Il mondo intero attende la reazione dell’Iran e di Hezbollah, dopo che Ismail Haniyeh, il capo dell'organizzazione terroristica Hamas, è stato ucciso a Teheran e Israele ha rivendicato l’omicidio di Fuad Shukr, il capo dell’unità strategica di Hezbollah, nella top list dei ricercati anche degli Stati Uniti. Le reazioni di Hezbollah e di Teheran potrebbero portare il Medioriente a una guerra su vasta scala, nella quale Israele si troverebbe ad affrontare un attacco congiunto su diversi fronti, incluso un possibile confronto diretto con l’Iran.
È impossibile comprendere questi eventi senza inserirli nell’ambito della guerra che Israele sta conducendo a Gaza da ormai dieci mesi. Alcuni continuano a ignorare il fatto che questa guerra è scoppiata in risposta all’attacco omicida del 7 ottobre, durante il quale Hamas ha ucciso, violentato e bruciato 1200 persone, uomini, donne, anziani e bambini e rapiti oltre 250. Circa un quarto delle vittime erano giovani che stavano partecipando a un f…
Il mondo intero attende la reazione dell’Iran e di Hezbollah, dopo che Ismail Haniyeh, il capo dell'organizzazione terroristica Hamas, è stato ucciso a Teheran e Israele ha rivendicato l’omicidio di Fuad Shukr, il capo dell’unità strategica di Hezbollah, nella top list dei ricercati anche degli Stati Uniti. Le reazioni di Hezbollah e di Teheran potrebbero portare il Medioriente a una guerra su vasta scala, nella quale Israele si troverebbe ad affrontare un attacco congiunto su diversi fronti, incluso un possibile confronto diretto con l’Iran.
È impossibile comprendere questi eventi senza inserirli nell’ambito della guerra che Israele sta conducendo a Gaza da ormai dieci mesi. Alcuni continuano a ignorare il fatto che questa guerra è scoppiata in risposta all’attacco omicida del 7 ottobre, durante il quale Hamas ha ucciso, violentato e bruciato 1200 persone, uomini, donne, anziani e bambini e rapiti oltre 250. Circa un quarto delle vittime erano giovani che stavano partecipando a un festival musicale. Tra i morti e i rapiti ci sono anche soldati dell’Idf, l’esercito israeliano che è stato colto a sorpresa da un attacco senza precedenti e che ha fallito nel suo compito di proteggere la popolazione.
Come previsto dal progetto iraniano di distruzione d’Israele, la guerra si sta svolgendo su molteplici arene. Dal Libano, Hezbollah ha iniziato sin dall’8 ottobre a lanciare contro Israele missili e razzi (finora oltre 7.000) e oltre 2000 missili anticarro. Per questo, più di ottantamila residenti del nord d’Israele, costretti ad abbandonare le loro case, sono da allora sfollati nel proprio Paese. In parallelo, gli iraniani hanno ordinato agli Houthi di dare il loro contributo dallo Yemen, e questi hanno bloccato lo stretto di Bab el-Mandeb e iniziato a lanciare dozzine di missili balistici, missili da crociera e droni killer, uno dei quali, bucando la difesa antimissilistica israeliana, è riuscito di recente a percorrere oltre 2000 chilometri fino a Tel Aviv provocando un morto. Nel corso dei mesi, la maggior parte di questi lanci è stata intercettata dall’esercito statunitense nella rotta verso Israele.
Nonostante il conflitto si svolga su molteplici fronti, lo sforzo bellico principale dell’Idf a oggi è concentrato su Gaza, nella ferma convinzione che un’organizzazione che ha barbaramente aggredito Israele non possa continuare ad esistere e debba essere distrutta. Dopo circa dieci mesi di conflitto si può dire che l’Idf sta portando a termine il primo compito affidatogli, ossia l’eliminazione delle capacità militari di Hamas. Per raggiungere questo obiettivo, era necessario smantellare la struttura paramilitare dell’organizzazione terroristica in tutte le sue parti, perché Hamas non possa più agire come organizzazione gerarchica e i suoi uomini, anche se armati, non siano sottoposti a una catena di comando che impartisce direttive.
Questo risultato è stato raggiunto nella maggior parte della Striscia di Gaza, dove su 24 battaglioni di Hamas esistenti all’inizio della guerra, solo tre rimangono ora parzialmente operativi; con ogni probabilità tutte le postazioni di comando di rilievo sono state distrutte e non è rimasta una brigata funzionante. Inoltre, sono state eliminate importanti figure della catena di comando, da Muhammed Deif, numero due dell’ala militare, fino al livello dei comandanti di compagnia (150 tra loro sono stati uccisi), così come numerosi comandanti di plotoni.
L’apparato di fabbricazione delle armi all’interno della Striscia è stato quasi completamente disabilitato e, dopo che l’Idf ha preso il controllo del confine tra Gaza e Egitto, è stato messo il freno al contrabbando, sia sotterraneo sia attraverso il valico di Rafah. Senza possibilità di contrabbando e senza più capacità di autoproduzione all’interno della Striscia di Gaza, le capacità militari di Hamas scemano di giorno in giorno, in quanto non esiste un rimpiazzo a un razzo già lanciato o ai magazzini di armi distrutti da Idf.
Anche i soldati semplici di Hamas sono stati in gran parte eliminati. L’Idf ha identificato finora circa 12,000 terroristi uccisi nei vari combattimenti, ma si può presumere che siano molti di più che ancora non sono stati identificati e quindi non rientrano nel conteggio dell’esercito, ad esempio nelle case distrutte dai bombardamenti. L'esercito israeliano detiene circa 2,000 prigionieri tra i terroristi di Hamas e della Jihad Islamica. Se si calcola la stima per difetto riportata dall’Idf e si prendono in considerazione altri circa 10,000 terroristi feriti che ora sono fuori combattimento, questo significa che il 70% delle forze terroristiche nella Striscia è stato neutralizzato.
A stretto giro, l’Idf sarà in grado di smantellare anche i tre battaglioni rimanenti, uno a Rafah e due a Deir al-Balah e dintorni, e a quel punto si passerà alla fase militare successiva, che durerà circa un anno. In questa fase, l’esercito concentrerà i suoi sforzi, grazie all’intelligence disponibile, sullo smantellamento di quanto resta delle infrastrutture militari di Hamas, comprese porzioni di tunnel sotterranei la cui importanza non è stata chiarita finora, o i luoghi dove il nemico si è riorganizzato nel tentativo di ristabilire una propria presa militare.
La questione del “giorno dopo” sarà decisa solo quando sarà chiara l’entità della debolezza di Hamas, ossia fino a che punto sia stato realmente privato delle sue capacità militari e della sua abilità a operare come organizzazione strutturata nella Striscia. Questo è un punto critico, dal momento che nessun organo accetterà mai di assumersi alcuna responsabilità a Gaza fintanto che Hamas ha la facoltà di danneggiarlo. Quindi, solo la determinazione dell’Idf anche nella seconda fase della guerra è ciò che aumenterà le possibilità di individuare tale organo. Da un punto di vista professionale, in termini di cooperazione e legittimità internazionale, l’Autorità Palestinese potrà partecipare agli sforzi di amministrazione civile sulla Striscia, purché ciò non significhi l’avvio di un processo per la creazione di uno Stato palestinese. Ossia solo se si tratterà di una decisione funzionale e non politica.
Qui va ricordato che quella in corso a Gaza è una guerra quadrimensionale.Il primo livello, scontato, è quello della sicurezza personale dei cittadini israeliani. L’Idf deve garantire che questi non siano più sottoposti ad alcun tipo di minaccia proveniente da Gaza, né nelle aree al confine, né a Tel Aviv. Questo obiettivo è raggiunto solo quando Hamas non sarà più in grado di portare avanti alcun tipo di azione terroristica contro Israele dall'interno della Striscia.
Il secondo livello riguarda la posizione dello Stato d’Israele in Medioriente e nel mondo. Questa posizione è stata gravemente danneggiata a seguito del colossale fallimento del 7 ottobre. La guerra in corso deve mandare un messaggio chiaro: qualsiasi organizzazione che minacci l’esistenza d’Israele sarà distrutta. Questo è il primo e necessario passo per restituire a Israele la sua deterrenza.
Il terzo piano coinvolge il mondo intero nella lotta contro l’Islam radicale. Hamas è un’organizzazione terroristica islamica che vuole sfidare la visione del mondo occidentale e la cultura rappresentata da Israele, l’unica democrazia del Medioriente. Nella sua guerra, Israele deve dimostrare che non c'è rinascita per un’organizzazione che utilizza modus operandi del VII secolo. L’Idf deve vincere in modo inequivocabile, altrimenti il potere dell’estremismo islamico aumenterà ovunque nel mondo fino all’implementazione dello slogan “l’Occidente è il prossimo”.
La quarta dimensione si colloca nel quadro più vasto degli assi geopolitici. Il presidente Biden ha capito che questa guerra è parte della lotta tra l’asse Mosca-Teheran-Hezbollah-Hamas-Corea del Nord, contro l’asse Washington-Gerusalemme-Riad-Emirati del Golfo, con i cinesi che si fregano le mani con soddisfazione quando un alleato degli Stati Uniti viene colpito. La portaerei americana inviata nella regione è venuta a servire le necessità degli Stati Uniti, non quelle dell’Idf. Di fatto non ha partecipato allo sforzo bellico, non al fronte Sud né a quello Nord. È rimasta stazionata qui per mandare un chiaro messaggio sulla serietà delle intenzioni dell’amministrazione americana quando dice “DON’T”, non osate.
L’Idf deve vincere su tutti e quattro i piani, e per questo ha bisogno del sostegno internazionale, del continuo - e anche rafforzato - aiuto da parte degli Stati Uniti, e della determinazione del popolo, del governo e dell’esercito israeliani.
In aggiunta, in questi giorni più che mai, il governo israeliano si trova davanti al grande dilemma del fronte nord, con il Libano soggiogato a Hezbollah, un’organizzazione terroristica paramilitare molto più grande e potente di Hamas. Sabato un raid di Hezbollah sulla cittadina drusa di Majdal Shams nelle Alture del Golan ha provocato 12 vittime, tutti bambini che giocavano in un campo di calcio. In reazione, il governo israeliano ha deciso di eliminare l’alto comandante militare di Hezbollah Fuad Shukr. La risposta di Hezbollah a questo omicidio mirato non è ancora nota, ma in ogni caso è difficile capire come lo Stato d’Israele possa continuare a permettere la sopravvivenza di un’organizzazione che ne minaccia l’esistenza, dispiegata a ridosso del confine settentrionale del Paese con ingenti capacità militari, ben superiori a quelle di Hamas, che può in qualsiasi momento avanzare un attacco ancora più sanguinoso di quello del 7 ottobre. L’inizio di una guerra difficile contro Hezbollah è un’eventualità sempre più concreta di cui bisogna tenere conto, anche indipendentemente dalla reazione che sceglieranno per l’omicidio di Shukr.
* L’autore Mag. Gen. (rit.) Yaakov Amidror, già Consigliere per la Sicurezza Nazionale d’Israele, senior member Jerusalem Institute for Strategy and Security (JISS), JINSA's Gemunder Center, Washington
Traduzione di Sharon Nizza