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Venezuela: repressione di Maduro sulle proteste di piazza. Sei morti e 750 arresti

(reuters)

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Nicolás Maduro sfodera il pugno di ferro e colpisce ovunque ci sia dissenso. «Questa volta non ci sarà alcun tipo di debolezza», avverte, «questa volta in Venezuela si rispetterà la Costituzione, si rispetterà la legge e non si imporrà né l’odio, né il fascismo, né la menzogna, né la manipolazione». Il due volte presidente, appena rieletto per un terzo mandato in un’elezione contestatissima, difende il risultato elettorale che gli ha consegnato il fidato e amico personale Elvis Amoroso, presidente del Consiglio Nazionale Elettorale. Per lui la partita del voto è chiusa e non ha alcuna intenzione di riaprirla.

Ma in Venezuali moltissimi si sentono truffati, sono convinti che l’intera operazione elettorale sia stata una frode. L’opposizione sceglie la strada del sostegno politico e diplomatico ottenuto in queste ore in gran parte del mondo, e chiama alla resistenza pacifica. Convoca un sit in davanti alla sede dell’Onu a Caracas. Maduro a sua volta chiama a raccolta la sua gente per u…

Nicolás Maduro sfodera il pugno di ferro e colpisce ovunque ci sia dissenso. «Questa volta non ci sarà alcun tipo di debolezza», avverte, «questa volta in Venezuela si rispetterà la Costituzione, si rispetterà la legge e non si imporrà né l’odio, né il fascismo, né la menzogna, né la manipolazione». Il due volte presidente, appena rieletto per un terzo mandato in un’elezione contestatissima, difende il risultato elettorale che gli ha consegnato il fidato e amico personale Elvis Amoroso, presidente del Consiglio Nazionale Elettorale. Per lui la partita del voto è chiusa e non ha alcuna intenzione di riaprirla.

Ma in Venezuali moltissimi si sentono truffati, sono convinti che l’intera operazione elettorale sia stata una frode. L’opposizione sceglie la strada del sostegno politico e diplomatico ottenuto in queste ore in gran parte del mondo, e chiama alla resistenza pacifica. Convoca un sit in davanti alla sede dell’Onu a Caracas. Maduro a sua volta chiama a raccolta la sua gente per una manifestazione parallela. Una sfida che rischia di scivolare verso quel “bagno di sangue” evocato dal leader chavista prima del voto.

La tensione è altissima. Da tutto il Paese giungono notizie di scontri e devastazioni. Lanci di molotov e replica della polizia con proiettili di gomma e candelotti lacrimogeni. Ci si accanisce sulle statue dell’ex presidente Hugo Chávez che campeggiano in molte piazze. Almeno tre vengono abbattute e prese a martellate. La testa di una viene mozzata, legata a una catena e trascinata da una moto in giro per la città.. Si contano almeno 6 morti e 70 feriti. Il procuratore generale Tarek William Saab parla di 749 arresti e di 48 feriti tra soldati e poliziotti, oltre a un funzionario delle forze speciali rimasto ucciso.

I leader dell’opposizione sono rimasti in silenzio per tutto il giorno. Solo nel pomeriggio il candidato Edmundo González Urrutia ha lanciato un appello alle Forze Armate chiedendo di moderare gli interventi nelle piazze. «Esortiamo a rispettare la volontà dei venezuelani espressa il 28 luglio e a fermare la repressione delle manifestazioni pacifiche», dice l’ex diplomatico. E aggiunge: «Sapete cosa è successo domenica. Mantenete il vostro giuramento. La Costituzione è prima di tutto.

I venezuelani vogliono la pace e rispetto della volontà popolare». Lo staff della Piattaforma Unitaria sarebbe riuscito a recuperare il 75% dei verbali, registri e schede da circa 16 mila seggi dei 30.026 allestiti per le elezioni. Sono documenti preziosi, che dovevano essere trasmessi agli organismi di controllo: i soli che potrebbero dimostrare la frode e certificare esattamente il numero di preferenze espresse da oltre 10 milioni di elettori. L’opposizione sostiene dunque di avere le prove che dimostrerebbero come González Urrutia abbia raccolto 6,2 milioni di voti contro i 2,7 di Nicolás Maduro.

Il Centro Carter, l’unico osservatorio indipendente invitato ad assistere con i suoi osservatori le operazioni elettorali, ha visto il materiale. Non si è pronunciato ma ha lasciato in anticipo Caracas. Un segnale evidente. L’Osa, l’Organizzazione degli Stati Americani, va oltre, e definisce il risultato «una manipolazione aberrante». Maduro, furibondo, ordina l’arresto di Freddy Superlano, deputato di Voluntad Popular, e soprattutto l’espulsione del personale diplomatico di Cile, Argentina, Costa Rica, Perù, Panama,Uruguay e Repubblica Dominicana. Mentra dagli Usa la Casa Bianca avverte: «La repressione dei manifestanti è inaccettabile».

Nelle cancellerie si misura l’erosione del sostegno a Maduro: Russia e Cina ribadiscono il pieno sostegno al loro alleato e giudicano “democratiche e libere” le elezioni di domenica. Ma sono praticamente soli. Fin qui perfino il Brasile di Lula ha evitato di riconoscere il risultato. Il presidente preferisce parlare prima con il suo emissario Celso Amorim, il consigliere che ha spedito a Caracas come osservatore speciale. Il quale ha già esortato Maduro a mostrare le carte che provano la sua vittoria.

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