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Il dilemma di Israele: aprire un nuovo fronte o provare a disgregare il potere di Nasrallah

(afp)

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La strategia della deterrenza a Nord finora ha fallito, e nel governo alcuni esponenti vogliono la guerra totale. Ma Blinken avverte: “Evitare l’escalation”
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L’unica certezza è che la campagna libanese sarà dura. Ieri pomeriggio il governo israeliano ha discusso per ore il piano d’azione, valutando i rischi di ogni mossa. Tutti sono d’accordo sull’urgenza di dare una «lezione brutale a Hezbollah» - come spiega a Repubblica un alto ufficiale - ma c’è una spaccatura su tempi e modi dell’operazione. Di fatto, la strategia di deterrenza sul fronte Nord finora ha fallito: la falange di incursioni scagliate dal 7 ottobre per eliminare una serie di comandanti e fermare il flusso di armi iraniane non ha intimidito il movimento sciita, che anzi continua ad alzare il tiro. I funerali dei bambini uccisi sul campetto di calcio di Majdal Shams sono stati una dura prova, con contestazioni della comunità drusa rivolte verso tre ministri: «Non ci avete protetti, da mesi vi dimenticate di noi».

Il ministro della Difesa Gallant sostiene la necessità di affrontare una volta per tutte la minaccia di Hezbollah. Lo ha già chiesto all’indomani del 7 ottobre…

L’unica certezza è che la campagna libanese sarà dura. Ieri pomeriggio il governo israeliano ha discusso per ore il piano d’azione, valutando i rischi di ogni mossa. Tutti sono d’accordo sull’urgenza di dare una «lezione brutale a Hezbollah» - come spiega a Repubblica un alto ufficiale - ma c’è una spaccatura su tempi e modi dell’operazione. Di fatto, la strategia di deterrenza sul fronte Nord finora ha fallito: la falange di incursioni scagliate dal 7 ottobre per eliminare una serie di comandanti e fermare il flusso di armi iraniane non ha intimidito il movimento sciita, che anzi continua ad alzare il tiro. I funerali dei bambini uccisi sul campetto di calcio di Majdal Shams sono stati una dura prova, con contestazioni della comunità drusa rivolte verso tre ministri: «Non ci avete protetti, da mesi vi dimenticate di noi».

Il ministro della Difesa Gallant sostiene la necessità di affrontare una volta per tutte la minaccia di Hezbollah. Lo ha già chiesto all’indomani del 7 ottobre e con lui c’è una parte dei militari: ritengono che gli alleati libanesi dell’Iran stiano portando avanti una linea vincente, perché logora le forze dello Stato ebraico e gli permette di perfezionare le tattiche per affrontarlo, come dimostrano gli ultimi attacchi che hanno superato lo scudo di Iron Dome e centrato pure basi dell’esercito. Lo scopo finale di questa manovra è spingere gli israeliani all’invasione, trascinandoli nel fuoco incrociato delle loro postazioni e raccogliendo la solidarietà del mondo arabo.

In questa visione, un’offensiva su larga scala è comunque inevitabile, con un volume di fuoco massiccio dell’aviazione e dell’artiglieria, coordinate con l’irruzione di quasi 25 mila soldati: due volte e mezzo le truppe schierate nel 2006. Verrebbero mobilitate quattro divisioni, che si addestrano a penetrare sui fianchi nelle montagne. L’obiettivo è spazzare via la presenza sciita nella fascia a 15 chilometri dal confine, un terreno aspro e zeppo di cunicoli scavati nella roccia. Come nel 2006, ogni strada tra Beirut e il Sud deve essere sbarrata per disgregare l’organizzazione di Hezbollah. È un piano devastante, che infliggerebbe danni enormi ai centri abitanti con un numero elevato di vittime civili. Ha un grande limite: i miliziani si preparano da anni a questa eventualità, possono rispondere con tremila ordigni ogni giorno e obbligare le Israeli Defence Forces a subire perdite pesanti.

Una parte dello stato maggiore è contraria a un impegno così gravoso. Sa quanto pesano quasi dieci mesi di combattimenti nella Striscia sulla tenuta dei riservisti e sull’efficienza di tutta la macchina bellica. Almeno quattro brigate continuano a operare a Gaza, dove le prospettive di tregua restano lontane e non c’è un progetto concreto per gestire il futuro. Una guerra di due-tre mesi in Libano potrebbe rivelarsi insostenibile. Tanto più che la pressione internazionale per impedirla è fortissima. Il segretario di Stato Anthony Blinken è stato chiaro nell’illustrare la posizione della Casa Bianca: «È importante che aiutiamo a fermare un nuovo conflitto, perché non ci sia un’escalation ma soprattutto perché non si estenda». Altrettanto deciso il monito del ministro degli Esteri iraniano: «Un’avventura in Libano potrebbe avere conseguenze imprevedibili e portare a un allargamento dell’instabilità nella regione». Hezbollah non è Hamas: Teheran ha lavorato trent’anni per costruire una testa di ponte sul confine israeliano e farà di tutto per sostenerla. Le cancellerie europee hanno un’ulteriore preoccupazione: il Paese dei Cedri è in una crisi economica profonda e non si rialzerebbe da una guerra. Si rischia il ritorno a una frammentazione da anni Settanta e la fuga verso il Mediterraneo di un’onda umana colossale, inclusi tre milioni di profughi siriani bloccati nei campi della Bekaa.

Proprio questo aspetto viene sottolineato da chi nel governo Netanyahu propugna un’azione possente ma mirata, con un bersaglio chiaro: disgregare la leadership di Nasrallah, aprendo una crepa all’interno del movimento sciita e separandolo dal resto del Libano. La sua forza è aumentata proprio durante la crisi che ha ridotto sul lastrico milioni di libanesi perché il Partito di Dio gestisce una rete di assistenza sociale: la vera radice del suo potere. Si tratterebbe di un’operazione complessa, con azioni militari, finanziarie e mediatiche: bombardamenti su tutte le sedi del movimento, blocco di fondi e rifornimenti, cattura di esponenti politici e militari o dei loro familiari. Ci potrebbero essere incursioni terrestri, senza però spedire intere brigate oltre il confine: il tentativo di ottenere un risultato decisivo senza scatenare un’altra guerra.

Nelle prossime ore si comincerà a capire quale è stata la direzione intrapresa dai vertici di Israele. Se assisteremo al tradizionale trasferimento di colonne di tank e cannoni sul fronte Nord, premessa a un’invasione. Oppure se ci saranno giorni di raid dal cielo e blitz di forze speciali, cercando di intercettare le falangi di razzi preparate da Hezbollah e gli eventuali contrattacchi dei commandos votati al martirio. Dopo la notte del 13 aprile, quando l’Iran inondò di missili e droni i cieli del Medio Oriente senza riuscire a ferire Israele, il mondo ha ancora davanti altri giorni drammatici. In cui, come dimostra la strage dei bambini di Majdal Shams, anche la traiettoria di un singolo ordigno può cambiare il corso della Storia.

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