Un colloquio quasi casuale nel novembre scorso, in un albergo sul lungomare di Tel Aviv, tra un miliardario russo di origine ebraica, Roman Abramovich, il petroliere ex-proprietario del Chelsea Football Club, e un funzionario del dipartimento di Stato americano "ereditato" dalla precedente amministrazione Trump.
L'idea apparentemente priva di senso di "allargare" il problema anziché restringerlo, ventilata da un gruppo di agenti della Cia, lo spionaggio Usa, in un incontro segreto all'Ankara il 25 giugno con agenti dello spionaggio di Mosca.
E una telefonata di Joe Biden dalla sua residenza privata nel Delaware, dove stava recuperando dal Covid, fatta il 21 luglio al primo ministro sloveno, un'ora e mezza prima che il presidente annunciasse all'America e al mondo la sua decisione di ritirarsi dalla campagna per la rielezione alla Casa Bianca.
Sono tre dei momenti chiave che hanno portato allo storico scambio di prigionieri fra Russia e Stati Uniti, per un totale di 26 persone detenute in mezza dozzina di Paesi, tra cui un giornalista americano falsamente accusato dal Cremlino di essere una spia, vari dissidenti russi imprigionati per la loro resistenza alla dittatura e un assassino al servizio di Mosca.
Le indiscrezioni riportate dal New York Times, dal Financial Times, dalla Bbc e da altre fonti, rivelano i dettagli di un accordo senza precedenti, che inizialmente doveva coinvolgere anche Aleksjey Navalny, il leader dell'opposizione russa morto in un carcere di massima sicurezza siberiano. E che non sarebbe stato possibile senza le prolungate pressioni della Casa Bianca su Olaf Scholz affinché rilasciasse il killer definito da Putin "un patriota", fino al giorno in cui il cancelliere tedesco ha detto a Biden: "Joe, per te lo farò".
Il canale delle spie
In un summit a Ginevra nel 2021, svoltosi prima che l'invasione russa dell'Ucraina peggiorasse radicalmente le relazioni fra Washington e Mosca, Biden e Putin concordano occasionali contatti fra i capi dei rispettivi servizi di spionaggio su possibili scambi di prigionieri.
Nel dicembre 2022, due "dormienti" russi, come vengono definiti gli agenti che si infiltrano in un Paese nemico senza fare nulla di illegale fino a quando ricevono un compito, vengono scoperti e arrestati in Slovenia.
Il mese seguente il direttore della Cia offre al capo dell'Fsb, il nuovo nome del Kgb sovietico, di scambiare i due agenti russi arrestati in Slovenia con Paul Welhan, un ex-marine americano da anni in carcere in Russia.
L'offerta è respinta.
Ma il capo dello spionaggio russo fa capire che Mosca è disposta a trattare, se Washington offre di più.
L’incontro a Tel Aviv
Nel marzo 2023 Roger Carstens, il funzionario del dipartimento di Stato (il ministero degli Esteri Usa) responsabile di questioni legate agli ostaggi - un posto a cui era stato nominato durante la presidenza Trump e mantenuto da Biden – propone al segretario di Stato Antony Blinken di tentare una strada anomala: "allargare il problema", ovvero offrire a Mosca uno scambio del numero più alto possibile di prigionieri.
Blinken, che porta sempre con sé in una tasca della giacca l'elenco di oltre 70 americani ingiustamente detenuti nel mondo, è d'accordo, riferisce l'idea al presidente e Biden la approva.
In novembre Carstens si trova a Tel Aviv (non certo per caso), quando viene a sapere che in città c'è anche il miliardario Abramovich, considerato molto vicino a Putin e costretto a lasciare Londra per le sanzioni occidentali per la guerra in Ucraina. Perciò si è trasferito in Israele, Paese di cui ha la cittadinanza in virtù delle sue origini ebraiche.
Il diplomatico americano e l'oligarca russo, che già aveva mediato nell'iniziale negoziato russo-ucraino nei primi mesi del conflitto, si danno appuntamento in un hotel con vista sul Mediterraneo.
Gli Stati Uniti ormai sanno cosa vuole Putin: la restituzione di Vadim Krasikov, un agente russo condannato all'ergastolo in Germania per l'assassinio di un dissidente ceceno, ucciso a revolverate in un parco di Berlino. Non solo per mandare un messaggio che Mosca non abbandona le sue spie, ma perché Krasikov è un amico personale di Putin, lui stesso come noto un ex-ufficiale del Kgb.
"Putin sarebbe disposto a uno scambio tra Navalny(nel frattempo condannato a 20 anni di carcere in Russia, ndr) e Krasikov?", domanda l'alto funzionario Usa. "Non credo", risponde Abramovich, promettendo tuttavia di informarsi. E qualche tempo dopo, ammettendo di esserne sorpreso, fa sapere all'emissario americano che invece Putin ci starebbe.
La svolta dell’Ankara
Vari ostacoli sembrano portare la trattativa verso il fallimento.
Navalny muore in carcere, tra accuse al Cremlino di averlo ucciso o lasciato morire.
La ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock respinge più volte la richiesta del segretario di Stato americano Blinken di liberare Krasikov, per timore di incoraggiare la Russia ad arrestare altri occidentali accusandoli di spionaggio per riavere indietro le sue spie e i suoi killer.
Un esempio di questa preoccupazione è l'arresto del corrispondente da Mosca del Wall Street Journal, Evan Gershkovich.
Washington decide allora di abbandonare i tentativi con la ministra e di lasciare che sia il presidente Biden a premere personalmente sul cancelliere tedesco. Dopo la morte di Navalny, per convincere Scholz la Casa Bianca si impegna a chiedere a Mosca la liberazione anche di numerosi dissidenti russi legati a Navalny, tra i quali Vladimir Kara-Murza, che di Navalny è considerato l'erede morale.
Alla fine il premier tedesco cede e accetta di rilasciare l'assassino.
Il 25 giugno, all'Ankara, una delegazione della Cia e una dell'Fsb discutono la lista dei 26 detenuti da scambiare. Pare fatta, ma all'ultimo sorge un nuovo ostacolo.
La scelta di Biden
La disastrosa prestazione di Biden nel dibattito televisivo con Donald Trump ripropone la questione della salute dell'81enne presidente.
Tra il partito democratico che gli chiede il ritiro dalla campagna per la rielezione e i suoi familiari che lo incitano a rimanere in corsa, Biden è indeciso.
Poi si ammala di Covid e si chiude nella residenza del Delaware. Se deve rinunciare a ricandidarsi, vorrebbe chiudere il suo mandato presidenziale, iniziato con l'imbarazzante e male organizzato ritiro delle truppe americane dall'Afghanistan, con un risultato positivo, un exploit riabilitante.
Forse la prospettiva di poter liberare un gran numero di cittadini americani e di oppositori russi contribuisce alla sua sofferta decisione di abbandonare la corsa alla rielezione. Meno di due ore prima dell'annuncio del ritiro, Biden telefona al primo ministro sloveno per ottenere il sì definitivo al rilascio dei due spioni "dormienti" russi.
Poi, il primo agosto, va ad accogliere all'aeroporto i prigionieri liberati, insieme alla vicepresidente Kamala Harris, ora candidata alla Casa Bianca al suo posto: anche lei impegnata dietro le quinte nell'ultimo anno a realizzare lo scambio senza precedenti con Mosca.
Il ruolo della Turchia
È un importante successo, per Joe e Kamala. È la fine di un incubo per i familari degli americani e dei dissidenti liberati. Ma è una vittoria anche per Vladimir Putin: la prova che gli basta arrestare cittadini occidentali e accusarli di spionaggio, per ottenere il rilascio dei suoi sicari e dei suoi agenti in Occidente.
Nei compromessi, tuttavia, è necessario che tutti guadagnino qualcosa. E per quanto le fonti americane smentiscano che il grande scambio di prigionieri segnala una fase nuova di possibile distensione fra Washington e Mosca, sfruttabile per aprire un negoziato anche sulla guerra in Ucraina, resta il fatto che due degli attori coinvolti nella trattativa, Abramovich e la Turchia, hanno giocato un ruolo anche nel negoziato tra Mosca e Kiev, oltre a essere entrambi amici sia dell'Occidente che della Russia.
Il tempo dirà se da questa svolta può nascere una nuova iniziativa per mettere fine al conflitto ucraino.
Una cosa è certa: se accadrà, almeno all'inizio sarà un'iniziativa segretissima, come è stata a lungo quella sullo scambio di prigionieri.