti con i colombiani senza i quali era impossibile acquistare le partite e battere la concorrenza. Tuttavia, alla base di questo sodalizio c’era anche una rivalsa sociale.
Il Sinaloa è uno Stato senza sbocchi verso la frontiera Usa. È abitato da gente umile, considerata rozza e ignorante da quelli di Chihuahua, di Sonora, della Bassa California, tutti pieni di soldi perché padroni delle porte di accesso al ricco mercato americano. Per anni il Cartello di Sinaloa ha dovuto sottostare alle condizioni di quello di Guadalajara e di Tijuana: pretendevano non solo l’autorizzazione a far transitare sui loro territori le partite di droga ma anche pagare una percentuale cospicua su ogni carico. Una tassa che variava a seconda degli umori di chi comandava e che spesso si trasformava in un’umiliazione da infliggere a quei bifolchi. Per il Chapo questo ricatto diventò un’ossessione. Ma aveva già in mente il suo piano.
Lo metterà a frutto poco alla volta, con la forza delle armi sbaragliando gli avversari e con accordi che proponevano una grande Confederazione tra i Cartelli sempre alla fine da lui stesso traditi. La guerra fa male agli affari, commentava nelle riunioni in cui i vari capi dei gruppi messicani chiamati a raccolta lo guardavano con sospetto ma anche ammirazione. Alla fine, quello sconosciuto ragazzino al servizio dei potenti si è preso tutta la torta ed è diventato il re mondiale della cocaina.
È stato sopraffatto dalla sua stessa ambizione. Gli accordi con i vertici della polizia, della magistratura, degli stessi governi (tutti smentiti, ovviamente) a suon di mazzette milionarie, non hanno retto alle pressioni Usa che chiedevano di allentare il flusso di droga proveniente dal Messico. “Il problema è il Chapo”, dissero a un certo punto la giustizia americana e la Dea. Il monopolio aveva funzionato per anni. Garantiva quella pace che metteva al riparo gli affari per tutti. Armi da far affluire in Messico e droga verso gli Usa. Ma Guzmán voleva di più. Si era spinto verso l’Asia dove aveva allestito laboratori per la metanfetamina e poi il fentanyl appena scoperto. Il Chapo è stato arrestato e condannato. Azul, nel frattempo, era morto in un conflitto a fuoco.
Rimasto solo, el Mayo Zambada ha continuato ad agire nell’ombra. Non si è mai esposto. Lavorava dietro le quinte e gestiva soprattutto le intemperanze dei figli del vecchio socio ormai all’ergastolo: i chapitos. I quattro giovani restano uniti ma vogliono potere. Senza più il fondatore, il Cartello di Sinaloa si divide in quattro fazioni: la prima formata proprio dagli eredi del Chapo, la seconda resta in mano a Zambada, una terza se la prende Aureliano Guzmán Loera, detto el Guano, fratello dell’ex re della cocaina e la quarta è creata da Rafael Caro Quintero, fondatore a suo tempo del Cartello di Gadalajara con Miguel Ángel Félix Gallardo. Sinaloa espande i suoi affari ma deve affrontare una guerra spietata con la Jalisco Nueva Generación, un’organizzazione efficiente e accentrata sotto un solo capo. I centomila morti di questi ultimi anni sono la conseguenza di uno scontro che punta all’egemonia del narcotraffico. In ballo ci sono centinaia di miliardi.
La svolta arriva nel settembre del 2023. Le autorità messicane arrestano Ovidio Guzmán, el Ratón, figlio del Chapo e a capo della fazione dei Los Chapitos già sfuggito a una cattura grazie a una battaglia furibonda che i suoi uomini ingaggiano con la polizia e l’esercito. Il ragazzo viene estradato negli Usa. Lo accusano di traffico di fetanyl. Di “aver inondato con questo veleno l’America allo scopo di rifornire le strade piene di tossicodipendenti”. È il capro espiatorio della guerra alla droga del nuovo secolo. Decide di collaborare e il Dipartimento di Giustizia allarga il tiro. Vengono incriminati anche gli altri tre fratelli, due ancora latitanti, e la polizia messicana si decide a catturare anche Néstor Isidro Pérez Salas, detto El Nini, capo dei sicari dei Los Chapitos. Ismael Mayo Zambada è sfuggito a questa offensiva. “Sebbene abbia dedicato tutta la sua vita a diventare un importante trafficante di droga, non ha trascorso un solo giorno in prigione”, ha ricordato in queste ore la Dea.
Non si sa perché e come sia finito in trappola. Giravano voci sul suo stato di salute diventato precario negli ultimi tempi. Il suo nome è avvolto nella leggenda. L’unico giornalista che lo ha incontrato è stato il direttore del settimanale Proceso Julio Scherer, uno dei decani del giornalismo messicano. Venne portato in mezzo alle montagne del Sinaloa e qui tentò di porgli delle domande a cui Zambada non rispose. “È imponente e ha un corpo come una fortezza”, scrisse Scherer nel suo reportage. “Mi ha detto che aveva una moglie, cinque amanti, 15 nipoti e un pronipote”. Gli concesse una sola confidenza: “Ho il terrore che mi rinchiudano”.