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Venezuela, Maduro riconfermato presidente col 51,4%. Ma l’opposizione contesta: “Abbiamo vinto in modo travolgente”

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Lo sfidante Gonzalez: “Il paese ha scelto il cambiamento”. Il Consiglio elettorale denuncia un attacco informatico, il ministro degli Esteri parla di intervento di “potenze straniere”. Blinken e Borrell chiedono trasparenza
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Ha vinto Nicolás Maduro. Sarà ancora presidente del Venezuela per i prossimi sei anni. Perde invece il suo sfidante, il discreto e fine diplomatico Edmundo González candidato per l’opposizione. Il primo si è affermato con il 51,4 per cento dei voti, il secondo ha raccolto il 44,2. Un distacco di sette punti. Un vero colpo di scena. Nessuno, tra analisti e sondaggisti, lo prevedeva. Anzi: la maggioranza degli istituti di rilevazione sosteneva che il docente scelto dalla Piattaforma Unitaria per battere il chavismo era avanti di 20, forse 30 punti. La realtà ha ribaltato le previsioni. Accade spesso. Ma questa volta restano tanti dubbi. La maggioranza dei paesi del mondo e persino la Colombia di Petro e il Cile di Boric, con governi di sinistra e quindi teneri sebbene critici con il regime di Caracas, dichiarano che i risultati “non sono credibili”. Tutti esortano a un riconteggio che chiarisca ogni dubbio e fissi un risultato alla luce del sole.

Mentre Cuba, Nicaragua, Honduras e Boliv…

Ha vinto Nicolás Maduro. Sarà ancora presidente del Venezuela per i prossimi sei anni. Perde invece il suo sfidante, il discreto e fine diplomatico Edmundo González candidato per l’opposizione. Il primo si è affermato con il 51,4 per cento dei voti, il secondo ha raccolto il 44,2. Un distacco di sette punti. Un vero colpo di scena. Nessuno, tra analisti e sondaggisti, lo prevedeva. Anzi: la maggioranza degli istituti di rilevazione sosteneva che il docente scelto dalla Piattaforma Unitaria per battere il chavismo era avanti di 20, forse 30 punti. La realtà ha ribaltato le previsioni. Accade spesso. Ma questa volta restano tanti dubbi. La maggioranza dei paesi del mondo e persino la Colombia di Petro e il Cile di Boric, con governi di sinistra e quindi teneri sebbene critici con il regime di Caracas, dichiarano che i risultati “non sono credibili”. Tutti esortano a un riconteggio che chiarisca ogni dubbio e fissi un risultato alla luce del sole.

Mentre Cuba, Nicaragua, Honduras e Bolivia, e anche la Siria di Bashar al Assad, si congratulano con Maduro per la vittoria, gli Usa chiedono ufficialmente di esaminare tutte le schede cartacee. Le sole che possono confermare o smentire ciò che indicano i numeri elettronici.

Le accuse di hackeraggio

La spaccatura è profonda, forse incolmabile. Il Consiglio nazionale elettorale, l’unico autorizzato a dichiarare il risultato finale, si è già pronunciato. “Con l'80 per cento dei voti scrutinati”, ha detto il presidente Elvis Amoroso, Maduro ha ottenuto 5.150.092 voti contro i 4.445.978 del suo rivale. La partecipazione è stata del 59 per cento”. L’alto funzionario ha aggiunto che il sistema elettorale era stato colpito da un “attacco informatico molto forte”. Una denuncia ripresa subito anche dallo stesso Maduro che spiegava: “E’ stato respinto”. Ma su questo ha insistito per lanciare il suo affondo contro quelli che considera i grandi nemici della Rivoluzione Bolivariana. "Il Venezuela”, scrive su X il ministro degli Esteri Yvan Gil, “denuncia e allerta il mondo su un'operazione di intervento contro il processo elettorale, il nostro diritto alla libera autodeterminazione e la sovranità della nostra Patria, da parte di un gruppo di governi e potenze straniere”. Tra queste ci sono i funzionari dei governi di Argentina, Costa Rica, Ecuador, Guatemala, Panama, Paraguay, Perù, Uruguay e Repubblica Dominicana, nonché un gruppo di “politici assassini di estrema destra” come Ivan Duque, Mauricio Macri, Andrés Pastrana, Oscar Arias, Marco Rubio e Rick Scott.

(afp)

L’opposizione contesta

L’opposizione è rimasta spiazzata ma ha contestato subito i risultati. Lo staff della campagna elettorale si è chiuso nell’ufficio di Edmundo González che aveva già espresso le sue perplessità nel modo sobrio ma efficace che gli è congeniale. “I risultati sono innegabili. Il paese ha scelto un cambio pacifico”, commentava su X. Dopo alcune ore è stata convocata una conferenza stampa e la leader della Piattaforma Unitaria Maria Corina Machado, vera protagonista di questa lunga e ora incerta cavalcata, ha svelato dati completamente opposti a quelli ufficiali. “Abbiamo vinto e tutti lo sanno, è stato travolgente – ha detto la vincitrice delle primarie e poi esclusa dalla competizione con un verdetto della giustizia amministrativa – Abbiamo vinto in tutti i settori, strati e stati del Paese. Sappiamo cosa è successo oggi. Abbiamo monitorato la partecipazione ora per ora. Quattro rapidi conteggi hanno dato gli stessi risultati dei sondaggi. Abbiamo più del 40 per cento dei verbali ed Edmundo ha ottenuto il 70 per cento dei voti mentre Maduro il 30”.

Il monito Usa

Le due versioni si basano su conteggi diversi. Un conto sono i dati elettronici, un conto le schede cartacee. Per chiarire una differenza così marcata, anzi opposta, non resta che verificare tutti i registri elettorali e esaminare i fogli che stampavano le preferenze espresse elettronicamente. E’ quello che chiedono adesso un po’ tutti. Compreso il segretario di Stato Usa Antony Blinken che da Tokyo, dove è in missione ufficiale, esprime tutte le sue perplessità. Da Bruxelles l’Alto commissario per gli Affari Esteri Joseph Borrell ha ricordato che “il popolo venezuelano ha votato sul suo futuro in modo pacifico e massiccio. La sua volontà deve essere rispettata. E’ vitale assicurare la totale trasparenza del processo elettorale, includendo il conteggio dettagliato dei voti e l’accesso a tutti gli atti di votazione nelle sezioni”.

La partita si giocherà su questo. Sulla verifica e il confronto tra i dati in mano al Consiglio Elettorale Nazionale, controllato da Maduro, e i registri e le schede raccolte dall’opposizione tra mille contrasti e forme di boicottaggio.

Incidenti ai seggi

Per tutta la giornata di domenica sono state segnalati incidenti fuori e dentro i seggi. La gente si è alzata in piena notte per mettersi in fila davanti agli uffici elettorali. Molti li hanno trovati chiusi, altri hanno dovuto cercare quelli dove erano stati registrati. A Tachira, nel Nord Ovest del paese, al confine con la Colombia, sono stati esplosi alcuni colpi di pistola e lanciati petardi contro la gente che attendeva di votare. C’è stato il panico. In altri seggi i volontari che si prestavano come osservatori sono stati sostituiti con decine di scuse o allontanati con la forza. Non è stato facile votare ma l’entusiasmo ha contagiato la stragrande maggioranza dei venezuelani che hanno fatto di tutto per andare alle urne.

Solo poche decine di migliaia dei quasi 7 milioni di emigrati, fuggiti dal paese nella più grande diaspora del nuovo secolo, hanno espresso la loro preferenza. Gli altri hanno rinunciato o si sono visti respingere dai vari consolati all’estero. Le procedure erano macchinose, si esigevano documenti spesso impossibili da ottenere in così poco tempo.

Dopo aver festeggiato a Palacio Miraflores, tra i messaggi di congratulazione che arrivavano dai paesi amici e duri testi di condanna da parte di quelli di estrema destra, come l’Argentina di Milei, Nicolás Maduro si è spostato nel Cuartel de la Montaña dove sorge il mausoleo di Hugo Chávez. Ieri il padre della rivoluzione bolivariana avrebbe compiuto 70 anni. La scelta del 28 luglio aveva un valore simbolico per l’eterno presidente. Una doppia ricorrenza: omaggiare il suo mentore, gridare al mondo che resterà al potere fino al 2030.

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