Il successore è il predecessore. Dopo l’uccisione del leader di Hamas, il vecchio Abu Mazen aveva immediatamente chiamato Khaled Meshal per esprimere il cordoglio ufficiale dell’Autorità nazionale palestinese. A riprova che per tanti il successore naturale di Ismail Haniyeh era proprio il 68 enne Meshal, capo dell’ufficio politico del partito fondamentalista dal 1996 al 2017: la stessa carica che ha ricoperto Haniyeh fino alla notte di mercoledì, quando il palazzo di Teheran dove stava dormendo è esploso, forse per una bomba piazzata due mesi prima come racconta l’inchiesta del New York Times, o forse per un missile aria-terra come sostiene l’Iran.
Il pragmatico
Dunque Khaled Meshal, il pragmatico. Stando a quanto riferiscono fonti turche, Hamas ha scelto lui per ricoprire ad interim il ruolo di capo, in attesa che il Consiglio della Shura e il politburo si riuniscano per eleggere formalmente l’uomo che dovrà guidare l’organizzazione islamista nei prossimi anni. Gli analisti israeliani e palestinesi concordano nel definirlo un politico, esattamente come Haniyeh, un simbolo carismatico che nel 1987 non ebbe remore a unirsi subito alla neonata Hamas dello sceicco Yassin, che si era separato dai Fratelli Musulmani. Meshal è sempre stato più interessato agli equilibrismi interni piuttosto che al campo, alle operazioni militari su cui l’unica voce ascoltata oggi è quella di Yahia Sinwar, la mente del massacro del 7 ottobre. “Un pragmatico che non è inviso al compromesso”, lo definisce Hani al-Masri, direttore generale del Masarat, think tank palestinese per la ricerca politica e gli studi strategici.
L’investitura
Il ministro degli Esteri Hakan Fidan questa mattina lo ha chiamato per parlare della fine di Haniyeh, delle conseguenze che avrà la sua eliminazione (non rivendicata dal Mossad israeliano, ma tutti gli elementi portano lì), e quali saranno i prossimi passi di Hamas nei confronti del negoziato per il cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi.Meshal formalmente non ricopriva più cariche nel partito, ma continuava ad essere il volto di Hamas all’estero. Non a caso era a fianco di Haniyeh in una recente visita ad Ankara per incontrare il presidente Erdogan.
Scarsi rapporti con gli ayatollah
Nato a Silwad, villaggio in Cisgiordania non lontano da Ramallah, cresciuto ad Amman in Giordania dove si trasferisce a seguito della Guerra dei Sei Giorni, Meshal vive da anni all’estero, come tutti i leader politici di Hamas che hanno il compito di tenere i rapporti con gli alleati. E Meshal, a differenza di altri dirigenti potenziali successori di Haniyeh come Khalil al-Hayya, al momento non sembra avere una relazione solida con l’Iran e con i miliziani di Hezbollah, che gli imputano il sostegno alla primavera araba e ai ribelli siriani anti-Assad. Questo è un punto cruciale, che definirà la fase ad interim e, se verrà confermato dal Consiglio della Shura, il mandato pieno.
L’attentato del 1997
Con la fondazione di Hamas nel 1987 Meshaal diviene segretario della sezione del movimento con base in Kuwait, salvo essere poi costretto a lasciare il Paese nel 1990 e tornare in Giordania, ad Amman. Nella capitale giordana nel 1997 Meshal sopravvive a un tentativo di assassinio da parte di due agenti israeliani. Un piano ideato ai tempi del primo governo Netanyahu, ma che fallisce.I due, entrati nel Paese con passaporto canadese falso, iniettano una dose di veleno con effetto progressivo nell'orecchio del leader di Hamas durante un evento pubblico, ma vengono arrestati. Il re giordano Hussein negozia con Netanyahu e ottiene che Israele fornisca l'antidoto al veleno.
Il martire vivente
L’episodio conferisce a Meshal l'aura di "martire vivente" e gli permette di scalare i ranghi di Hamas dopo l'uccisione da parte di Israele del leader spirituale Yassin. Sotto la guida di Meshal, Hamas ha ottenuto il successo alle elezioni del 2006. Viene coinvolto nelle trattative per il rilascio del soldato israeliano Gilad Shalit, liberato nel 2011, quando verso Israele assume una posizione mediana: disposto a riconoscere lo Stato ebraico, ma a patto che venga posta fine all’occupazione dei territori palestinesi. Nel 2017 ha lasciato la guida del partito per divenire il capo dell'ufficio politico all'estero, ruolo da cui si è dimesso dopo l'elezione di Haniyeh.