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L’ira di Khamenei: “Vendicheremo Haniyeh”. E parte l’ordine di colpire Israele

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Il raid che ha ucciso il capo di Hamas a Teheran mette in crisi la leadership regionale dell’Iran e la capacità di ospitare e proteggere i suoi alleati. Teheran deve rispondere, ma vuole farlo cercando di non farsi trascinare in un conflitto aperto. Il ruolo di Bagheri Kani e lo scambio di messaggi con gli Usa
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La bandiera rossa che invoca vendetta sventola sulla cupola della moschea di Jamkaran, a Qom, la città sacra per gli sciiti iraniani. Khamenei ha deciso: l’onta dell’uccisione del capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, nel centro di Teheran, cuore del potere della Repubblica Islamica, sarà ripulita con un attacco diretto a Israele. «È nostro dovere vendicare» Haniyeh, «il caro ospite nella nostra casa», scandisce dalla mattina il leader supremo. In serata il New York Times conferma che Khamenei ha già dato ordine di colpire direttamente Israele in rappresaglia, gli obiettivi sarebbero Haifa e Tel Aviv. Decisione che Teheran considera inevitabile, dopo il raid di due notti fa. Il punto è se è possibile farlo evitando una guerra a tutto campo. Il modello potrebbe essere ancora una volta il coordinamento con i vicini regionali, come accadde ad aprile, e tramite loro con gli Usa.

Lo choc per gli apparati di sicurezza e le autorità iraniane è stato forte. Ci sono stati altri omicidi …

La bandiera rossa che invoca vendetta sventola sulla cupola della moschea di Jamkaran, a Qom, la città sacra per gli sciiti iraniani. Khamenei ha deciso: l’onta dell’uccisione del capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, nel centro di Teheran, cuore del potere della Repubblica Islamica, sarà ripulita con un attacco diretto a Israele. «È nostro dovere vendicare» Haniyeh, «il caro ospite nella nostra casa», scandisce dalla mattina il leader supremo. In serata il New York Times conferma che Khamenei ha già dato ordine di colpire direttamente Israele in rappresaglia, gli obiettivi sarebbero Haifa e Tel Aviv. Decisione che Teheran considera inevitabile, dopo il raid di due notti fa. Il punto è se è possibile farlo evitando una guerra a tutto campo. Il modello potrebbe essere ancora una volta il coordinamento con i vicini regionali, come accadde ad aprile, e tramite loro con gli Usa.

Lo choc per gli apparati di sicurezza e le autorità iraniane è stato forte. Ci sono stati altri omicidi eccellenti a Teheran, il numero due di al Qaeda al Masri nel 2020 o lo scienziato nucleare Fakhrizadeh, solo per citarne due. Ma questa volta è diverso. Haniyeh aveva portato Hamas alla corte di Khamenei e Soleimani sancendo l’alleanza tra il gruppo sunnita e la teocrazia sciita. Era, soprattutto, la testa palestinese dell’Asse della Resistenza, la rete di alleati in Medio Oriente i cui esponenti di spicco si erano riuniti in questi giorni a Teheran per celebrare l’insediamento del nuovo presidente riformista, Pezeshkian. Oggi sarà Khamenei a guidare la preghiera sul corpo di Haniyeh.

La sua eliminazione è un’umiliazione per la Repubblica Islamica perché piega la sua leadership regionale, la capacità di offrire ospitalità e protezione agli alleati. Una fonte iraniana usa la metafora del formaggio svizzero, «in cui tutti i buchi sono allineati in modo tale che una minaccia possa superare tutte le difese». Ancora una volta, Israele ha dimostrato di poter bucare i centri del potere iraniano ai livelli più alti, fin dentro il complesso presidenziale di Sa’adabaad, dove secondo alcune ricostruzioni alloggiava Haniyeh. Un affronto per i Pasdaran e la loro proiezione di potenza tale da richiedere un blackout totale. Da Teheran non esce nemmeno una foto del luogo dell’agguato, della palazzina colpita, nulla. A guidare la comunicazione è Ali Akbar Ahmadian, il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale.

Ad aprile, l’Iran aveva risposto al raid israeliano sul suo consolato in Siria attaccando per la prima volta Israele con missili e razzi. Sperava che quella pericolosa scommessa avrebbe dissuaso il nemico dal condurre nuovi attacchi contro i suoi interessi e la sua sovranità. Israele invece ha raddoppiato, colpendo gli alleati Houti a Hodeida, nello Yemen; e in Libano, con l’uccisione di Fuad Shukr, numero 3 di Hezbollah. L’omicidio di Haniyeh «è un attacco contro la proiezione di potenza regionale dell’Iran, un colpo alla sua credibilità agli occhi dei partner», dice Ali Vaez, analista del Crisis Group. «Se non risponde in modo da ripristinare la deterrenza la sua credibilità e il suo stesso senso di sicurezza subiranno danni enormi».

In una riunione di emergenza convocata nel pomeriggio nella residenza di Khamenei i vertici militari hanno studiato le opzioni. La risposta sarà coordinata con l’Asse, molto probabilmente un attacco simultaneo da Libano, Yemen, Iraq e dallo stesso Iran. Sarà più dura di aprile, «mirata a infliggere danni veri a Israele perché l’assassinio di Haniyeh è stata una violazione della sovranità e dell’integrità territoriale a cui l’Iran non può non rispondere come farebbe qualsiasi altro Stato», dice Abdorassol Disvallar, analista del Mei.

Ma anche questa volta sarà «coordinata», dice a Repubblica una fonte iraniana a conoscenza del dossier. «Non saranno colpite infrastrutture civili» e ci sarà un passaggio di informazioni con gli americani, proprio come accadde ad aprile. «Bagheri -Kani, il ministro degli Esteri uscente, sta facendo da corriere, trasferendo messaggi dall’Iran agli Stati Uniti via Oman e Qatar». La ragione è ovvia: l’Iran deve salvare la faccia senza rimetterci la pelle, rispondere cercando di non scatenare quel conflitto aperto che ha evitato dal 7 ottobre perché non considera suo interesse strategico entrare in guerra per Hamas.

È il dilemma dello specchio: «Il meccanismo che ha creato per scoraggiare gli attacchi sul proprio territorio, un Asse regionale di alleati non statali, sta incentivando proprio tali attacchi», dice Vaez. Un ruolo cruciale lo avranno ora gli americani per limitare l’eventuale controrisposta israeliana. Nel frattempo, Pezeshkian resta congelato. Aveva evocato un’apertura nuova all’Occidente, ma un’escalation chiuderebbe la finestra per la diplomazia. Con ironia, gli iraniani ieri condividevano la sua foto da solo in ufficio: «Il peggior primo giorno di lavoro nella storia dell’umanità».

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