Il drone, l’obiettivo, la risposta di Hezbollah: le cose da sapere sull’attacco israeliano a Beirut Sud
dal nostro inviato Paolo BreraTel aviv — Eccola, la risposta israeliana alla strage nel Golan. È un colpo secco al cuore del potere di Hezbollah, nella cittadella dei miliziani sciiti a Beirut. Tra i palazzi di Haret Hreik, nella periferia sud della capitale libanese. «Abbiamo eliminato il comandate responsabile dell’uccisione dei bambini a Majdal Shams, e delle morti di molti altri israeliani», rivendica l’Idf. «Ora — dice un ufficiale — la palla passa a loro».
La punizione decisa dal governo israeliano è stata dunque la sciabolata esplosiva di un drone, spedito a uccidere il numero due di Hezbollah: Fuad Shukr, alias Hajj Muhassin, «è morto» nel suo quartier generale, conferma l’Idf, forse insieme a un suo ufficiale. È stato — o è ancora, se la sua morte dovesse essere smentita seguendo le voci della prima ora che lo davano invece per sopravvissuto — il braccio destro del leader Nasrallah, e suo consigliere militare. Secondo il ministero della Sanità libanese ci sono 68 feriti, cinque in condizioni critiche.
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Tel aviv — Eccola, la risposta israeliana alla strage nel Golan. È un colpo secco al cuore del potere di Hezbollah, nella cittadella dei miliziani sciiti a Beirut. Tra i palazzi di Haret Hreik, nella periferia sud della capitale libanese. «Abbiamo eliminato il comandate responsabile dell’uccisione dei bambini a Majdal Shams, e delle morti di molti altri israeliani», rivendica l’Idf. «Ora — dice un ufficiale — la palla passa a loro».
La punizione decisa dal governo israeliano è stata dunque la sciabolata esplosiva di un drone, spedito a uccidere il numero due di Hezbollah: Fuad Shukr, alias Hajj Muhassin, «è morto» nel suo quartier generale, conferma l’Idf, forse insieme a un suo ufficiale. È stato — o è ancora, se la sua morte dovesse essere smentita seguendo le voci della prima ora che lo davano invece per sopravvissuto — il braccio destro del leader Nasrallah, e suo consigliere militare. Secondo il ministero della Sanità libanese ci sono 68 feriti, cinque in condizioni critiche.
Le prime notizie piovono sui social e sui media libanesi insieme alle immagini della nuvola di fumo nero tra i palazzi. Un garage in fiamme, sirene, gente per strada che si allontana. L’attacco, ieri sera all’imbrunire, è un messaggio potente e diretto: colpisce Beirut nonostante le minacce di Hezbollah e le richieste della diplomazia di evitare la capitale per scongiurare l’escalation. Ma lo fa risparmiando i civili e centrando il mandante della strage. È un atto contemporaneamente simbolico e concreto. D’altronde, twitta il ministro della Difesa Yoav Gallant, «è Hezbollah ad avere varcato la linea rossa»,.
La giornata si era aperta con l’uccisione di Nir Poupko, un 28enne israeliano ucciso dall’artiglieria di Hezbollah nel kibbutz Hagoshrim, nel nord di Israele; e con la risposta dei droni e dei caccia israeliani nel sud del Libano. È un copione che va avanti dall’8 ottobre, quando i miliziani sciiti hanno iniziato a bombardare il nord israeliano in solidarietà ad Hamas. Ma ciò che si attendeva ieri con apprensione era la risposta alla strage dei bambini drusi, quella che avrebbe dovuto tentare di ripristinare la fiducia nella forza di deterrenza di Israele che Hezbollah ha sfidato attaccando le alture del Golan. I miliziani negano di avere a che fare con la strage; ma gli Usa ritengono non ci siano dubbi, anche se pensano a un errore e non a un colpo deliberato. Alla fine, dopo tre giorni, la risposta attesa è arrivata.
L’attacco a Beirut «è una palese violazione della legge internazionale», dice la Russia, allineata alla condanna che arriva da Hamas, dagli Houti yemeniti e dall’Iran. Anche il governo libanese (che non è Hezbollah, ma è costretto a conviverci) condanna l’attacco israeliano e annuncia che chiederà l’intervento dell’Onu. Ma il ministro degli Esteri Abdallah Bou Habib dice a Reuters di augurarsi «una risposta proporzionata» da Hezbollah «in modo che questa ondata di uccisioni abbia fine».
Come diceva l’ufficiale israeliano ai giornalisti, «la palla passa a loro». Passa a Hezbollah che ieri mattina ribadiva ad Al Jazeera di essere determinata a «rispondere a qualsiasi attacco, decidendone forma e intensità». Sebbene «gli inviati internazionali insistano a farci sapere che non dovremmo farlo per evitare l’escalation e un conflitto aperto — diceva un ufficiale dei miliziani sciiti — possiamo bombardare in modo devastante le strutture militari di Haifa, del Golan e di Ramat David».
«Noi continuiamo a lavorare per una risoluzione diplomatica — avverte, poco dopo l’attacco, il Dipartimento di Stato Usa — che permetta ai civili israeliani e libanesi di tornare alle proprie case in pace e sicurezza. Vogliamo evitare qualsiasi escalation». Washington era stata avvisata, prima che volassero i droni. Ora sono le ore più difficili. «Il nemico israeliano ha commesso un grande atto di stupidità per dimensioni, tempistica e circostanze, prendendo di mira un’area interamente civile», dice ad Al-Manar un ufficiale di Hezbollah, Ali Ammar: «Prima o poi pagherà un prezzo, per questo».