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Haniyeh, il capo di Hamas ucciso nel cuore di Teheran. Netanyahu: “È una guerra”

(ansa)

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Assassinato mentre dormiva nella sua stanza, ospite in Iran per l’insediamento del nuovo presidente. Il leader israeliano in televisione: “La caccia ai terroristi continua, ci aspettano giorni difficili”
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Tel aviv — Benjamin Netanyahu parla quando è già sera, al termine di una giornata che entrerà nella storia del Medio Oriente. «Stiamo combattendo l’asse del Male iraniano in quella che è una guerra per l’esistenza dello Stato ebraico — dice il premier israeliano rivolgendosi alla nazione — L’asse ha tre armi: Hamas, gli Houti e Hezbollah. Negli ultimi giorni abbiamo inflitto colpi devastanti a ciascuno di essi. Ci aspettano giornate molto difficili, ma siamo pronti a tutti gli scenari. Continueremo la caccia ai leader di Hamas. Da tempo sono sotto pressione in patria e all’estero per porre fine alla guerra: non ho ceduto prima e non cedo neanche adesso».

Parole bellicose ma con cui, dopo che il governo si era chiuso dietro a un no comment, non ha vo…

Tel aviv — Benjamin Netanyahu parla quando è già sera, al termine di una giornata che entrerà nella storia del Medio Oriente. «Stiamo combattendo l’asse del Male iraniano in quella che è una guerra per l’esistenza dello Stato ebraico — dice il premier israeliano rivolgendosi alla nazione — L’asse ha tre armi: Hamas, gli Houti e Hezbollah. Negli ultimi giorni abbiamo inflitto colpi devastanti a ciascuno di essi. Ci aspettano giornate molto difficili, ma siamo pronti a tutti gli scenari. Continueremo la caccia ai leader di Hamas. Da tempo sono sotto pressione in patria e all’estero per porre fine alla guerra: non ho ceduto prima e non cedo neanche adesso».

Parole bellicose ma con cui, dopo che il governo si era chiuso dietro a un no comment, non ha voluto rivendicare apertamente l’assassinio del leader di Hamas Ismail Haniyeh, colpito nella notte da un missile in un appartamento di Teheran. Un modo forse per non umiliare l’Iran e indurlo a contenere la risposta, dopo ore in cui le tv israeliane hanno rimandato in loop le immagini di Haniyeh ridente il fatidico 7 ottobre e alcuni ministri del governo non hanno nascosto il loro entusiasmo. «Attento a quello che desideri», aveva scritto ad esempio in un tweet alle 6.20 di mattina il ministro israeliano della Diaspora Amichai Chikli, postando un video di Haniyeh a Teheran tra canti di «Morte a Israele».

La morte è arrivata, ma non per Israele, che invece festeggiava: il capo politico dell’organizzazione palestinese responsabile del massacro del 7 ottobre ammazzato nella capitale dell’Iran — il cui regime sogna l’annientamento di Israele — poche ore dopo la cerimonia di inaugurazione del presidente Masoud Pezeshkian, a cui Haniyeh aveva preso parte. Un colpo gravissimo per Hamas e per le forze di sicurezza iraniane, tanto più che nel pomeriggio è stata attaccata anche Damasco, il giorno dopo che Israele ha ucciso a Beirut Fuad Shukr, uno dei leader di Hezbollah, responsabile della strage di Majdal Shams, nel Golan, dove sono stati uccisi 12 bambini.

Uno smacco che scuote di nuovo il Medio Oriente e sembra allontanare le speranze di un cessate il fuoco, del ritorno a casa degli ostaggi nelle mani di Hamas e in definitiva di quell’antico miraggio chiamato pace. Gli ottimisti possono esser tentati di dire: Netanyahu aveva bisogno di un trofeo prestigioso, ora l’ha ottenuto e può sedersi al tavolo dei negoziati. I pessimisti, che in questa regione tendono ad avere ragione, ci vedono invece l’ennesimo tentativo del premier di tenere aperto il conflitto per allungare il proprio destino politico fino alle decisive elezioni americane di novembre.

Le reazioni dei Paesi che da mesi stanno faticosamente mediando per la pace sono indicative. Gli Stati Uniti, con il segretario di Stato Antony Blinken, mettono le mani avanti: non erano a conoscenza del piano. I mediatori arabi, Qatar ed Egitto, condannano, con il premier di Doha Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani che si chiede: «Come può avere successo la mediazione quando una parte assassina il negoziatore dell’altra?». Intanto il leader turco Recep Tayyip Erdogan dice addio al «fratello» Haniyeh e accusa «la barbarie sionista».

Hamas e l’Iran, da parte loro, promettono rappresaglie. «È un atto di codardia che non resterà impunito», assicura il movimento palestinese. L’iraniano Pezeshkian promette che Teheran «difenderà la propria dignità e il proprio onore e farà pentire gli occupanti terroristi». E Hezbollah prevede che ora «la resistenza» sarà ancora più unita.

Lo scenario apocalittico è l’allargamento del conflitto a una guerra regionale. Quello minimo è una serie di operazioni che — come successe ad aprile con le centinaia di droni lanciati verso Israele dall’Iran per vendicare il bombardamento dell’ambasciata a Damasco e l’uccisione del generale Mohammad Reza Zahedi — permetta a Hamas e all’Iran di salvare la faccia.

Tutto «l’asse della resistenza» è stato colpito a luglio, considerando che, dopo i bombardamenti a tappeto su Gaza e l’aumento della repressione nella Cisgiordania, Israele ha pure dato un segnale agli Houthi attaccando il porto yemenita di Hodeidah. «Non vogliamo una guerra, ma ci prepariamo per ogni eventualità», dice il ministro della Difesa Yoav Gallant. Gli Usa chiamano il Qatar, è corsa alla diplomazia per scongiurare l’apertura di un altro fronte. Ma la mossa spetta ora a Hamas e soprattutto all’Iran. Come reagiranno? A Teheran, in piazza Palestina, è spuntato un gigantesco murale con il volto di Haniyeh. Dice: «Aspettate la dura vendetta».

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