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Venezuela, Maduro si arrocca dopo le accuse per il voto truccato. In piazza 20 morti e 40 feriti, migliaia di arresti

(afp)

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Il presidente si rivolge al Tribunale Supremo di Giustizia, controllato da suoi fedelissimi, per ottenere la certificazione della sua vittoria. Ma è sempre più isolato
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Nicolás Maduro raccoglie la sfida dell’opposizione e dice di essere pronto a consegnare al Tribunale Superiore di Giustizia (TSJ) le prove che dimostrano la legittimità della sua vittoria.

Affida a questo organismo istituzionale, guidato da una fedelissima, la presidente Carysla Rodriguéz, in passato membro della direzione del Partito Socialista Unito del Venezuela, il verdetto che dovrebbe dissipare i dubbi sorti attorno a un risultato che molti considerano una frode. “Le forze politiche del chavismo, del Gran Polo Patriottico e del PSUV”, ha annunciato, “sono disposte a consegnare tutti i documenti elettorali nelle mani dei loro testimoni di seggio. So quello che dico, le tireranno fuori. Le prove sono già emerse”. Ha incontrato la Rodriguéz ma non si sa se abbia consegnato o meno il materiale promesso.

La scelta è obbligata. Soprattutto dopo che anche il Centro Carter, considerato da Maduro un osservatore indipendente e autorevole, gli ha voltato le spalle dicendo che le elezioni “…

Nicolás Maduro raccoglie la sfida dell’opposizione e dice di essere pronto a consegnare al Tribunale Superiore di Giustizia (TSJ) le prove che dimostrano la legittimità della sua vittoria.

Affida a questo organismo istituzionale, guidato da una fedelissima, la presidente Carysla Rodriguéz, in passato membro della direzione del Partito Socialista Unito del Venezuela, il verdetto che dovrebbe dissipare i dubbi sorti attorno a un risultato che molti considerano una frode. “Le forze politiche del chavismo, del Gran Polo Patriottico e del PSUV”, ha annunciato, “sono disposte a consegnare tutti i documenti elettorali nelle mani dei loro testimoni di seggio. So quello che dico, le tireranno fuori. Le prove sono già emerse”. Ha incontrato la Rodriguéz ma non si sa se abbia consegnato o meno il materiale promesso.

La scelta è obbligata. Soprattutto dopo che anche il Centro Carter, considerato da Maduro un osservatore indipendente e autorevole, gli ha voltato le spalle dicendo che le elezioni “non sono state democratiche”.

Un brutto colpo per il due volte presidente costretto adesso ad accettare le richieste della maggioranza dei paesi nel mondo, con le eccezioni di Cina, Russia, Iran che assieme ai paesi satelliti della regione guidati da da una sinistra radicale e autoritaria lo sorreggono tra attestati di solidarietà e inviti a proseguire senza indugi.

Ma il tempo scorre e le prove non escono fuori.

La legge prevede un limite di 48 ore per confermare definitivamente il risultato. Un termine scaduto martedì sera. Questo mette in difficoltà il Consiglio Nazionale Elettorale, l’unico chiamato a sancire chi ha vinto e chi ha perso ma anche obbligato a pubblicare sul web tutti i voti raccolti nei seggi.

Finora il CNE aveva giustificato il ritardo con l’attacco informatico che per un paio d’ore aveva bloccato le operazioni dopo la chiusura degli uffici elettorali.

Maduro lo aveva denunciato subito sin dal mattino di lunedì, accusando forze straniere di essere dietro il forte “hack” che aveva mandato in tilt il sistema digitale di registrazione e raccolta delle schede.

La Procura aveva aperto un’inchiesta e puntato l’indice su María Corina Machado e il candidato dell’opposizione Edmundo González Urrutia. Loro erano i registi di questo golpe informatico e l’hackeraggio era partito niente meno che dalla Macedonia del Nord, la quale aveva negato in modo risentito.

L’opposizione non aveva perso tempo. Si era organizzata sin dalla vigilia delle elezioni sparpagliando in tutti i seggi propri testimoni di lista che a tra mille difficoltà erano comunque riusciti a seguire tutte le operazioni di voto. Sono stati loro a raccogliere l’80 per cento dei verbali e dei registri dove vengono riportati i numeri che il sistema digitale aveva intanto trasmesso nella sede centrale del Consiglio nazionale elettorale.

Non è stata un’operazione semplice.

Se ci sono riusciti è grazie alla complicità di molti testimoni spediti ai seggi dal governo che hanno consegnato loro le copie cartacee spesso negate dai funzionari, anche se la legge lo impone.

Nel giro di 24 ore la Piattaforma Unitaria è stata in grado di mettere in ordine il materiale ricevuto e lo ha postato in rete su un sito dove chiunque può vedere dove e come si è votato.

Le proteste di piazza, oltre che a condannare un risultato ritenuto una frode, sono servite a guadagnare tempo e consentire ai tecnici di lavorare sui dati cartacei. Maduro ha reagito con rabbia. Ha denunciato un tentativo di golpe, ha espulso gli ambasciatori dei paesi che si mostravano perplessi sul voto e chiedevano un riconteggio; ha sollecitato l’arresto della Machado e di González; si è scagliato contro chi manifestava definendoli “criminali e fascisti”, oppure tossicodipendenti, o ancora “ragazzini pagati con delle caramelle” per provocare gli scontri.

Ma non ha usato solo la polizia e l’esercito per reprimere la folla che è scesa in piazza in almeno 300 città e paesi, secondo la Commissione interamericana per i diritti umani. E’ ricorso ancora una volta ai “colectivos”, le squadracce paramilitari impegnate di solito a fare il lavoro sporco. Non apparivano da tempo. E questo, secondo molti osservatori, è il segnale di un’insofferenza tra la base dell’esercito. I soldati non sarebbero più disposti a sparare sulla folla. A differenza del vertice, generali e ufficiali, hanno molto da perdere e poco da guadagnare.

La crisi del chavismo si intravede anche da qui. Ma apre anche scenari pericolosi. Il rischio di una guerra civile non è poi così remoto. Per questo l’attività politico e diplomatica è intensa, soprattutto tra gli Usa e il Brasile e la Colombia, i due paesi governati dalla sinistra che hanno più capacità di persuasione nei confronti di Maduro. Sia Lula sia Petro insistono nel far vedere le carte e arrivare a un confronto pacifico. Qualsiasi cambio, dicono da sempre, deve avvenire con un negoziato che garantisca chi ha vinto e protegga chi ha perso.

Le sparatorie ci sono state. Almeno venti morti e una quarantina di feriti. La metà tra le forze dell’ordine. Quasi mille gli arrestati.

La Commissione interamericana dei diritti dell’uomo traccia un bilancio amaro: 115 manifestazioni represse violentemente, secondo uno schema che ricalca le proteste oceaniche del 2014 e del 2017. Denuncia più di 11 morti, la maggior parte giovani, tra cui due adolescenti. Nove sono stati uccisi con colpi di arma da fuoco, alcuni alla schiena altri alla testa, con modalità “che potrebbero essere definite esecuzioni extragiudiziali”.

Machado, dice sempre il report della CIHD, “è stata intimidita dal Pubblico ministero semplicemente per aver denunciato irregolarità nello spoglio dei voti”. La sede dell’ambasciata argentina è stata minacciata di invasione in due occasioni, ci sono stati attacchi a giornalisti, alcuni dei quali anche arrestati. In almeno 60 casi.

Ma Nicolás Maduro non demorde. Anzi. Dopo aver letto anche il rapporto delle Nazioni Unite, che esprimeva “preoccupazione per la violenza e le accuse di violazione dei diritti umani”, si è scagliato contro quello che considera “lo sfacciato tentativo di golpe da parte di una destra fascista che non ha nulla di democratico”.

“Ci hanno provato per 20 anni e non ci sono riusciti perché li abbiamo sempre respinti”, ha aggiunto, “ma noi, io, siamo sempre qui per difendere la democrazia, la pace, la rivoluzione bolivariana, il popolo venezuelano”.

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