L’uccisione a Teheran di Ismail Haniyeh pone due interrogativi che definiranno il futuro, a breve e medio termine, di Hamas. Chi prenderà il suo posto nel bureau politico dell’unico partito palestinese islamista e fondamentalista? E cosa ne sarà del negoziato per il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi israeliani?
Chi conosce gli oscuri equilibri su cui poggiano i rapporti tra le diverse anime di Hamas va dicendo in queste ore che il successore naturale, se non fosse sepolto vivo nei tunnel di Gaza, sarebbe Yahia Sinwar, la mente del massacro del 7 Ottobre. «È lui al momento in cima alla piramide gerarchica». Tuttavia, la situazione nella Striscia e le scarse possibilità che Sinwar esca vivo da lì, lo elidono dalla lista dei potenziali candidati. Due sono i nomi su cui si sta concentrando il dibattito interno.
Il primo è una vecchia conoscenza, il 68 enne Khaled Meshal, che ha già occupato la carica di leader politico di Hamas dal 1996 al 2017, quando lasciò il bastone de…
L’uccisione a Teheran di Ismail Haniyeh pone due interrogativi che definiranno il futuro, a breve e medio termine, di Hamas. Chi prenderà il suo posto nel bureau politico dell’unico partito palestinese islamista e fondamentalista? E cosa ne sarà del negoziato per il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi israeliani?
Chi conosce gli oscuri equilibri su cui poggiano i rapporti tra le diverse anime di Hamas va dicendo in queste ore che il successore naturale, se non fosse sepolto vivo nei tunnel di Gaza, sarebbe Yahia Sinwar, la mente del massacro del 7 Ottobre. «È lui al momento in cima alla piramide gerarchica». Tuttavia, la situazione nella Striscia e le scarse possibilità che Sinwar esca vivo da lì, lo elidono dalla lista dei potenziali candidati. Due sono i nomi su cui si sta concentrando il dibattito interno.
Il primo è una vecchia conoscenza, il 68 enne Khaled Meshal, che ha già occupato la carica di leader politico di Hamas dal 1996 al 2017, quando lasciò il bastone del comando, appunto, a Haniyeh. Nato in Cisgiordania, è conosciuto per essere uomo pragmatico. Dirigenti di Hamas hanno riferito alla Reuters che si aspettano la sua nomina a breve e questo fa pensare che non sia per caso che il leader dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen abbia rivolto proprio a lui le condoglianze ufficiali per la morte di Haniyeh. Meshal, però, ha un punto debole.
«Le sue relazioni con l’Iran, la Siria ed Hezbollah sono pessime», spiega a Repubblica Hani al-Masri, direttore generale del Masarat, think tank palestinese per la ricerca politica e gli studi strategici. E l’asse della Resistenza, come si è autodefinita l’alleanza tra chi vuole la cancellazione dello Stato di Israele, è l’unica garanzia di sopravvivenza per Hamas. Nel 2021 i leader di Hezbollah si sono rifiutati di incontrare Meshal, ancora irritati dal fatto che aveva appoggiato le proteste arabe del 2011 e la resistenza siriana islamista anti-Assad. «Ha però buoni rapporti con i Fratelli Musulmani, Qatar e Turchia». Soprattutto con il governo di Doha, dove vive dal 2012.
Il secondo nome è Khalil al-Hayya, 64 anni, nato nel quartiere Shuja’iyya di Gaza City e molto legato a Haniyeh. Ha definito l’attacco del 7 Ottobre ai kibbutz «necessario per riportare la questione palestinese sul tavolo». Ha ricucito con Iran e la milizia libanese, nonostante siano sciiti mentre Hamas è sunnita. Nel 2022 è andato di persona in Siria a incontrare il dittatore Assad per suggellare l’avvicinamento. «Al-Hayya è come Haniyeh, un equilibrista la cui leadership andava bene a tutti, persino agli ayatollah», dice Hani al-Masri, che conosce personalmente alcuni dei leader di Hamas e ne studia da anni le mosse.
Due figure, quelle di Meshal e di al-Hayya, con storie personali diverse e differenti relazioni con gli attori principali del Vicino e Medio Oriente, quindi è plausibile ipotizzare che assumeranno una differente postura nei confronti dello Stato ebraico e del negoziato. «Al-Hayya andrà nella direzione della continuità», ragiona Al-Masri, cioè Hamas proseguirà sostenendo l’opzione militare nella Striscia e il non riconoscimento di Israele, consegnandosi così a un destino di partito-guerriglia difficile, se non impossibile, da considerare un interlocutore. Col più flessibile e carismatico Meshal, invece, si aprono spiragli di dialogo, o per lo meno la possibilità di una nuova fase, anche se difficilmente il quasi settantenne si è dimenticato di quando nel 1997, in Giordania, sei agenti del Mossad gli iniettarono un veleno mortale nell’orecchio: si salvò solo grazie all’antidoto che re Hussein ottenne da Netanyahu, al suo primo mandato da premier, dopo una trattativa frenetica.
A scegliere il successore di Haniyeh alla guida del politburo sarà il Consiglio della Shura, organo consultivo di Hamas che riunisce i rappresentanti di Gaza, Cisgiordania, diaspora e prigionieri. Oltre ai nomi suddetti, circolano quelli di Musa Muhammad Abu Marzuq, e Nizar Abu Ramadam, entrambi nella top five dei gerarchi più influenti. Abu Marzuq è di Rafah, per diciassette anni e fino al 2014 è stato vicepresidente dell’ufficio politico e ha un patrimonio stimato di 2 miliardi di dollari. Abu Ramadam ha dalla sua aver preso alle ultime (e lontanissime) elezioni un numero di consensi quasi pari a quello di Sinwar.
Il nuovo leader dovrà decidere dove posizionare Hamas, mantenendo i rapporti con gli alleati e il contatto con Sinwar, dal quale passa la trattativa sul cessate il fuoco e gli ostaggi. Gli analisti israeliani ritengono che, nonostante l’eliminazione di Haniyeh (che aveva voce in capitolo sull’accordo) e l’uccisione del numero due di Hezbollah, la mediazione di Egitto, Qatar e Stati Uniti prosegue. «Haniyeh era persona poco rispettata da Sinwar e con un peso marginale nel negoziato», dice Kobi Michael, esperto israeliano di terrorismo. «Ma l’intesa non può che essere ritardata e chissà di quanto», ribatte Hani al-Masri. Sottolineando quanto sia complicato il negoziato tra due parti che, ogni giorno, provano ad uccidersi a vicenda.