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Caccia ai capi di Hezbollah e Hamas: la strategia di Netanyahu per piegare i nemici

(afp)
Esclusa l’operazione di terra in Libano, il premier israeliano punta ad aumentare intensità e livello gli omicidi mirati dei leader del movimento
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«L’unico modo di fermare Hezbollah è tagliare la testa del serpente». Nella lunga riunione del governo Netanyahu che domenica ha valutato la risposta alla strage dei bambini di Majdal Shams, alla fine ha prevalso la linea degli attacchi mirati. Una scelta che ha trovato concordi i vertici delle forze armate e dell’intelligence, convinti che questo non sia il momento per scatenare una guerra totale in Libano. Le Israeli Defence Forces sono provate da quasi dieci mesi di combattimenti nella Striscia, che hanno logorato la tenuta psicologica dei riservisti trascinati in battaglia dai massacri jihadisti del 7 ottobre e consumato le riserve di armamenti. In più bisogna fare i conti con le profonde divisioni interne al Paese, esplose due giorni fa con il duplice assalto alle caserme invocato dalla destra dopo l’arresto di nove soldati accusati di torture sui prigionieri palestinesi.

Ma la decisione, pare caldeggiata dal ministro della Difesa Yoav Gallant, prende atto di un altro aspett…

«L’unico modo di fermare Hezbollah è tagliare la testa del serpente». Nella lunga riunione del governo Netanyahu che domenica ha valutato la risposta alla strage dei bambini di Majdal Shams, alla fine ha prevalso la linea degli attacchi mirati. Una scelta che ha trovato concordi i vertici delle forze armate e dell’intelligence, convinti che questo non sia il momento per scatenare una guerra totale in Libano. Le Israeli Defence Forces sono provate da quasi dieci mesi di combattimenti nella Striscia, che hanno logorato la tenuta psicologica dei riservisti trascinati in battaglia dai massacri jihadisti del 7 ottobre e consumato le riserve di armamenti. In più bisogna fare i conti con le profonde divisioni interne al Paese, esplose due giorni fa con il duplice assalto alle caserme invocato dalla destra dopo l’arresto di nove soldati accusati di torture sui prigionieri palestinesi.

Ma la decisione, pare caldeggiata dal ministro della Difesa Yoav Gallant, prende atto di un altro aspetto strategico: la milizia sciita si prepara da anni a fronteggiare una campagna massiccia di bombardamenti, che difficilmente sarebbe in grado di smantellare la sua organizzazione bellica mentre allo stesso tempo provocherebbe moltissime vittime civili e segnerebbe la rottura definitiva con gli alleati. Sul tavolo hanno pesato le pressioni statunitensi, che avrebbero esplicitamente minacciato di sospendere il sostegno bellico in caso di invasione del Libano. E oggi Israele non può correre il rischio di ritrovarsi da solo contro l’Iran, il grande protettore di Hezbollah: due giorni fa la guida suprema Khamenei ha ricevuto a Teheran il vice del leader sciita libanese Hassan Nasrallah, Naim Qassem, testimoniando il loro patto di ferro.

Il primo colpo della rappresaglia israeliana va a ferire il cuore del potere di Hezbollah, la periferia meridionale di Beirut dove vive parte della comunità sciita. Le immagini di devastazione nel quartiere di Dahieh l’hanno riportata nell’incubo del 2006, quando i cacciabombardieri con la Stella di Davide misero a segno oltre settemila attacchi contro il movimento dalla capitale al confine Sud. All’epoca i raid hanno distrutto 10mila edifici, ne hanno danneggiati 95mila con cinquecento morti tra la popolazione ma soltanto seicento guerriglieri sono stati uccisi. Quei trentatre giorni di fuoco, seguiti da una fallimentare avanzata terrestre, non hanno domato il Partito di Dio, anzi l’hanno reso più forte: un errore che oggi Israele vuole evitare.

Come sosteneva lo stratega prussiano von Moltke, nessun piano regge all’urto della battaglia: nelle prossime ore bisognerà capire come proseguirà l’operazione israeliana e quanto sarà massiccia la replica sciita. Per frenarla, la diplomazia internazionale e le autorità di Beirut hanno cercato di trasmettere un messaggio chiaro a Nasrallah: oggi c’è in gioco la sopravvivenza dell’intero Libano, travolto da una crisi economica durissima e privo del sostegno dei ricchi emirati che in passato hanno finanziato la ricostruzione.

La linea delle incursioni mirate ha però due limiti. La prima è l’efficacia. I capi di Hezbollah adottano da decenni misure di sicurezza drastiche: Fuad Shukr, il regista dell’arsenale missilistico bersaglio del primo raid, è nel mirino dal 1983 quando gli americani lo accusarono per l’attentato contro i marines a Beirut. Dalla metà di ottobre tutti i capi del movimento sanno di essere sotto tiro: l’intelligence tenta di eliminare i comandanti dei reparti chiave, come l’unità Radwan specializzata nei blitz oltre la frontiera o le brigate che formano la prima linea a ridosso del fiume Litani. Dodici figure chiave sono state assassinate in dieci mesi, in cui ci sono stati pure agguati condotti da agenti sotto copertura: gli ultimi risalgono al 18 luglio.

La differenza è che questa campagna di omicidi adesso non ha più limiti. Fino a ieri, i blitz scattavano su strade isolate distruggendo automobili e in un caso persino una moto, in modo da limitare i danni agli abitanti, e avvenivano sempre nei borghi del Libano meridionale: ora Beirut non è più una zona franca. E l’assalto contro Fuad Shukr, uno dei fondatori di Hezbollah, trasmette a tutta la leadership il segnale chiaro di quanto Israele sia in grado di fare: l’inizio di una caccia all’uomo senza quartiere che proseguirà per giorni, tentando di individuare pure lo stesso Nasrallah.

Il secondo problema che i vertici militari dello Stato ebraico devono affrontare invece è interno. Una risposta così calibrata non soddisfa i partiti di destra, i cui ministri si sono astenuti domenica nel voto del governo Netanyahu che ha deliberato l’operazione. La loro richiesta è netta, quanto irrealizzabile: spazzare via Hezbollah una volta per tutte, a costo di invadere il Libano. Proprio per questo le Idf nelle prossime ore dovranno dimostrare di poter fare da scudo ai razzi sciiti contro le città israeliane: nei giorni scorsi altre batterie di Iron Dome sono state trasferite sul confine e dalla loro efficacia dipenderà il futuro prossimo del Medio Oriente.

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