GERUSALEMME — Una lunga fila di bare bianche, nel giorno che per Israele segna il peggior massacro di civili dal 7 ottobre. Una comunità martoriata, in cui, spiegano i suoi leader, nessuna famiglia è rimasta immune dal lutto. E non potrebbe essere altrimenti: l’attacco missilistico di Hezbollah che ha colpito il campo di calcio della cittadina drusa di Majdal Shams, sulle Alture del Golan, ha ucciso 12 bambini fra i dieci e i 16 anni, ferendone altre decine.
Così, ai funerali delle vittime, tutte le famiglie alzano al cielo una foto dei propri cari, sorridenti, come dovevano essere sabato pomeriggio, ritrovandosi tutti insieme per giocare a pallone prima che la tragedia li colpisse senza preavviso: Alma Ayman Fakher Eldin, 11 anni; Milad Muadad Alsha’ar, 10 anni; Vinees Adham Alsafadi, 11 anni; Iseel Nasha’at Ayoub, 12 anni; Yazan Nayeif Abu Saleh, 12 anni; Johnny Wadeea Ibrahim, 13 anni; Ameer Rabeea Abu Saleh, 16 anni; Naji Taher Alhalabi, 11 anni; Fajer Laith Abu Saleh, 16 anni; Hazem Akram Abu Saleh, 15 anni; e Nathem Fakher Saeb, 16 anni (il nome della dodicesima vittima non è ancora stato reso noto).
I primi testimoni raccontano scene da incubo: «Sono arrivato qui tra i primi, quando ho sentito l’esplosione. Ho portato via i corpi di cinque bambini», ha raccontato al giornale Israeliano Yediot Achronot un dipendente del comune della cittadina incuneata tra le montagne arse dal sole mediorientale. «Ho messo in macchina una ragazza con una gamba amputata, un’altra ragazza che non è stata identificata e un ragazzo, il figlio del mio migliore amico. L’ho tenuto per mezz’ora tra le braccia e non l’ho nemmeno riconosciuto. Tutto il suo corpo e metà della sua faccia erano pieni di schegge», ha aggiunto. «L’ho pregato di restare sveglio con me, e lui ha detto solo che soffriva. Siamo arrivati al centro medico, ma due minuti dopo era già morto».
«Ieri è stato un sabato buio per i drusi e per gli abitanti del Nord», ha spiegato durante i funerali delle vittime il leader spirituale druso Mowafaq Tarif. «È un sabato che rimarrà impresso nella memoria come un punto basso dell’umanità, l’uccisione di bambini. Le scene di orrore non saranno mai cancellate».
È una comunità molto unita, quella drusa, fedele a una religione segreta – la maggior parte della popolazione non ha accesso ai testi sacri - una derivazione dell’Islam antica di mille anni, che predica la fedeltà al governo locale. In Israele sono circa 150mila (intorno al milione nel mondo, in prevalenza in Siria e Libano) e per la stragrande maggioranza sono cittadini e servono nell’esercito. I soldati israeliani drusi rimasti uccisi il 7 ottobre sono numerosi. A Majdal Shams, territorio strappato alla Siria nel 1967, la situazione è più complessa: per decenni la comunità è rimasta dalla parte di Damasco, ma dopo la guerra civile e la crudele repressione del regime di Assad il sentimento dei suoi cittadini è cambiato e la richieste di cittadinanza israeliana si sono moltiplicate.
Così alle esequie, punteggiate dai copricapi tradizionali degli uomini, tondi, bianchi e rossi, e dai veli bianchi delle donne, si sono presentati anche tanti membri del governo per rendere omaggio alle vittime. Per Majdal Shams, però, ieri non è stato soltanto il giorno del dolore ma anche quello della rabbia. Una rabbia complessa, di una popolazione che da un lato accusa le autorità di non aver fatto abbastanza per fermare i bombardamenti di Hezbollah verso Israele, e dall’altro non si sente sufficientemente rispettata dallo Stato ebraico come minoranza.
«I nostri figli dovrebbero giocare a calcio in pace», ha detto uno dei presenti rivolgendosi al Ministro dell’Economia Nir Barkat secondo quanto riportato da Haaretz. «Sono riservista da dieci mesi. Abbiamo il cuore lacerato qui». Poi ha aggiunto: «Non stringermi la mano, non farmi tacere, vergognati». Durissime anche le contestazioni contro il Ministro delle Finanze e leader della formazione di estrema destra Partito Sionista Religioso Bezalel Smotrich, accusato tanto di non aver fatto abbastanza quanto di razzismo.